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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana. Supplemento"

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GIORNALE STORICO 


DELLA 


LETTERATURA ITALIANA 


SUPPLEMENTO 
IV° 24 


GIORNALE STORICO 


DELLA 


LESTERATURA ITALIANA 


DIRETTO DA 


VITTORIO CIAN 


-— a 


SUPPLEMENTO 
IN° 24 


TORINO 


Casa Editrice 


GIOVANNI OHIANTORE 
Successore ERMANNO LOESCHER 


1928 - Anno VII 


PROPRIETÀ LETTERARIA 


Torino — Vincenzo Boxa, Tip. di S. M. e de' RR, Principi (15862). 


SUONO E PENSIERO 


NELLA POESIA DANTESCA 


1. Dei rapporti di musica e poesia, p. 1. — II. Dante e la musicalità 
della sua poesia, p. 24. — 1II. Il ritmo in funzione dell’idea nella 
poesia dantesca, p. 61. — IV. Alcune osservazioni sulla rima dan- 
tesca, p. 102. — V. Storia ed estetica nella dieresi e nella sine- 
resi dantesca, p. 118. 


Dei rapporti di musica e poesia. 


Quantunque l'impronta di caratteri comuni sia dato facil- 
mente ravvisare in tutte le arti belle, pure non è dubbio che 
un più stretto grado di affinità esista fra quelle che sono dive- 
nute quasi termini concordi di un binomio, dall'uno dei quali 
il pensiero ricorre senza volerlo all’altro: pittura e scultura, 
musica e poesia. Dei legami che uniscono le due ultime arti, 
e di cui ci proponiamo trattare, una prima fondamentale 
individuazione è nell’osservazione del Lessing, che di toni 
articolati nel tempo si valgono così la musica come la poesia, 
a differenza delle arti figurative, svolgentisi entro rapporti di 
spazio; d’altra parte, la fusione originaria della poesia col 
canto e con la musica, divinizzata in Apollo e adombrata nel 
mito di Orfeo, trova la sua conferma storica nell'evoluzione 
parallela di quelle arti nella Grecia antica. 

Un’unica legge governa lo spirito umano, nella sua duplice 
tendenza, a coordinare i suoni ad effetto d’armonia nella 
musica e ad infondere nell'ispirazione poetica, sua rivelazione 
sovrana, tutta l'espressione musicale di cui la parola è capace. 


. 


1 — Giornale storico - Suppl. n° 24. 


2 S. FRASCINO 


Poichè, per quanto sia canone elementare della critica moderna 
che l’essenza della poesia consista nel pensiero, e non, a quello 
che un poeta vero pensava, secondo una poetica falsa, nella 
finzione retorica di cui essa s'involge e nel coordinamento delle 
parole in schemi metrici (1), pure è certo che ogni popolo 
cercò di accrescere la dolcezza dei suoi canti, disciplinando 
gli elementi musicali della parola; ricerca in origine non certo 
meditata o comunque voluta, ma inconsapevole alla volontà 
e legata soltanto all’orecchio ed allo spirito, nella loro evolu- 
zione tutt’affatto empirica. Di questo naturale fenomeno, per 
cui lo spirito precorre in ogni trovato la mente, la quale 
assai più tardi arriva a scoprirvi dei rapporti e delle leggi, 
già chiara intuizione ebbe quel gran maestro d’arte che fu 
Quintiliano, scrivendo: « poema nemo dubitaverit imperito 
«quodam initio fusum et aurium mensura et similiter decur- 
«rentium spatiorum observatione esse generatum, mox in eo 
« repertos pedes » (2). Come lo studio della grammatica presso 
i Greci cominciò a farsi strada quando l’arte dello scrivere 
aveva toccato le vette dell'eccellenza, e come presso i Romani 
ancora Cicerone, sfoggiando il suo talento oratorio, non aveva 
una nozione grammaticale precisa di tutte le parti del discorso, 
così è ovvio che di metrica si cominciasse a parlare quando il 
senso della quantità sillabica, spiccata -caratteristica dei 
popoli protoariani, aveva naturalmente dato luogo alle for- 
mule regolanti la poesia, a questa conferendo quel maggiore 
gradimento all'orecchio che si risolve in una maggiore efficacia 
sullo spirito. « Nihil intrare potest in affectus, quod in aure, 
« velut quodam vestibulo, statim offendit; deinde quod natura 
«ducimur ad modos ». Questa sentenza, anch'essa di Quinti- 


(1) DANTE, De vulgari eloquentia (II, 4, 2): « Si poesim recte con- 
« sideremus, que nichil aliud est quam fietio rethorica musicaque 
« posita », ossia una finzione retorica « per legame musaico armoniìiz- 
«zata », per adoperare le stesse parole sue (C'onr., EL, 7). 

(2‘ Inst. or., IN, 4, 114. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 3 


liano (1), semplice come la verità, e valevole per tutti gli 
idiomi, doveva riformulare, quasi con le stesse parole, il 
dittatore della poesia francese del secolo d’oro: 


Ie vers le mieux rempli, la plus noble pensée 
Ne peut plaire à l’esprit, quand l’oreille est blessée (2). 


Nello sceverare i rapporti tra musica e poesia, ci sarà mo- 
mentaneamente necessario prescindere da quanto in questa 
cè di pensiero, per cercare di stabilire il diverso carattere 
che nelle due arti sorelle informa gli elementi che esse hanno 
in comune, il ritmo, ed il suono; e solo attraverso una disamina, 
sia pure sommaria, della musicalità inerente alla poesia clas- 
sica ci sarà dato giungere ad un’adeguata valutazione del- 
l'armonia del verso romanzo. 

Non senza fondamento è stato affermato che il ritmo della 
musica si trova in più stretti rapporti con il ritmo dell’antica, 
che non della moderna poesia. 

A quello che nella poesia quantitativa sappiamo essere il 
piede, che nella regolata successione, segnata dall’ictus, genera 
il ritmo (torna opportuno considerare, per semplicità, l’esa- 
metro, in cui si ha l’eguaglianza del piede col metro), è stata 
additata nella musica la corrispondenza della battuta, la 
quale, pure abbracciando in sè note di vario valore, conserva 
nel complesso inalterata la misura del tempo. E come il piede 
del verso quantitativo troverebbe un equivalente nella bat- 
tuta musicale, al verso stesso è stato raccostato il Kkolon 
della musica, caratterizzato anch'esso dalla cesura e dall’or- 
dinamento in istrofe. Così, per quel che riguarda la misura del 
tempo sono state studiate le corrispondenze, giungendosi a 
stabilire, per i ritmi fondamentali della musica, binario e 
ternario, cui gli altri tutti si possono ridurre, i riscontri della 
poesia quantitativa. 


(1) Inst. or., 1X, 4, 10. 
(2) BorLEAU, Art poetique, 1, 111. 


4 9. FRASCINO 


- Ora, quanto istruttivo è notare simili conformità, altret- 
tanto pericoloso ci sembra scambiarle per rispondenze asso- 
lute. Basti l'osservazione del fatto che, pur facendosi dagli 
antichi distinguere nei versi metrici, la durata delle varie 
sillabe, secondo che fossero di una o due more, la percezione 
dell'eguale intervallo di tempo segnato da ogni piede, per il 
continuo gioco delle pause e degli acceleramenti della recita- 
zione, rimaneva affidata a quel particolare sentimento della 
quantità che era prodotto esclusivo dell'educazione del- 
l'orecchio fin dall'infanzia e non dono di natura, laddove nella 
musica, la spartizione del tempo, molto più estesa e discipli- 
nata con rigore matematico, ritiene un carattere quasi mecca- 
nico, sì che a comprenderne il ritmo è sufficiente ogni orecchio 
atto da natura a percepire le divisioni del tempo (1). 

Tale modesto dono di natura rende possibile, ad esempio, 
la percezione d’un qualsiasi ritmo segnato da un qualsivoglia 
tamburo, ma non restituisce a nessuno quel sentimento della 
quantità, perduto una volta per sempre, su cui si fondava 
l'armonia del verso latino. Noi che dallo studio della prosodia 
e della metrica latina apprendiamo l'uso di lunghe e di brevi, 
seguendo l'esempio umanistico potremo, nel migliore dei casì, 
produrre sulla carta degli impeccabili versi latini, ma invano 
tenteremo di coglierne la vera armonia. Col sostituire all’arsi 
l'accento, secondo il metodo in uso nella lettura ritmica dei 
versi latini e che, anche fuori della lingua latina, trovò appli- 
cazione nei tentativi di riprodurre i metri classici nella poesia 
tedesca come nella nostra, con procedimenti diversi, dall’Al- 
berti al Chiabrera, dal Tolomei al Carducci, ci si rende col- 
pevoli di un non imperdonabile arbitrio e si giunge fatal. 


(1) È nota la teenica del ritmo musicale: due note, di cui ciascuna 
abbia metà del valore di una terza, debbono rigorosamente entrare 
in un intervallo di tempo usmale a questa, essendo la misura del 
tempo regolata da una vera gerarchia di valori di cui ciascuno è 
doppio di quello immediatamente inferiore e metà di quello immedia- 
tamente superiore. con rapporto di 1 a 128 tra il primo e l'ultimo. 


SUONO K PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 9) 


mente ad un'armonia che potrà essere, in sè considerata, 
un'ottima armonia, ma che di certo non renderà lo spirito di 
quella antica (1). 

AI riscontro più estrinseco che intrinseco che nella poesia 
quantitativa trova la regolata cadenza che contrassegna il 
ritmo musicale, non corrisponde un più stretto rapporto di 
questo col ritmo accentuale romanzo, di cui- nella poesia 
quantitativa è pur da ricercare la prima traccia. 

Della doppia armonia che potesse ingenerare il verso latino, 
secondo che in esso le sillabe venissero considerate per la 
loro durata o per il rapporto di successione degli accenti, 
chiara menzione si riscontra in un passo di Varrone (2): «lon- 
«gitudo verborum duabus in rebus est, tempore et syllabis. 
«Tempus ad rythmicos pertinet, syllabae ad metricos. Inter 
«Tythmicos et metricos dissensio nonnulla est, quod ryth- 
«mici in versu longitudine vocis tempora metiuntur, et huius 
«mensurae modulum faciunt tempus brevissimum (-). Me- 
«trici autem versuum mensuram syllabis comprehendunt. 
«Itaque rythmici temporibus syllabas, metrici tempora syl- 
“«labis finiunt ». Qui, come in un altro luogo di Quintiliano (3), 
sono distinti i caratteri di quel duplice ritmo: il primo e prin- 


{) Contro queste contaminazioni metriche levò ben alta la voce 
il Foscolo, rimproverando al Fantoni la riproduzione dei metri ora- 
ziani nella nostra lingua («barbari si dovrebbero a ragione chiamar 
e pure coloro che a dispetto della natura volessero, per esempio, ri- 
:durre l’italiana [lingua] in esametri, la francese in verso sciolto, la 
‘spagnola in alessandrini e l'inglese in sdruccioli e commettere altre 
«simili scelleratezze poetiche ». Opere, X, 373. Lo scellerato fu poi il 
Carducci, il quale prese il toro per le corna battezzando barbare 
le sue odi...; ma il critico zantiotto non volle o non seppe rendersi 
conto del tramonto definitivo del sentimento della quantità sillabica. 
Cfr. ibid., p. 268. 

(2) De latina lingua, 217. 

53) « Ned transeamus ad numeros: oninis struetura ac dimensio 
“et copulatio vocum constat aut numeris (numeros dr9uod; accipi 
* volo) aut ustgors, id est dimensione quadam: quod etiamsi constat 
‘utrumque pecibus, habet tamen non simplicem differentiam; nam 


6 S. FRASCINO 


cipale, quello quantitativo (1) segnato dall’ictus e ingenerato 
mediante la definizione delle sillabe con valori di tempo 
(«temporibus syllabas... finiunt »); l’altro, secondario, segnato 
dall’accento tonico-ritmico, ricorrente ad intervalli definiti 
dalla successione sillabica («tempora syllabis finiunt »). A 
grado a grado che, con l’evoluzione, il sentimento della quan- 
tità e in conseguenza del ritmo ad essa inerente andava affie- 
volendosi, cominciò a spiccare sempre più il ritmo sillabico 
accentuale, già coesistente accanto all’altro, e che, di vassallo 
divenuto signore, dopo le oscillazioni dell’alto medio evo, finì 
per assurgere a regolatore esclusivo dell'armonia ritmica del 
verso nella rifioritura poetica romanza. Di ciò non può essere 
che una conferma l’origine latina della nuova versificazione (2) 


«rvthmi, id est numeri, spatio temporum constant; metra etiam 
«ordine; ideoque alterum esse quantitatis videtur, alterum quali- 
« tatis ». Inst. or., IN, 4, 45 sgg. 


(1) È certamente questo primo ritmo, che determina la conci- 
tazione di tanti versi latini, come di quello virgiliano, composto di 
tutti dattili (.1en., VIII, 596): 


Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum 
o dell'altro, che è una varietà del primo (IX, 875); 


Quadrupedumque putrem cursu quatit ungula campum. 


A! movimento dattilico di questi versi si può riportare, anche per la 
corrispondenza negli effetti estetici, quello anapestico del foscoliano 
(Sep., 210): 

E un incalzar di cuvalli accorrenti. 
Si contrappone a questi effetti, com'è noto, la pesantezza propria 
del ritmo spondaico. 

(2) « Come son nati i soliti versi italiani? Apnunto da versi latini 
«letti nel medio evo senza più badare alla quantità nè alle arsi, con 
« gli accenti propri d'ogni parola; e che si seguitarono a comporre 
«ad orecchio: da chi con lo serupolo di mettere al debito posto le 
«lunghe e le brevi secondo la prosodia classica, da chi senza sceru- 
« polo, guardando solo agli accenti e al numero delle sillabe, fisso in 
«alcuni versi, come i saffici, variabile entro certi confini in altri, come 
« gli esametri. La poesia quantitativa. ove il ritmo era collegato al 
«metro, degenerata così in poesia merament» ritmica, era poi ser- 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 7 


in cui l'accento, lungi dall’essere obbligato all’eguale inter- 
vallo delle sillabe, ciò che genererebbe monotonia, è, in ultima 
analisi, divenuto l’arbitro del loro movimento, col libero gioco 
sulle parole tronche, piane, sdrucciole, bisdrucciole. 

Così, nel verso dantesco (1) 


Folgoreggiando scendere da un lato 


il ritardo dell’accento ritmico principale, di sesta, su cui gravi- 
tano ben cinque sillabe appena rattenute da un accento secon- 
dario di quarta; lo sdrucciolo « folgore » che a un buon orecchio 
non sfugge, nel maestoso pentesillabo iniziale e che imprime 
al primo emistichio un movimento di discesa precipitosa; il 
secondo sdrucciolo «scendere », che sotto l'accento ritmico 
travolge il verso di un rapido finale, sono tutti elementi che 
generano la propulsione violenta del ritmo: mentre nella 


terzina (2) 
Vedea Briareo, fitto dal telo 


Celestial, giacer dall'altra parte, 
Grave alla terra per lo morta] gelo, 


“vita, quando si cominciò a poetare in volgare, di modello o modulo 
‘alla poesia volgare ». F. D’OviIbpro, Versificazione italiana ed arte 
portica medioevale, Milano, 1910. p. 327. 

Dopo il D’Oviprio, il CoccHIa (L'armonia fondamentale del verso 
latino, Napoli, 1920, pp. 406 sgg.) scexe in lizza a combattere la teoria 
della confluenza nella metrica romanza di influssi esotici, special- 
mente per quello che riguarda il nostro endecasillabo, propaggine, 
secondo l'affermazione del Rajna, del decasillabo francese; che a sua 
volta avrebbe derivato ritmo e rima dai canti popolari gallici. Prima 
di passare all'esame spicciolo della derivazione di varî metri romanzi 
dai classici, egli espone la dottrina del Thurneysen e del Becker che 
rovesciarono l'ipotesi dello Zevss, col sostenere ehe dalla metrica 
classica prende le mosse non solo la romanza, ma anche quella cel- 
tica, e finisce per condividere l'ulteriore elaborazione che di questa 
tesi fece Kuno Meyer. secondo cui i Celti adattarono le forme poe- 
tiche che già avevano, ai modi dell'innologia latina, irradiatasi da 
Roma coi principî della nuova fede. e che. a partire dal quarto secolo 
adotta il principio della rima. 

(1) Purg., XII, 27. 

(2) Purg., XII, 28 sec. 


n 


8 8. FRASCINO 


anche a prescindere dai frequenti iati, che, agglutinando l'un 
suono all’altro, impacciano ogni movimento (1), spiccano in 
ogni verso non meno di quattro accenti ritmici, che col com- 
passato martellamento ne inchiodano quasi i varìî membri, 
distaccandoli l'uno dall’altro, sì da costringere a continue e 
faticose riprese di voce, ed il ritmo che si chiude riceve l’ultima 
scossa. dal cozzo di due accenti consecutivi, di nona e di de- 
cima (« mortal gelo »). 

Nella sua grande libertà di atteggiamenti, il ritmo della 
nuova poesia, in cui l'intervallo musicale può discordare, 
come l’ordinario discorda, dall’intervallo sillabico, variando 
inoltre da verso a verso anche il numero e l’intensità degli 
accenti, differisce adunque nei suoi caratteri fondamentali e 
da quello della musica e da quello dell’antica poesia quanti- 
tativa. Esso, lungi dal potersi segnare col metronomo, come 
nella musica, è avvertibile solo al nostro spirito, nell’infinitaà 
varietà di sfumature di cui si colora. Onde il voler attribuire 
dei valori musicali di tempo a tutti i metri del sistema accen- 


(1) A conferma di quel che abbiamo rilevato sull'origine del ritmo 
accentuale, che cioè le tendenze ritmiche trionfate nelle lingue ro- 
manze erano già parzialmente e come in potenza sentite nella poesia 
latina. si potrebbe qui addurre l’ufficio di esprimere la celerità che 
già nella lingua latina avevano i nostri sdruccioli. Così nell'esempio 
oraziano (Zp., II, 35): 


Pavidumve leporem et advenam laqueo gruem 
Captat iucunda pracmia. 


Analogamente si può osservare che, con criterî non diversi da quelli 
di oggigiorno, Quintiliano rilevava (Znsf. or., TX, 4. 33) gli effetti 
dell'iato, « vocalinum concursus qui, cum accidit, hiat et intersistit 
«et quasi laborat oratio ». 

Proprio in Dante trova il Foscolo appagato il suo gusto romantico 
per l'abbondanza degli jati, el'egli loda come propria dei poeti pri- 
mitivi (Discorso sul testo, pp. 478-9); jati che il Boileau si preoccupò 
bene di bandire dalla poetica classicheggiante, dove non è posto 
aleuno per il primitivismo dell’arte (Art poetique, I, pp. 107 ag.): 

Giardez qu'une vovelle è courir trop hatée 
Ne seit d'une vovelle en son chemin blessée, 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 9 


tuale, come pure è stato tentato (1), risulta opera incerta e 
vana: in essi le singole sillabe non rappresentano dei valori 
di tempo definiti o definibili. 

Considerati i rapporti del ritmo fra musica e poesia, a chi 
prenda in esame i rapporti che nelle due arti sorelle presenta 
il secondo elemento comune, il suono, la prima osservazione 
la quale vien fatta di stabilire è che, dovendosi nel linguaggio 
riconoscere la più antica espressione e, nello stesso tempo, 
impressione melodica dell’uomo, l’ufficio della musica di muo- 
vere i sentimenti dell’animo colla sola virtù dei suoni, trova 
ragione in una delle leggi costitutive dell’'umana favella, 
quella per cui in origine molte parole si vennero conceretando 
in virtù di una funzione prevalentemente fonica: « neque enim 
«aliter eveniret ut illi quoque organorum soni, quamquam 
«verba non exprimunt, in alios tamen atque alios motus 
«ducerent auditorem » (2). Lo stesso termine « onomatopea » 
etimologicamente significa proprio « formazione delle parole » 
quasi i Greci volessero significare che la legge per eccellenza 
| di tal formazione avesse il suo fondamento nella corrispondenza 
del pensiero al suono; ed a tacere delle opinioni dei: filosofi 
greci primitivi, come Pitagora, Eraclito, Democrito, i quali 
esplorarono solo superficialmente il problema del linguaggio, 
non va dimenticato che già Platone, proponendosi nel Cratilo 
il quesito se il linguaggio si sia venuto costituendo per natura 
(puo) 0 per convenzione (dé0e:), esprime il pensiero che nel 
suono sì debba riconoscere l'essenza dei nomi, che i nomi per 
natura siano nelle cose e che positore di nomi debba essere 
solamente colui che abbia la capacità di porre la specie di essi 
nelle lettere e nelle sillabe. 

Potremo rimanere scettici al parere del filosofo greco che 
esclude la convenzione come processo formativo del linguaggio, 
parere che non può non essere messo alla stregua del suo sistema 


— — ——- — —-—— ‘ 


(1) A. GALLI, Estetica della musici, Torino, 1900, pp. 152 seg. 
(2) QUINTIL., ZInst. or., IN, 4, 10. 


10 8. FRASCINO 


trascendentale, e potremo, anche osservando il fenomeno mi- 
rabile dell’accordo di tutte le lingue europee nell’esprimere 
lo stesso concetto di « andare » mediante la vocale radicale i, 
non ravvisare nelle radici quel quid divinum che vi scopriva 
Federico Schlegel, troppo sospetto per le sue tendenze roman- 
tiche; ma non potremo comunque scemare il peso dell’opi- 
nione di Max Miiller, il quale, pure attenuando l’importanza 
dell’onomatopea, riconosce che «le quattro, fino a cinque- 
«cento radici, che come ultimi residui restano nelle varie 
« famiglie linguistiche, sono tipi fonetici fondamentali, prodotti 
«da una forza innata alla umana natura. Essi esistono, come 
« direbbe Platone, per natura; sebbene con Platone potremmo 
«aggiungere che, dicendo per natura, intendiamo, per opera 
« divina » (1). 

Del resto, pel nostro assunto è di secondaria importanza 
la questione dell’origine convenzionale, naturale, o divina del 
linguaggio; assai più c’importa sottolineare il fatto che quel- 
l’onomatopea, che Max Miiller non esiterebbe a mettere alla 
porta nella formazione delle radici, la vediamo far capolino 
dalla finestra, col suo incontestabile intervento, nell’evolu- 
zione delle radici in parole. 

La connessione, nella parola, del pensiero col suono, par- 
rebbe sanzionare la legittimità dell'opinione, secondo cui la 
prima idea della musica fu suggerita dall’imitazione della 
melodia sgorgante dall'umana favella modulata a canto. E 
molto vicino al canto dovè essere in origine il linguaggio, quando 
la voce si modulava assai variamente in altezza, siccome (se 
ad infanzia quella prima età può paragonarsi) ancor oggi si 
può riscontrare nella facilità con cui i bambini mettono in 
azione le loro corde vocali su di una estensione assai più grande 
che gli adulti non sogliono fare. Di guisa che, come si suole 
dire che il primo linguaggio dell'esaltata fantasia umana fu 


——___T——________—— LS 


(1) Max Micter, Vorlesungen iiber die Wissenschaft der Sprache, 
Tipsia, 1863, IL p. 331. 


= - 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 11 


poesia, si p«trebbe aggiungere che quella poesia fosse canto, 
e che il canto assumesse la compostezza del parlare comune, 
come col tempo quella poesia si ridusse a prosa. 

Del canto, inteso nel senso proprio della parola e in genere 
della musica, è l’aver disciplinato i suoni in modo ancor esso 
tutt’affatto empirico, in. gradazioni di altezza, secondo che 
alla combinazione di essi risultava maggiore melodia (1), 
gradazione che, assai dopo, si vide essere regolata, nel numero 
delle vibrazioni, da rapporti che si ripetevano inalterati dopo 
ogni serie di sette note, costituenti, nella loro ininterrotta 
continuità, la cosidetta gamma musicale. 

La varia relazione dell'altezza fra due note, così stabilita 
con rigorosità matematica in base all’intensità delle vibrazioni 
e denominata con parola tecnica « intervallo », trova rapporto 
di affinità coll’accento musicale della lingua e della poesia 
latina, accento consistente in un’elevazione di voce che ricor- 
reva su determinate sillabe, rispetto al tono normale delle 
altre. «Sit lectio poetarum non quidem prosae similis, quia 
«et carmen est et se poetae canere testantur », avverte Quin- 
tiliano (2), riferendosi a tale accento. 

Questo sentimento della musicalità nella lingua e nella 
poesia latina è da riguardare, secondo le ultime conclu- 


(1) Che l'altezza dei suoni sia in rapporto diretto con l'intensità 
delle vibrazioni è un fatto notato fin da Boezio (Harmon., IV, 
cap. I): « quoniam acutae voces spissioribus et velociorihus motibus 
« incitantur, quam vero tardioribus ac raris, liquet additione motuum 
«ex gravitate acumen intendi, detractione vero motuum laxari ex 
«acumine gravitatem ». Dante, che con termine scolastico chiama 
forma l'altezza del suono, si sarà reso conto di tale fenomeno, s’egli 
osservò così propriamente che essa dipende dalla lunghezza della 
corda o della colonna d'aria in vibrazione (Par, XX, 21): 


E come suono al collo della cetra 
Prende sua forma, e sì comal pertugio 
»- De la sampogna vento che penetra... 


Cfr. R. VALENSISE, La forma del suono secondo PA., Napoli, 1900. 
(2) Inst. or., T., 8. 2. 


12 8. FRASCINO 


sionì (1), come strettamente connesso con quello della quan- 
tità; opinione avvalorata dalle osservazioni fatte nello slavo, 
unica lingua ariana che ancora conservi integra la coscienza 
musicale, intesa in tale senso, accanto a quella quantitativa. 

Ma anche in questo campo, il processo evolutivo diede 
luogo a modificazioni profonde ed il prevalere nell’accento 
della forza del tono sulla sua altezza (2), segna nella nuova 
poesia e nelle nuove lingue romanze un notevole discostamento 
dalle tendenze della poesia classica, la quale, cosa già notata 
per il ritmo, inclinava, ancor sotto questo rispetto, a maggiore 
affinità con la musica. Cominciandosi a distinguere nella vo- 
cale breve o lunga latina non più la sua durata, ma il suo 
timbro, così come tramontava il sentimento della musicalità 
inerente all’altezza del suono, veniva acquistando campo quello 
nuovo, basato sul diverso grado di colorazione. Parallelamente 
alla nuova tendenza che nella bassa latinità portò alla trasfor- 
mazione del ritmo, comincia a delinearsi questo nuovo senti- 
mento musicale del suono in sè considerato e non in rapporto 
alla suna altezza; e a misura che si va affievolendo il senso 
della quantità, comincia a spiccare, in inizio specialmente 
nei canti chiesastici e nei versi leonini (3), la tendenza all’allit- 
terazione, all'assonanza, alla consonanza, tendenza che culmina 
nella rima, la quale può dirsi che denoti la maturità del nuovo 
sentimento che si ebbe del suono nella parola, con la consa- 
crazione a pregio di quella concordanza fonetica ch'era prima 
non già sconosciuta, ma schivata come difetto (4). 


(1) EF. Coccuma, L'armonia fondamentale del verso latino, Napoli, 
1920, pp. 1585 seg. 

(2) «Il passaggio dal latino alle lingue romanze data dal momento 
«in cui l'accento latino mutò il suo carattere, non il suo posto e la 
« forza del tono prevalse sulla sua altezza, fino a sostituirla ». BERN 
Tex. TRINK, Dauer und Klang, Strassburg, 1879, p. 2. 

(3) « Inter hexametros antiquos et leoninos id discrimen est, ut 
«in illis homoteleuton numero ocenltetur, in his numerus homote- 
«leuto ». Fantert, De Rhomoteleuti natura et indole, p. 25. 

(4) « Ila quoque vitia sunt... si cadentia similiter et similiter desi- 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 13 


Questo nuovo sentimento è dunque da considerare frutto 
della ricerca, puramente evolutiva, d’una nuova coscienza 
musicale del linguaggio, come si andava offuscando quella 
che già se ne aveva: coscienza che diciamo musicale in quanto 
che, come quella inerente alla poesia classica aveva di base 
un principio essenziale nella musica, il principio dell’altezza 
dei suoni, così anche questa della nuova poesia s'imposta sur 
un fondamento comune all'arte sorella, quello della loro colo- 
razione. I suoni acuti destano naturalmente, nella musica 
come nella poesia, l’idea della gaiezza, della soavità e della 
serenità dei sentimenti, mentre i suoni cupi echeggiano la nota 
mesta e lugubre dell’anima umana: l’appellativo di suoni chiari 
dato agli acuti e di suoni oscuri ai bassi, con espressioni rap- 
portate alla luce del giorno, foriera di gioia, ed alle tenebre 
della notte, nunzie di malinconia, dimostra ancora una volta, 
se bisogno ve ne fosse, come il nostro spirito sia la vera unità 
di misura cui esso riduce tutto il mondo esteriore. 

Abbiamo notato che, subordinatamente al ritmo quantita- 


«nentia ct codem modo declinata jungantur ». QUINTIL., Inst. or., 
IX, 4. 42. — W. GRIM che si propose di rintracciare le rime in cui 
incorsero i poeti latini (Zur Geschichte des Reims, Berlin, 1852) ne 
trova ottanta nel solo primo libro di Lucrezio; ma lasciando da parte 
le rime dette leonine, o concordanze desinenziali monosillabiche 
(« fecundas » e « glebas », «omnem » e «materiem ») ricorrenti per 
lo più fra la pausa ritmica dopo la cesura e la pausa finale del verso, 
il numero delle rime vere e proprie, che son quelle che presentano 
l'identitîr fonetica dopo l'accento tonico, resta assai assottigliato 
in quel poeta (p. 112), diventa quasi nullo in Virgilio (p. 121), tenue 
in Orazio (p. 125), meno scarso in Ovidio (p. 131), scarsissimo in 
Marziale e Giovenale. La tendenza alla rima è più in diminuzione 
che in aumento in Grazio Falisco, Manilio, Calpurnio, Persio, Lueano, 
Valerio, Silio, Stazio; come nei poeti del secolo seguente Sereno, 
Nemesiano, Lattanzio, Ausonio, Claudiano, Aviano, Prudenzio: in 
quelli del quinto Sedulio, Morobaude, Prospero Aquitano; e del sesto, 
Prisciano, Venanzio Fortunato (p. 134). i 

Come testimonianza antichissima della rima Jeonina si considera 
ordinariamente l’iscrizione trovata in una chiesa eretta in Roma da 
Belisario, iscrizione resa nota dal Baronio (a. 538). 


14 8. FRASCINO 


tivo, già nella poesia latina era avvertito quello sillabico 
accentuale poi trionfato nella poesia romanza: così, anche a 
proposito del suono, dobbiamo osservare che già nella poesia 
latina, subordinatamente all’accento musicale, era avvertito 
nella parola l’effetto della varia colorazione e del vario timbro 
dei suoni che la costituivano. Interpretando la nota lugubre 
del lamento con la più oscura delle vocali 


Lamentis, gemituque et feminco ululatu 
Tecta fremunt... 


il massimo dei poeti latini (1) sembra anticipare l’onomatopea 
foscoliana 


Ma di veltri continuo «lulato... 


dì un luogo delle Grazie (2) e scrivendo « e planior littera est, 
«è angustior est », Quintiliano par stabilire con la teoria quel 
principio che seguirà in pratica l’Ariosto, raccomandando la 
nota della gentilezza muliebre al più chiaro dei suoni, su cui 
solo insiste l’accento ritmico d’un verso: 


La verginella è simile alla rosa 


Che in bel giardìn sulla nativa spina... 


È ovvio che la nuova coscienza musicale della parola non 
simposta esclusivamente sul diverso grado di colorazione 
delle vocali. Come fisiologicamente le ossa non sono scisse 
dalla carne, così le consonanti, formando un tutto indissolu- 
bile con le vocali, entrano anch'esse per gran parte nel nuovo 
sentimento musicale (3), più o meno avvalorate nei loro effetti 


(1) MAen., VI, 667. 

(2) I. v. 103. i 

(3) Delle consonanti, nella lingua latina, era foneticamente, sentita 
più la funzione negativa che la positiva: « Ceterum consonantes 
« quoque, earumque praecipue quae sunt asperiores, in commissura 
« verborum rixantur, ut si s ultima cum x proxima confligat. quarum 


« tristior etiam, si binae collidantur, stridor est ». QUINTILIANO, Inst.. 
IN, 4, 37. 


SUONO RK PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 15 


dal ritmo e dalla rima. A questa, com'è facile comprendere, 
spetta una parte capitale nell’assecondamento che dal suono 
riceve il pensiero. Chi non sente che sottile come la voce di 
un bimbo è la rima del verso (1) | 


Ed anche per le vocì puerili 
e larga come un’ondata nell’altro (2) 
Ed in altrui vostra pioggia repluo 


avrà sacrificato non poco della loro efficacia. Quale orecchio 
e quale spirito resterà insensibile alla sonorità di una rima 
in omba? Sulla quale è facile spiegarsi l’accordo dei poeti, 
quando vogliono esprimere il fragore. Dante mette quella 
rima in servigio della cascata di Flegetonte 


Già era in loco ove s’udia il rimbombo 
Dell’acqua che cadea nell’altro giro, 
Simile a quel che l’arnie fanno, rombo; 


Inf., XVI, 1 sgg. 
e della tromba apocalittica | 


Di qua dal suon dell’angelica tromba, 
Quando verrà lor nimica podesta... 
Udirà quel che in eterno rimbomba... 


Inf., VI, 95 sge. 


per lo stesso istinto d’arte per cui il Poliziano ne trae il fragore 
delle cateratte del Nilo e lo squillo della tromba di Megera: 


Con tal tumulto, onde la gente assorda, 
Dall’alte cateratte il Nìl rimbomba; 
Con tal orror del latin sangue ingorda 
Sonò Megera la tartarea tromba... 


Stanze, I, 28 


(1) DANTE, Par., XXXII, 47. 
(2) Ibid., XXV, 78. 


16 S. PRASCINO 


per cui Lucrezio le affida, in posizione, se non in funzione di 
rima, il compito di propagare il suono del corno: 


Quum tuba depresso graviter sub murmure mugit, 
Aut reboant rauca retrocita cornua bombum. 


De rer. nat., IV, 543 sg. 


Ed ecco come il Tasso, nel dettare una sua ottava non si 
scosta dall’esempio del Poliziano, che a sua volta aveva avuto 
presente un luogo di Virgilio (1): | 


Chiama gli abitator dell’ombre eterne 
Il rauco suon della tartarea tromba: 
Treman le spaziose atre caverne 
E l’aer cieco a quel rumor rimbomba... 


Ger. lib., IV, 66. 


Sensibilissimo alla musica della parola, il poeta sorrentino 
si lasciò specialmente adescare dal fascino della parola tar- 
tarea, che, collegata a tromba, riproduce con mirabile ono- 
matopea il suono di questa, ben altrimenti che nell'infelice 
tentativo enniano: i 


At tuba terribili sonitu taratantara dixit... 


Si sa che alla musica è dato sfruttare in tutti i suoi effetti 
il fenomeno della varia colorazione dei suoni. Con la parola. 
da cui prescinde la musica, ha invece da fare i conti la poesia 
e la parola è soprattutto pensiero, come la poesia, a quel che 
abbiamo detto, è soprattutto pensiero. Ma come la poesia. 
assurgendo a suprema interprete dell’anima umana, induce 
e sforza la parola ai limiti estremi della sua potenza espressiva. 
così ne avvalora tutto ciò che vi trova di musicale, sia pure 
in senso relativo. Non è la musica che si vale di un linguaggio 


(1) Dove il poeta descrive il segnale che, per istigazione di (*u- 
none letto da della mischia fra Troiani e Latini (Aen., VII, 513 sg.). 


Pastorale canit signum, cornuque recurvo 
Tartarcam intendit vocem... 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 17 


unico ed a tutti comprensibile, esprimendo in maniera gene- 
rica il sentimento e quasi a stento rispecchiando l’indole de- 
vari popoli fra i quali è prodotta, sibbene è musicalità streti 
tamente aderente al pensiero e fondata principalmente sul- 
l’onomatopea; musicalità così ricca di sfumature che ad essere 
debitamente gustata, richiede non solo conoscenza intima 
della lingua, ma naturale finezza di gusto, perfezionata col- 
l’educazione; musicalità intesa «non nel senso che un fo- 
« nema vocalico o consonantico debba poter dire questo o 
« questo, ma nel senso che quel minimum di virtù espressiva 
« dei fonemi resta allo stato neutro nella parola e nella frase, 
« fino a che l’idea non offra con tali fonemi alcun rapporto, 
« sia pure lontano. Solo codesto può autorizzare l’opinione che 
« l’î e lu si prestino naturalmente all’espressione dei suoni 
« stridenti e penetranti, che l’erre includa in sè un’espressione 
« di fremito, l’esse di sibilo, e l’elle sia investita di quella deli- 
« catezza e liquidità che le assegnano la signoria di versi me- 
« ravigliosi » (1). 

Sono queste le stesse conclusioni cui pervenne più di recente 
un altro studioso (2), le uniche cui possa ragionevolmente per- 
venire ogni cultore di questa materia. Esse ci spiegano perchè 
nei versi del Petrarca 


Le donne lagrimose, e ’1 vulgo inerme 
De la tenera etate, e i vecchi stanchi 


(1) C. De Lotrtis in Victorhughiana, La Cultura, 1912, p. 696. 

(2) « En somme, tous les sons du langage, voyelles ou consonness 
« peuvent prendre une valeur expressive, lorsque le sens du mot 
« dans lequel il se trouve, s'y préte; si le sens n'est pas susceptible 
a de les mettre en valeur, ils restent inexpressifs. Il est évident que 
« de mèéme dans un vers s'il v a accumulation de certains fonèmes, 
« ces fonèmes deviendront expressifs ou resteront inertes selon l’idée 
« exprimée. Le mème son peut servir ou concourir è exprimer 
« des idses assez différentes lune de l'autre, sans qu'il puisse tou- 
« tefois sortir d’un certain cerele où l'enferme sa nature propre ». 
M. GRAMMONT, Le rers fruncais, ses. moyens d'erpression. son har- 
monte, Paris, 1913, p. 206. 


9 — Giornale storico — Suppl. n° 24 


18 S. FRASCINO 


C’hanno sè in odio e la soverchia vita, 
E i neri fraticelli e i bigi e i bianchi, 
Con l'altre schiere travagliate e inferme 
Gridan: O Signor nostro, gita, aita! 


Canz. « Spirto Gentil », 57 segg. 


le ultime parole, sebbene in rima, non hanno avuto celebrato 
il loro valore onomatopeico come nel passo pariniano dove 
la « vergine cuccia » 
..i gemiti alzando: aita, aita 
Parea dicesse e dalle aurate volte 
A lei la impietosita Eco rispose 
Mezzog., 527 segg. 

(da notare che la parola « impietosita » riecheggia con un effi- 
cacissimo rimalmezzo la parola « aita »); e ci persuadono anche 
dell’impossibilità di classificare gl’infiniti effetti cui uno stesso 
fonema si può prestare, e la cui efficacia non può essere rile- 
vata ehe caso per caso. Il fremito della erre può servire a 
Dante per rendere il tremolìo delle fronde d’una foresta 


Per cuì le fronde, tremolando pronte, 
Purg., XXVIII, 10 
all'Ariosto per ritrarre la rabbia canina 
Come soglion talor dui can mordenti 
O per invidia o per altr’odio mossi, 
Avvicinarsi digrignando i denti 
Con occhi bieci e più che bracia rossi; 
Indi a' morsi venir, di rabbia ardenti, 
Con aspri rinthi e rabuffati dossi... 
Orl. Fur., II. 5 
ailo Shakespeare per rendere il ruggito del leone 
When lion rough in wildest rage doth roar... 
Midsummernights Dream, 5, 1 


come lo stesso colore può prestarsi a molteplici effetti in cento 
sfumature diverse. 


SUONO E PENSIERUO NELLA POESIA DANTESCA 19 


E quantunque sia una bizzarria, non deve far ridere il caso 
di un poeta francese, il quale trovando la parola flotter ina- 
deguata foneticamente al concetto che esprime, ebbe il co- 
raggio di farne un floflotter! 

Se anche nella moderna poesia si volesse ravvisare una 
musicalità inerente all'altezza dei suoni, si finirebbe col voler 
definire delle sfumature variamente avvertite da chi legge e 
che in tanto possono avere un valore, in quanto come tali 
sono considerate. Un tentativo di voler attribuire valore di 
altezza musicale alle sillabe nel verso si ha nell’opera testè 
citata (1); ma quando ciò sì sia fatto, nè se ne avrà della 
bella musica, nè si sarà contribuito a meglio gustare il verso. 
Onde la poca fruttuosità di questi conati. 

Dall'esame in cui finora ci siamo indugiati, degli elementi 
musicali della poesia, emerge la conclusione che essi, per 
quanto, nei varî momenti, siano stati avvalorati in un senso 
più che in un altro, hanno però sempre fatto capo alle immu- 
tabili leggi dell'armonia, quali sono state raccolte e compen- 
diate nella musica. Questa tende alla definizione rigorosa di 
tutti gli elementi che concorrono a costituirla; ma quegli stessi 
elementi sì possono cogliere sparsi e meno determinatamente 
distinti nella poesia. Nelle identificazioni e nei raccostamenti 
cui con troppa facilità si è indotti, spesso più s'aguzza l'occhio 
e meno si discerne ed in cose che il nostro spirito intuisce vici- 
nissime, alla nostra indagine appare separazione di lungo in- 
tervallo. Onde meglio è lasciare che il nostro spirito senta la 
musicalità della poesia nella poesia, senza volergliela tradurre 
in musica; esso sa operare il miracolo di cogliere rapporti ben 
più lontani e sfumature più lievi; ad esso è dato intuire ta 
musicalità perfino in un paesaggio o nei colori d'un quadro, 


(1) GRAMMONT, p. Ss seg. Cir. anche PF. Zampanpi, Il ritmo dei 
versi latini, Torino, 1874, pp. 56 sgg 


m*' 


20 8. FRASCINU 


e lo spirito unificatore di Dante può traslatare l’armonia di 
sentimento musicale in un concetto ben più remoto: 


Diverse voci fan giù dolci note: 
Così diversi scanni in nostra vita 
Rendon dolce armonia tra queste rote! (1) 


Par., VI, v. 124 agg. 


Quanto all’opinione, infine, che non possa essere poeta chi 
non sente profondamente la musica, essa non è minimamente 
attendibile. E sorprende come in ciò molti si siano lasciati 
indurre in errore per il semplice fatto che alcuni dei più celebri 
passi poetici hanno ispirato composizioni a valenti musicisti! 
Sarebbe come attribuire un sentimento profondo della poesia 
ad un musicista, solo perchè ha incontrato la ventura di avere, 
malgrado qualche secolo dopo la sua morte, spronato colla 
sua musica l’estro d’un poeta! Vanto del poeta può essere 
di sfruttare della parola tutto l'elemento musicale, ma altra 
cosa è, a quel che abbiam visto, la melodia della musica, altra 
quella della poesia (2). 


Che Dante amasse e sentisse la musica c’induce a crederlo 
non il fatto che alcuni suoi episodî hanno ispirato il Rossinì, 


mm — —T To 


(1) A questa terzina può servire di commento un passo del Con- 
vivio (T, V, 13). 

(2) «La poesia è parola e la musicalità della parola è essenzial- 
«mente ritmo... La storia della letteratura è piena d’esempi di poeti 
«che non sentivano la musica, quantunque molti dicessero di amarla. 
«To conosco il più musicale, forse, dei poeti viventi, ed egli ama con 
«estasi la musica; ma è incapace di solfeggiare senza stonature atroci 
«anche l'arietta la più facile, nè s'avvede delle stonature altrui; senza 
«la percezione degli intervalli, non può esserci percezione della me- 
«lodia; è evidente dunque che è solo il ritmo che in questo caso è 
«colto e gustato. E credo che. psicologicamente, non sia difficile 
«spiegarsi come un cervello essenzialmente fatto per la poesia € 
«adatto a percepire ogni sfumatura e delicatezza ritmica, sia poi 
«inerte alle impressioni melodiche; l’acutezza e la ricchezza di perce- 
«zione nell’una parte di ciò che forma la musica è a detrimento 
« dell'altra ». Queste ultime parole d'uno scritto di A. ResTORI (Bull. 


I = er 


TT pre TTT 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 21 


il Donizetti, il Verdi, per limitarci agl’Italiani; ma la testi- 
monianza del Boccaccio (1), riconfermata dal Bruni (2), da 
Benvenuto da Imola (3), da Giannozzo Manetti (4), da Giovan 
Mario Filelfo, il quale, invero, abbellisce la tradizione con i 
ricami della sua fantasia (5), e dal Pucci, che ingenuamente 
svolse nel suo Centiloquio la Cronica del Villani (6); oltre gli 


N. S., X, p. 411), che giustamente corregge le divagazioni cui, par- 
lando di Dante, si lascia andare uno scrittore francese, vanno forse 
oltre il vero, poichè la natura può esser prodiga di tutti i doni ai 
suoi favoriti, come, nel caso nostro, lo fu al Wagner; per il resto i 
termini della questione sono bene individuati e precisati. 


(1) Secondo essa, Dante «sommamente si dilettò in suoni e in 
* canti nella sua giovinezza, e a ciascuno che a quei tempi era ottimo 
:cantatore o suonatore fu amico, ed ebbe sua usanza; e assai cose, 
ada questo diletto tirato, compose, le quali di piacevole e maestre- 
‘vole nota a questi cotali facea rivestire ». P. 37 delle Vite di Dante, 
Petrarca e Boccaccio, curate dal SOLERTI, ed. Vallardi. 

(2) « Dilettosi di musica e di suoni ». Vite di Dante, cit., p. 104. 

(3) « Ipse enim nimium delectatus ab ipsa iuventute sonis et 
‘cantibus musicus fuit, amicus omnibus optiniis musicis et citha- 
*«raedis sui temporis, et praesertim isti C'asellae, qui intonavit multos 
asonos eius ». Ercerpta historica er Commentariis Benvenuti de Imola 
in ('omoediam Dantiz in MURATORI, cAntig. ital., I. 

(4) «In adolescentia vero sonis cantibusque usque adeo oblecta- 
«batur ut cum eius temporis peritioribus artis musicae magistris 
«frequentius conversaretur, quorum nimium summa quadam volu- 
«ptate allectus atque exhilaratus, Florentino idiomate et soluta 
«oratione et carmine multa egregie composuit ». Vite di Dante, cit., 
p. 140. 

(5) « Canebat suavissime, voceni habebat  apertissimam, organa 
«citharamque callebat  pulchberrim:e ac personabat, quibus. solebat 
«suam senectutem in solitudine delectare sacpenumero ». Vite di 
Dante, cit.. p. 184. 

(6) Così si esprime, fra le sette scienze, la Musica, piangendo sulla 
bara di Dante (v. 88 agg.): 

Or chi avrà pietà del mio torinento 
Poichè ho perduto Tallegrezza e il canto? 
E dico che non fu giammuini stormento 

AI mondo con sì dolce melodia 
Né che facesse ogni uditor contento 
Come la tua solenne Comedia 


Chè accordò si le corde al suono umano 
Che il pregio di Boezio s'andòo via! 


22 S. FRASCINO 


episodi, anche troppo significativi, di Casella e di Belacqua, e, 
last not least, il grande onore che alla terza delle arti del qua- 
drivio è sempre reso nel poema, in particolare nelle due ultime 
cantiche, che ci compensano delle « dolenti note » della prima. 
A Calliope, la musa dalla bella voce, sale l’invocazione proe- 
miale del Purgatorio, nei cui gironi «s’entra per canti», e 
al canto sacro echeggiante sulla distesa dell’oceano, ed innal- 
zantesi, come una lieta barcarola, dalla bocca degli spiriti con- 
dotti dall’angelo nocchiero, segue quello sgorgante dalle 
labbra di Casella, mentre le anime purganti cantano in coro 
le loro penitenze ed inneggiano, giubilando, col Gloria alle 
assunzioni celesti. 

Nel Paradiso la musica non è più solo vocale, come nel 
Purgatorio, ma mista e confusa colla strumentale, sì che più 
che mai propria risulta l’invocazione proemiale della terza 
‘antica ad Apollo citaredo, cantore e suonatore nello stesso 
tempo. Ad inondare di musica l’ultimo regno, Dante accoglie 
la tradizione pitagorica dell'armonia della rota celeste e l’ac- 
coppia alla dottrina cristiana dei cori angelici (in cui nient'altro 
è da ravvisare che la trasformazione dell’antica tradizione), 
cimentando l'estrema possa del suo verso nel rendere gli 
accordi divini che si diffondono, coi concenti dell’arpa, dalla 
croce di Marte, o scaturiscono, come da magico flauto, dal 
collo dell’aquila, nel cielo di Giove, o accompagnano, di volta 
in volta, i canti e le danze dei beati. 

Tutto questo è più che bastante per testimoniarci il culto 
che Dante ebbe per la musica, al cuì effetti con tanto calore 
ritratti (cla musica trae a sé gli spiriti umani, che sono quasi 
« principalmente vapori del cuore (1), sicchè quasi cessano 
«da ogni operazione: si è l’anima intera quando l’ode, e la 


(1) Questi vapori del cuore sono messi in relazione nientemeno che 
con i vapori che s'addensano intorno a Marte, nella serie delle corrì- 
spondenze che il poeta istituisce fra il cielo di quel pianeta e la mu- 
sica (Conr., II, 14). | 


SUUNO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 23 


« virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve il 
«suono ») egli ci dimostra tutt’altro che ottusa la sua sensi- 
bilità nell’episodio di Casella, dove la dolcezza del canto si 
sposa a quella della poesia: 


Noi eravam tutti fissi ed attenti 


Alle sue note... 


Che, d’altro canto, la stessa poesia Dante giudicasse quasi 
una composizione musiczle intessuta di parole, chiaramente si 
rileva dal passo dove rimpiange la dolcezza di suono, che nella 
traduzione delle opere più insigni era andata, secondo lui, 
irreparabilmente perduta: « E però sappia ciascuno che nulla 
* cosa per legame musaico armonizzata si può dalla sua loquela 
«in altra trasmutare, senza guastare tutta sua dolcezza ed 
«armonia. E questa è la ragione per cuì Omero non sì mutò 
«di greco in latino, come l’altre scritture che avemo da loro: 
«e questa è la ragione per che i versi del Psaltero sono senza 
«dolcezza di musica e d’armonia; che essi furono trasmutati 
«d’ebreo in greco e di greco in latino e nella prima trasmuta- 
«zione tutta quella dolcezza venne meno » (1). 

Questa presa di posizione, che pone l’Alighieri contro la folta 
schiera dei suoi futuri traduttori, è un omaggio reso o un 
diritto riconosciuto alla musicalità della poesia, che egli non 
dissiunge nel suo pensiero dall'arte dei suoni, anche altrove, 
indugiandosi a descriverne gli effetti « nelle parole armonizzate 
«e nelli canti, dei quali tanto più dolce armonia risulta, quanto 
« più la relazione è bella, perchè massimamente in essa s'in- 
‘tende » (2). Ma quello che per noi più importa rilevare è che 
se Dante ebbe un adeguato concetto della musicalità della 
poesia in genere, ebbe della musicalità della sua poesia in 
specie una coscienza straordinariamente chiara e precisa. 

Onde l'opportunità di rendersi conto di quanto TLautore 


(1) Cone., T, 7. 
(2) Conr., II, 14. 


24 S. FRASCINO 


pensasse e volesse, prima di passare all'esame degli elementi 
musicali che non costituiscono il pregio ultimo della sua poesia, 
ed ammirato non da oggi, se l’Anonimo scriveva di non voler 
«mandare in oblivione la suavissima musica e piena di sen- 
« suale dilettazione la quale per tutta l’opera è contenuta per 
cle joconde e limate rime con mirabile arte composte et 
«eziandio per la proporzione dei versi con giusta e debita 
« misura ». 4 


Dante e la musicalità della sua poesia. 


Tutto preso dall'idea della perfezione ad ogni costo, in 
tutti i campi dove applicò la sua mente, allo stesso modo come 
nella politica si foggiò lideale di un imperatore che «tutto 
«avendo e più desiderare non possendo » dovesse necessaria- 
mente riuscire l'incarnazione della giustizia, così, anche nel 
campo della poesia, Dante concentrò tutta la sua attenzione 
e rivolse tutte le sue simpatie su di un componimento che 
«tutto avendo e più desiderare non possendo », riuscisse ll 
non plus ultra di quello che dalla poesia ci si possa attendere. 
Questo beniamino della sua predilezione letteraria fu la can- 
zone! E poichè la perfezione di questo componimento in sè 
considerato non poteva risultare se non dalla perfezione di 
tutti gli elementi che concorrono a costituirlo, così assottigliò 
il suo ingegno per escogitare i mezzi che lo rendessero in ogni 
singolo aspetto superiore ad ogni confronto, in concreto ed 
in astratto. 

La sua prima preoceupazione fu quella di delimitare l’'argo- 
mento della canzone, compito ch'egli assolve prima d’ogni 
altro, nel De Vilgari Eloquentia, basandosi su un fondamento 
filosofico. Triplice è la facoltà dell'anima umana: la vegeta- 
tiva, comune alle piante, che sprona luomo all’utile e con 
l'utile alla propria conservazione e salvezza; la animale, co- 
mune ai bruti, che sprona l'uomo al piacere e col piacere al- 


SUONU E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA - 20 


l'amore; la razionale « fatta per propria dell'umana spece » 
che sprona l’uomo all’onesto e con l’onesto alla virtù. Il valore 
guerriero, il sentimento amoroso e la virtù morale, cardini 
dell'umana natura, debbono essere in conseguenza gli argo- 
menti della canzone. 

Reputando già in maniera illustre celebrato da Bertran de 
Born il valore delle armi, da Arnaldo Daniello e Cino da 
Pistoia il sentimento dell'amore, da Giraldo de Borneilh e da 
se stesso la virtù della rettitudine, Dante non fa che svelare 
la pratica da cui ha ricavata la teoria. Peccato che l’Italia non 
possa vantare ancora un cantore delle armi, come la Provenza! 

Questo è il primo e l’ultimo pensiero che Dante si dia di 
quello che riguarda la sostanza del suo componimento; le 
‘ preoccupazioni che più lo travaglieranno sono, com'è facile 
attendersi, per quel che riguarda la forma. Ed è a questo 
fine che egli non si risparmia di moltiplicare le distinzioni e le 
sottodistinzioni. Della canzone non gli riesce difficile dimo- 
strare la superiorità sui sonetti, sulle ballate e su ogni altro 
componimento (II, 3). Giudica l’endecasillabo « superbissimum 
«carmen » « tam temporis occupatione quam capacitate sen- 
«tentiae, constructionis et vocabulorum »; ma poichè nella 
canzone ricorre frequente anche il settenario, così egli in 
omaggio al suo ideale deve riconoscere che l’effetto dell’ende- 
casillabo si accresce in unione con l'altro metro, che è quello 
cui spetta il secondo grado di nobiltà: «et licet hoc quod 
‘dictum est celeberrimum carmen. ut dienum est, videatur 
“omnium aliorum, si eptasillabi aliqualem societatem assumat, 
‘“dummodo principatum optineat, clarius magisque sursum 
‘superbìire videtur » (II, 5, 5). 

Il riconoscimento della eccellenza di questi due metri, si 
noti, entrambi dispari, è assecondato poi a meraviglia da un 
altro suo pregiudizio, che cioè « simplicissima quantitas, quod 
‘est unum, in impari numero redolet magis quam in pari » 
(1, 16, 5): tutto par cospirare, nella sua mente, alla perfezione 
della canzone! 


26 S. FRASCINO 


Trattando dello stile, Dante lo tripartisce in tragico, comico 
ed elegiaco: si sa che alla canzone non può spettare che il 
più nobile grado di questa trinità: il tragico (II, 4). Passando 
alla costruzione, dalla insipida, sale alla sapida; dalla sapida 
alla sapida e venusta ed eccelsa (Fiecta marima parte florum 
de sinu tuo, Florentia, nequicquam Trinacriam Totila secundus 
adirit è il tronfio esempio che ne adduce), che naturalmente 
è riservata alla canzone. « Questa è la costruzione » esclama 
giubilante, « propria delle canzoni illustri, e questa seguirono 
« Giraldo, rolchetto di Marsiglia, Amerigo di Belnui, Amerigo 
«di Peculhan, il re di Navarra, Guido Guinizelli, il giudice di 
« Messina, Guido Cavalcanti, Cino da Fistoia e il suo amico!» 
(TI, 6). 

L'ideale poetico di Dante è dunque soprattutto un ideale 
di forma; ma come attingere quella « suprema constractio : 
che teneva la cima della sua mente? La via la conosceva ben 
egli che l'aveva con tanta perseveranza percorsa: solo dalla 
confidenza con gli antichi può risultare l'eccellenza fra i mo- 
derni e Dante non risponde per ambagi a quel quesito, ma con 
latino che non potrebbe essere più chiaro. « Et fortassis uti- 
«lissimum foret ad illam (supremam constructionem) habi- 
«“tuandam regulatos vidisse poetas, Virgilium videlicet, Ovi- 
« dinum Metamorfoseos, Statium atque Lucanum, nec non alios 
«qui usi sunt altissimas prosas, ut Titum Livium, Plinium. 
« Frontinum, Paulum Orosium et multos alios quos amica 
«solitudo nos visitare invitat » (II, 6, 7). In queste parole c'è, 
se non l’umanista, chè troppo ritiene ancora Dante della scoria 
medievale, il precursore degli umanisti, che si propone nel 
campo letterario moderno un ideale di forma che crede dover 
ricavare dallo studio dei classici. È qui che recitano veramente 
la loro parte le « grandi ombre » che nel Limbo faranno una 
comparsa soprattutto teatrale. 

Un riflesso della irraggiungibile perfezione classica e del suo 
«lucidus ordo » Dante vedeva nella «suprema constructio 
della canzone, esponente sommo «della perfezione poetica vol. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 27 


gare. Egli ci addita in questo campo i migliori modelli, offer- 
tigli specialmente dalla poesia provenzale, poesia di testa 
ove lo studio dell'elaborazione e di forma e di pensiero si 
sovrappone ad ogni freschezza d’ispirazione, quella freschezza 
cui Dante protesta, è vero, di ubbidire («io mi son un che 
“quando... ») ma che pur si compiace di vedere tradotta in 
linguaggio illustre ‘nella più sottile eccellenza di forma. Ed 
accanto a quel che di meglio gli offrivano i canzonieri proven- 
zali, come modelli di bello stile o di volgare eloquenza, Dante 
colloca la sua canzone « Amor che nella mente mi ragiona » 
(II. 6); accanto a Giraldo Daniello, Dante non esita a collo- 
carsì in schiera, come non esita a proclamarsi altrove « sesto » 
fra le aquile del classicismo « tragico ». Gli è che alla medesima 
tendenza dell'altezza di forma e di dettato che caratterizza la 
scuola classica, si uniformava l'alta lirica occitanica; quella 
nel racconto delle gesta eroiche o nell’illustrazione dei racconti 
mitici o nella lirica soggettività, questa nell’elevazione della 
materia d'amore ad un campo squisitamente spirituale, se 
pure convenzionalmente ideologico; ma a quel punto le due 
correnti confluiscono ed è così che Dante Alighieri può assi- 
dersi fra Virgilio Marone ed Arnaldo Daniello. 

Proprio su queste idee, che inseguono l’ideale della forma 
per farlo prigioniero del più nobile dei componimenti, si fonda 
la ripartizione che Dante si induce a fare della lingua, a se- 
conda degli argomenti da trattare. « Optimis conceptionibus 
“optima loquela conveniet » (II, 1, 8) egli asserisce, trovandosi 
in ciò d'accordo con i tardi coditicatori delle leggi della poesia 
%citanica, i quali dando la definizione della canzone nelle 
Leys d'amor non mancarono di avvertire che « nella canzone 
“Non si deve inserire alcuna volgare parola o alcun termine 
‘ villano e sconveniente ». Per lo stile tragico, ci vuole il vol- 
gare illustre! Dove trovarlo? È così che Dante si trasforma 
in cacciatore che nella selva fitta degl'idiomi italici dovunque 
fiuta l'odore ma in nessuna parte riesce a scoprire il giaciglio 
della bella pantera che implacabilmente insegne e che starebbe 


28 °  S. FRASCINO 


così bene ingabbiata nelle stanze della canzone! Il desiderio 
della preda lo portò a quella cernita dei vari dialetti italici 
che interessa direttamente il nostro assunto per i criteri con 
cui è fatta. 

Chi infatti prenda in esame tale rassegna, non tarderà a 
notare che il canone secondo cui Dante giudica sì fonda pre- 
valentemente su una ragione fonetica. Ragione che confina, in 
certi termini, con l’arbitrio, perchè il giudizio emesso volta a 
volta suì suoni finisce per riflettere un’impressione, la quale 
non può essere che soggettiva. Il nostro poeta sentenzia sui 
singoli dialetti in base ad alcune locuzioni tipiche di essi, 
locuzioni che egli giudica secondo i due elementi in cui riposa 
il valore musicale della parola: le combinazioni fonetiche in 
sc e l'accento come regolatore di esse. I dialetti istriano ed 
aquileiese, ad esempio, li riprova perchè gli offende l’orecchio 
la sgarbatezza degli accenti: « Ces fastu? crudeliter accentuando 
«eructant ». E per una ragione analoga, in cui c'entra un po 
anche la sua vanità di cittadino, stigmatizza tutte le loquele 
rusticane e montanine, « quae semper mediastinis civibus ac- 
«centus enormitate dissonare videntur » (I, 11, 6). Nè degno 
di preferenza gli pare il vernacolo siciliano, chè in esso gli 
offende l'orecchio la pesantezza di alcune parole « quia non 
«sine quodam tempore profertur, ut puta ibi: Tragemi d'este 
« focora ». Il termine sottinteso di tali confronti è, all’ingrosso, il 
toscano, ove le due parole ricorrenti nell’ultima formula, tra- 
gemi, focora, trovano corrispondenza nei bisillabi piani frammi. 
fuochi; ma il poeta nulla ci dice di questa occulta pietra di 
paragone, cul egli ricorre senza avvedersene. Così ancora l’ac- 
cento congiura a procurare la riprovazione di Dante al bresciano 
«vocabulis accentibusque irsutum et ispidum » ed ai dialetti 
con esso affini, come il veronese, il vicentino ed il padovano. 

In quanto ai suoni, che costituiscono l’altro elemento su 
cui sì fondano i suoi giudizi, è nota la poca simpatia con cui 
Dante guarda la zeta «quae quidem littera non sine multa 
« rigiditate profertur », tanto che a proposito dei genovesi, 


- A io n sz nei i Pon 


SUONO E PENSIERO NELLA POKRSIA DANTESCA 29 


nel cui dialetto quel suono tagliente tanto spesseggia, egli 
non esita di dire, a mo’ di celia, che se essi per dimenticanza 
perdessero quella lettera, o dovrebbero ammutolire affatto, 
o procacciarsi una nuova loquela. Una ragione opposta motiva 
la condanna di altri due gruppi di dialetti: il romagnolo, ed in 
particolare il forlivese, che per la mollezza dei vocaboli e della 
pronunzia fanno parer donna l’uomo che lo parli; ed il bre- 
sciano, che alla stessa guisa del veronese, del vicentino e del 
padovano, per l’asprezza degli accenti e dei suoni non solo 
toglie ogni grazia alla donna che lo parli, quanto la fa parere 
uomo! (I, 14). 

Nel bolognese sembra a Dante che confluiscano caratteri 
linguistici propri delle città vicine, ciò che conferisce a quel 
dialetto, per il giusto contemperamento che ne consegue di 
elementi vari ed opposti, un titolo di superiorità sugli altri 
dialetti della penisola. Può meritare, anzi, la palma fra tutti; 
ma ciò non significa poter essere reputato degno di incarnare 
senz'altro l’ideale del volgare illustre, poichè, se così fosse, 
Guido Guinizelli e gli altri che perseguirono questo ideale 
linguistico, non si sarebbero scostati da esso, come invece 
fecero. La ragione di questa preminenza relativa del dialetto 
bolognese Dante la fonda, al solito, su una questione di suono: 
‘Accipiunt etenim praefati cives ab Ymolensibus lenitatem 
‘atque mollitudinem, a Ferrariensibus vero et Mutinensibus 
“aliqualem garrulitatem, quae proprie Lombardorum est ». 
Da questa molteplicità e contrarietà di suoni nasce quella 
“concordia discors » o « concordantia dissonans » che come, in 
altri campi, era ambizione degli uomini del medioevo poter 
giustificare col metodo scolastico, così suscita la soddisfazione 
di Dante poter ritrovare nel campo linguistico. « Si ergo Bo- 
‘nonienses utrinque accipiunt, ut dictum est, rationabile 
: videtur esse quod eorum locutio per commistionem oppo- 
‘“sitorum ad laudabilem suavitatem remaneat temperata ». 
Quest'ideale del contemperamento degli opposti induce Dante 
anche all'approvazione di suoni per cui ha la più profonda 


30 S. FRASCINO 


antipatia, com’è il suono gutturale ch’egli non senza ragione 
ritiene importato in Italia dai Longobardi! Ad esso egli sbarra 
le porte del volgare aulico, giungendo ad asserire che la ragione 
della mancanza di poeti ferraresi, modenesi e reggiani è da 
ravvisarsi nel fatto che la gutturalità del linguaggio loro vieta 
il volgare aulico! 

Che una lingua riesca più dolce e possa dirsi più musicale 
d'un’altra quanto più sia scevra di elementi duri ed aspri ed 
abbondi invece di elementi vocalici, è un fatto ovvio, che ha 
anche resa possibile una classificazione musicale, in tal senso, 
degl'idiomi. Ma questa può aver valore solo oggettivamente 
considerata, nel confronto, cioè, fra lingua e lingua, e non lo 
ha più rispetto ad una lingua soggettivamente considerata in 
chi la parla fin da bambino: chè ogni popolo trova armoniosa 
la propria loquela e musicali i versi dei suoi poeti, i quali 
eventualmente ad uno straniero ignaro di essa possono anche 
apparire come un accozzo di suoni eterocliti! Nell’emanare 
la sua sentenza sui dialetti summenzionati, Dante giudicava 
secondo un punto di vista a suo modo oggettivo, e tutto preso 
dell'ideale di una poesia che per essere nazionale doveva essere 
aulica o curiale, non prendeva in seria considerazione la possì- 
bilità di una grande poesia dialettale, perchè, secondo lui, con- 
dannata necessariamente a rimanere regionale! 

È noto che, non riuscendo ad irretire la pantera reale, il 
nostro cacciatore non si sgomenta e se ne finge una ideale, 
ch'egli può addomesticare a suo talento e che, in fin dei conti, 
corrisponde meglio ai suoi desideri: come l’ideale è fatto ap- 
punto per far risaltare l'inadeguatezza del reale, così il vol- 
gare illustre è fatto apposta perchè al suo confronto risulti 
l'inferiorità delle parlate vive. Questo volgare ideale, cui siano 
tributari del loro fior fiore i singoli dialetti della penisola, sarà 
quello riservato allo stile tragico, proprio della canzone. 

Ma neppure questo privilegio appaga il nostro poeta, per- 
seguitato dalla manìa delle distinzioni. Egli deve dimo- 
strare che non tutto il volgare illustre può essere considerato 


SUONO FE PENSIERO NELLA PUFSIA DANTESCA 81 


patrimonio della canzone, ma solo una parte di esso, poichè 
« grandiosa modo vocabula » possono entrare nella più sublime 
delle costruzioni: quella che egli ha chiamata « sapida e ve- 
«nusta ed eccelsa » e che è propria della canzone. Dopo la 
cernita dei dialetti, riprovati tutti, l'un dopo l’altro, nel loro 
concorso alla rappresentanza del volgare illustre, abbiamo 
così una classificazione delle parole di questo volgare illustre, 
di questa pantera che somiglia tanto ad una chimera; classi- 
ficazione che Dante fa con criterio misto, in base al loro signi- 
ficato e, quel che più conta per noi, in base al loro suono. 
Per l’esperienza che aveva ricavata dalla lirica occitanica, 
egli comprendeva bene che la nobiltà di stile della canzone 
non poteva essere mantenuta se non a condizione dell’arista- 
craticità del lessico, aristocraticità la quale costringeva ad una 
genericità di espressione che schivasse l’urto di ogni minuto 
particolare, «come di ogni parola rozza e plebea. Così sarà, 
presso a poco, anche del lessico della canzone amorosa fog- 
giato dal Petrarca, al quale il Gioberti potrà con ragione muo- 
vere il rimprovero di avere impoverito la nostra lingua, in un 
periodo in cui la reazione puristica, riportandosi alle tradi- 
zioni del buon secolo, tendeva tutt’altro che ad arricchirla, 
per la preoccupazione di purgarla di tutte le scorie galliche 
introdottevi dalla teoria e dalla pratica dei redattori del Caffe. 
Ad impoverire, col fine di nobilitare, il lessico della canzone, 
provvide bene Dante, con la sua mania delle distinzioni! (1). 


(1) Diamo qui una rappresentazione schematica della divisione dei 
« vocabula » fatta da Dante: 


A) Puerilia (1) ‘ 
B\ Muliebria (2) 

| Silvestria (3) 
C) Virilia \ lubrica et reburra (4) 
Urbana | pexa (5) et irsuta (6). 


(1) mate e pate, mamma e bebbo — (2) doleiada e piacevole — (3) grcggia e cetra 
— (4) femmina e corpo — (5) amore, donna, disio, vertute, donare, letizia, salute, 
securitate, defesa — (6) terra, honore, speronza, gqravitate, alleviato, tmpossibilità, 
iinpossibilitate, henarrentruratissimo, inantmnatissimanmente, disacventuratissi memente, 
sorvramagnificentissimamente. 


32 S. FRASCINU 


Delle tre prime grandi classificazioni ch’egli fa delle parole 
in « puerili » (come mamma e babbo, mate e pate), « muliebri » 
(come dolciada e piacevole) e « virili », egli comincia senz'altro 
col riprovare le due prime, rispettivamente per la loro sem- 
plicità e per la loro mollezza, e della rimanente terza classe 
quanto assegna egli alla canzone ? Solo, ed in secondo giudizio, 
la metà della metà, ossia la quarta parte! Distinti infatti ì 
«vocabula virilia » in « silvestria » (come greggia e cetra) ed 
«urbana » ed esclusi dal lessico amoroso i primi, per la loro 
austerità, il nostro poeta suddivide ancora i secondi in « lu- 
« brica » e « reburra » (come femmina e corpo), che anche con- 
danna, e « pexa » ed «irsuta », cui finalmente concede la sua 
approvazione. 

Ma che razza di vocaboli sono questi « urbana pexa » ed 
«urbana irsuta » che han dovuto fare una così lunga coda 
prima di ottenere la tessera d’ingresso, soli fra tutti, nel sacro 
recinto della canzone? « Chiamiamo pera quelli che trisillabi 
o vicinissimi alle tre sillabe, senza aspirazione, senza accento 
acuto o circonflesso, senza le doppie 2 o x, senza raddoppia- 
mento di (due) liquide o posizione immediatamente dopo una 
muta, appianatìi quasi, lasciano il parlante con una certa 
soavità, come amore, donna, disto, vertute, donare, letizia, salute, 
« securitate, defesa ». | 

Soltanto queste le parole che, nell’ideale di Dante, sono 
veramente degne del più nobile dei componimenti, la can- 
zone e — quel ch’è più notevole — esse ottengono la sua 
approvazione entusiastica in base alla loro virtù musiczle, 
non al loro significato! Sennonchè, di distinzione in distinzione 
e di riprovazione in riprovazione, il nostro giudice sarebbe 
arrivato alla canzone con un bagaglio linguistico così allegge- 
rito, che il poeta che dovesse in realtà solo di esso servirsi, 
correrebbe il rischio di non potere addirittura aprir bocca! 

A_soccorrerlo, almeno per quel ch'è ancora possibile, arriva 
in buon punto il suo preconcetto che gli fa giustificare per 
una ragione d'armonia quelle stesse parole ch’egli ha ripro- 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 38 


vate per una ragione di melodia, con il riconoscimento del 
dritto d'ammissione nel lessico della canzone di tutti i ter- 
mini che agli ultimi, così schifiltosamente definiti, si oppon- 
gono come il nero al bianco, e che appunto perciò hanno la 
virtù di fare con essi ottima lega! Sarebbero questi i « voca- 
«bula irsuta ornativa » oltre quelli « necessaria »: anche qui 
le sottodistinzioni! «Chiamiamo « vocabula irsuta » quelle 
« parole, oltre a queste, che sembrano essere o necessarie 0 
«ornatite del volgare illustre. E diciamo necessarie quelle che 
«non possiamo evitare, a guisa di alcuni monosillabi come sì, 
«no, me, te, se, le interiezioni a, e, î, 0, « e molte altre. Diciamo 
‘ornative tutte quelle parole che, miste con i « vocabula pexa » 
«rendono bella l’armonia dell’insieme, sebbene abbiano asprezza 
«di aspirazione e di accento e di doppie e di liquide e di prolis- 
«sità, come terra, honore, speranza, gravitate, alleviato, impos- 
‘sibilità, impossibilitate, benavventuratissimo, inanimatissima- 
«mente, disavventuratissimamente, sovramagnificentissimamente, 
«che è endecasillabo ». 

Sicchè, tirate le somme, del volgare illustre o cardinale o 
aulico o curiale che Dante riserva alla canzone, come al più 
nobile dei componimenti, fanno parte tutte le parole che egli 
giudica musicali positivamente (pettinate) o negativamente 
(arruffate), comprese in queste ultime quelle richieste dall 
necessità. Il perchè di questo modo di vedere l'abbiamo rile- 
vato più sopra, a proposito del dialetto bolognese: per un 
uomo come Dante che ha tutte le preoccupazioni scolastiche 
della sua età, anche nel campo del linguaggio la concordia del 
composto non può risultare che dalla discordia dei compo- 
nenti! A generare l’armonia non bastano i suoni melodici, 
occorrono anche quelli dissonanti: quel che Dante rifinta sono 
l suoni, per così dire, medii, le parole che non sono nè petti- 
n:ite, nè arruffate. Proprio così! Dante aborre l’ignavia anche 
nel suono della parola ! | 

Stabilita questa osservazione, non ci meraviglieremo che 
egli voglia regolata la combinazione delle rime secondo un 


3 - Giornale storico — Suppl. n° 24. 


34 S$. FRASCINO 


criterio corrispondente a quello con cui vuole regolata la 
combinazione delle parole: le rime non debbono essere nè 
tutte dolci, nè tutte aspre, ma debbono intrecciarsi secondo un 
giusto contemperamento, «nam lenium asperorumque rithi- 
«morum mixtura ipsa ,tragoedia nitescit » (II, 13, 12). 

La canzone, così concepita essenzialmente sotto un rispetto 
musicale come una « fabricatio verborum armonizatorum » po- 
teva nella maniera più opportuna sposarsi alla « modulatio » 
del musicista e questo costituiva per essa un altro titolo di 
superiorità sugli altri componimenti, i quali non potevano 
contare sul privilegio di essere musicati (1). Questa concezione 


(1) « Cantiones per se totum quod debent etticiunt, quod ballatae 
«non faciunt (indigent enim plausoribus, ad quos editae sunt)». 
A questa asserzione del De V. FI. (II. 3) si può mettere a riscontro 
una terzina del poema: 


E come a buon cantor buon citarista 
Fa seguitar lo guizzo della corda 
In che più di piacer lo canto acquista... 


Par., XX, 142 seg. 


Quale poi fosse il genere della musica riservata alla canzone lo 
dice assai chiaramente l'episodio di Casella, che anche in Purgatorio > 


non nega a Dante 
l’amoroso canto 
Che già solea quetar tutte sue voglie... 


Si tratta della muxsiea monodica, secondo la maniera trobadorica, 
che «contrappone ad ogni sillaba o una nota o un solo gruppo di 
«note (neuma)», e che «trascura il tempo misurato... perchè essa 
«misura non pareva (e non è in realtà) necessaria se non alla musica 
« polifonica » (A. RESTORI in’ Riv. Musie. ital., 1895, pp. 1-22). Ri- 
cordiamo a questo proposito che da un cenno del Crescimbeni (Storia 
della volgar poesia, libro V, classe 18, n. 65) si rileva che un tale Sco- 
chetto musicò la ballata 


Deh nuvoletta che in ombra d’amore... 


Dante stesso ci fornisce lindizio «he un altro suo componimento 
fosse musicato: Amore, consigliandogli in sogno di scrivere per rima 
a Beatrice come sia da lui signoreggiato, non trascura un ultimo ammo- 
nimento: « falle adornare di soave armonia, ne la quale io sarò tutte 
“le volte che sarà mestiere » (V. ., NIIT. 8). Né il servo d'amore 
dimentica avvertimento, anzi da esso prende lo spunto della prima 
strofe. 


SUONO E PENSIRRO NELLA POESIA DANTESCA 35 


portò l’Alighieri a considerare come divise da un baluardo 
insormontabile le sue liriche d’amore (a parte le rime petrose), 
cui egli riserva lo stile tragico, ed il suo poema dall’altra, 
dove egli adottò lo stile comico, per cui non trascurò dì avver- 
tire: «quandoque mediocre, quandoque humile vulgare su- 
«matur », senza peraltro giungere alla distinzione di queste 
due maniere, che si era proposta per il libro quarto del suo 
trattato. 

Ed ha ragione il Croce di scrivere, a proposito delle liriche 
d'amore: « In questo sorpassare col suono le parole, in questa 
‘ virtù poetica che non ricava da sè le sue particolari denomi- 
«nazioni, ma le prende dalla letteratura e le circonfonde d’ar- 
«monia, c’è dell’incompiutezza... » (1). La sua poesia giovanile 
Dante la concepisce e la attua come una musica soave. Egli 
non fa che insistere sulla dolcezza dei suoi versi: dolci, si sa, 
per la materia trattata, ma dolci soprattutto per la maniera 
con cui quella materia è trattata. 

Né quella maniera si limita alle liriche giovanili. Il mesto 
«ldio con cui s’inizia l’ultima canzone del Concvirio 


Le dolci rime d'amor, elio solia 
Cercar ne’ miei pensieri 


Convien ch'io lasci... 


ci illumina abbastanza sul posto che nella mente dell'autore 
oxcupavano le due precedenti composizioni per cui egli, spro- 
nato dall’ambizione al titolo di poeta della rettitudine, si vide 
costretto a moralizzare, sotto il manto della filosotia, versi 
composti con ben altra intenzione. 

Alla stessa induzione siamo spinti anche per altre consi- 
derazioni. 

Abbiamo osservato che nelle sue distinzioni, VAlighieri 
guarda una prima volta la canzone sotto il rispetto del con- 


—__— Tm 


(1) B. CROCE, La poesia di Dante, Bari, Laterza, 1921, p. 38. 


86 S. FRASCINU 


tenuto, citando a modello (De Vulg. El., II, 2) quel suo com- 
ponimento 
Doglia mi reca nello core ardire 


dove, a precorrere quasi il Leopardi, muove dalla premessa 
che la beltà fu concessa alla donna come premio alle virtù 
dell’uomo, per giungere alla conseguenza che, in mancanza 
d’uomini virtuosi, anche le donne dovrebbero celare le loro 
bellezze. Una seconda volta, egli guarda la canzone special- 
mente sotto il rispetto della forma, proponendoci ad esemplare 
l’altra sua composizione (II, 6) 


Amor che nella mente mi ragiona. 


Ora, che l’ideale di forma della canzone l’Alighieri lo conce- 
pisse, a quel che siamo venuti vedendo, sotto un rapporto 
eminentemente musicale, ha una chiara riprova nel fatto che 
in poche delle altre liriche dantesche il nostro spirito è cullato, 
come in questa, dalla morbidezza del suono, che, scansando 
dissonanze ed asprezze, sentiamo diffondersi in un tenue ondeg- 
giamento ritmico, mirabilmente rispondente al velato misti- 
ctsmo, riflesso nei soliti motivi della gentilezza, della vere- 
condia, dello smarrimento in presenza dell’amata. In questa 
canzone, accomunata, nel mesto addio alle « dolci rime », alla 
consorella che la precede, nella cui penultima strofe ha ancora 
il discorso « uno spiritel d’amor gentile », risuona anche troppo 
distinta la nota dominante di quell’amore dei fioriti tempi 
giovanili, d'illibata candidezza e di squisita soavità, che agli 
occhi della nostra fantasia appare spoglio di ogni materialità, 
più pittorico che plastico, più musicale che pittorico. 

L'amore giovanile di Dante, che si traduce in una lirica tutta 
soavità di suoni e di accenti, cui a ragione possiamo ascrivere 
anche le due prime canzoni del Contvirio, è tutt'altra cosa 
dell'onda impetuosa, della passione concupiscente per la 
donna della pietra, che apportando la plasticità delle immagini, 
materializzerà anche il suono, immettendovi, per la prima 
volta, aspro ed il chioccio. Parole come spezzi, spresza, scorza, 


3U0NO E FENSIERO NELLA POESIA DANTESCA Oi 


mezzo, rezzo, ferza e simili, con cui il poeta non esita a foggiare 
le nuove rime, suonavano, al suo orecchio, schiavo di tanti 
scrupoli, tutt'altro che carezzosamente! Ma della sua volontà 
di mutar stile rimane una testimonianza diretta! La protesta, 
con cui si apre una canzone: 


Così nel mio parlar voglio esser aspro 
Com'è negli atti questa bella pietra 
I.a quale ognora impetra 
Maggior durezza e più natura cruda... 


non può lasciar dubbi sulla coscienza che Dante ebbe della 
funzione del suono nella poesia; a meglio illuminare la quale, 
nessuna parola è più adatta di quella con cui egli stesso com- 
menta alcuni versi del Convivio (III, vv. 12-14): 


E dirò del valore 
Per lo qual veramente è l’uom gentile 
Con rima aspra e sottile. 


Scrive egli adunque: « E prometto trattare di questa materia 
con rima sottile ed aspra. Perchè saper si conviene che rima 
si può doppiamente considerare, cioè largamente e stretta- 
mente. Strettamente s'intende per quella concordanza che 
nell’ultima e penultima sillaba far si suole; largamente s’in- 
tende per tutto quello parlare che in numeri e tempo regolato, 
in rimate consonanze cade; e così in questo proemio intendere 
si vuole. E però dico aspra quanto al suono del det- 
«tato, che a tanta materia non conviene essere 
«leno» (Conv., IV, 2). 

Ecco, in queste parole semplicissime, il canone fondamen- 
tale dell’estetica dantesca del suono, consistente nella stretta 
corrispondenza di esso al pensiero. E che cosa predicava la 
precettistica tradizionale, nelle vacue formule retoriche ? Sen- 
tiamolo da Marciano Capella, dal retore della decadenza, che, 
celebrando le nozze di Mercurio con la Filologia, diede in re- 
taggio al medioevo la prima classificazione delle arti del trivio 
e del quadrivio: « Compositionis vitiuam maximum est, hiulcas 


38 8. FRASCINO 


«et asperas, frenos etiam, iotacismos, mvtacismos, homoeo- 
« prophora, disprophora et polisvgma non vitare, vel cuiuslibet 
« litterae assiduitatem in odium repetitam » (1). 

Sani precetti, quando la razione artistica li richieda; vacui 
ammonimenti al poeta che per principio intrinseco della sua 
arte non vincola il pensiero al suono, ma condiziona, fin dove 
@ possibile, il suono al pensiero. Questo è il caso di Dante, 
salvo quei luoghi dove il bisticcio e l'ingegnosità, che dai suoi 
contemporanei avevan lode, non lo adescarono (2). 

Nella Commedia entrerà lo spirito ed entrerà la materia: 
entrerà quindi il linguaggio in tutta la sua vastità lessicale 
ed in tutta la sua potenza musicale. È sintomatico che Dante 
in essa qua e là accolga la parola latina, o alemanna, o pro- 
venzale, od ebraica, senza sdegnare nemmeno quella vernacola. 
e pare che ci tenza a farci rivelare da Adamo qualche nota del 
suo primitivo linguazgio, e dare da Nembrotte un saggio della 
confusione babelica ! 

La Divina Commedia è il grande sirventese in cui entrano, 
senza ehiedere permesso, come in casa loro, quei « vocabula 
« puerilia propter sui simplicitatem, ut mamma e babbo (3)... 
«muliebria propter sui mollitiem... urbana, lubrica et reburra, 
«ut femmina e corpo » e peggio. E chi aveva creduto neces- 
sario fornire di uno speciale salvacondotto per l’ingresso nella 
‘anzone, parole come greggia e corpo « vocabula silvestria 
« propter asperitatem », ed aveva appena ammesso i « voca- 
«bula irsuta » a patto che fossero « urbana », ed i « vocabula 
« pexa », pure così schifiltosamente definiti, si lagnerà di non 
avere suoni più aspri e più chiocci di quelli che adopera (Inf. 


(1) Phet., 33. 

(2) Vedi quello che di questa labe dantesca dice il Carducci, rac- 
cogliendo gli esempi più caratteristici (Opere, VIII, pp. 39-40). 

(3) Cfr., nemmanco a farlo apposta, il verso 


Nè da lingna che chiami mamma e babbo. 
Inf. NXXII, 9. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 89 


XXXII, 1) per poter spremere più pienamente il sugo del 
suo concetto! 

E quasi a mostrare che se di quei suoni scabri la dolce ma- 
terna favella non lo sodisfa, sa all’uopo anche trascenderne 
la cerchia, egli, poche terzine più sotto, ricorrendo a parole 
esotiche, non si perita di introdurre una rima in -îechi: 


Non fece al corso suo sì grosso velo 
Di verno la Danoia in Osterlicchi, 
Né Tanai là, sotto il freddo cielo, 
Com'era quivi; che se Tambernicchi 
Vi fosse su caduto, o Pietrapiana, 


Non avria pur da l’orlo fatto cricchi. 


Inf., XXXII, 25 age. 


Osservazione giusta, ma insufficiente, è quella del Cesareo, 
che guarda l'elemento musicale della Commedia più sotto il 
rispetto quantitativo, che quello qualitativo (1). Collocando 
a riscontro le parti vive ed immortali delle tre cantiche, senza 
la preoccupazione del difetto di esso nelle aride disquisizioni 
teologiche e filosofiche, le quali affiorano nel Purgatorio ed 
abbondano nel Paradiso, se ne indurrà non l’attenuarsi del- 
l'elemento musicale, ma la sua graduale trasformazione, a 
mano a mano che la materia si evolve e si eleva, in perfetta 
armonia con la trasformazione del pensiero. 

L’Inferno è il trionfo della materia ed è ancora il trionfo 
della materialità dei suoni; la musica della parola non è qui 
carezza al nostro spirito, ma tormento, destinata ad accrescere 
l'impressione di orrore che suscita la visione di tante miserie. 
Già una fosca prolusione è nel suono di alcuni fra i primi versi: 


Questa selva selvaggia ed aspra e forte 


Che nel pensier rinnova la paura... 


(1) In Saggi critici, Ancona, 1884. p. 81: « E non ci meraviglicremo, 
‘prima di tutto, se L'elemento musicale nel Paradiso è più scarso 
‘che nel Purgatorio e nel Purgatorio più scarso che nell'Inferno ». 


40 S. FRASCINO 


ove ad una forte allitterazione (1) ed allo scoppio degli aspri 
nodi consonantici del primo verso succede nel secondo il cozzo 
di due erre, sì che l’una dura fatica a districarsi dall’altra. 
E se il secondo canto, per l’intonazione generale e per la mu- 
sicalità che si effonde piena di dolcezza in alcuni passi (« Lo 
« giorno se n’andava e l’aer bruno »; « Lucevan gli occhi suoi 
« più che la stella »; «Quale i fioretti dal notturno gelo ») fu 
detto un lembo di paradiso nell’inferno, sì pensi che ancora 
non siamo nell’orrore delle tenebre, ma alla carezza del sole; 
quando questa mancherà, «nella valle d’abisso dolorosa », 
nessuna soavità d’accento più molcerà la nostra anima. La 
lamentosa nota della rima in aî, che appare la prima volta a 
proposito delle gru (22) 


F come i gru van cantando lor lai 


echeggia mestamente per la valle d’abisso: 


Quivi sospiri, pianti, ed alti gquui... 
Che tuono accoglie d’infiniti guai... 


e ci rende, in una sua variante, la monotona querimonia dei 
tre fiorentini gementi sotto la pioggia di fuoco: 


Ricominciar, come noi ristemmo, ei 


L'antico verso... (3) 


(1) Posteriore a Dante è il conio di questa parola. introdotta la 
prima volta, secondo l’Adelung, dal Pontano nel dialogo Actius. 
La stessa figura sì soleva prima designare col nome greco di parho- 
moeon o di hRomoeoprophoron. 

(2) Questa rima onomatopeica, che in Dante riproduce il lagno 
delle gru, nell’Ariosto rifà il verso della gazza, la quale 

Vedendo ed ascoltando gridò: Guai! (Sat., III, 144). 


(3) L'onomatopea del lamento s'arricchirà di una nuova nota nel 
Purgatorio, in bocca di Marco Lombardo (XVI, 64): 
Alto sospir, che il dluolo strinse in hui 
accanto all'altra già usata (TN, 13 sgg.): 


Nell'ora che comincia i tristi lai 
La rondinella presso alla mattina 
Forse a memoria dei suoi primi guai. 


SUONU E PENSIERO NELLA PUESIA DANTESCA 41 


Nel secondo cerchio l’impressione delle tenebre infernali ci è 
suscitata dall’insistenza delle vocali oscure 


fo venni in loco d’ogni luce muto 


cui subito dopo è affidata l’eco del cupo rumore, all’inizio ed 
alla chiusa di due versi consecutivi: 


Che mugghia come fa mar per tempesta 
Se da contrari venti è combattuto (1). 


Come in un immondo canile si entra nel terzo cerchio infernale. 
Qui echeggia lungamente nel cuore di un verso 


Con tre gole caninamente latra 


la voce del demonio Cerbero, ‘alla cui figura Dante conferisce 
qualche tratto umano (la barba unta ed atra; unghiate le 
mani;lefacce lorde), per la stessa ragione per cui dà ai 
dannati qualcosa del canino, non foss’altro che la voce (Urlar 
li fa la pioggia come cani), quasi ad accrescere la sozza mistura 
del Inogo. Un cane sopra altri cani! Anche il paragone che qui 
occorre in un verso pieno zeppo di a: 


Quale quel cane che abbaiando agugna 


non può riferirsi che all'idea fondamentale, cui il « ventre 
largo » di Cerbero è ottimo commento, richiamandoci alla 
natura della pena riservata a coloro che fecero capanna del 
loro ventre, ai golosi in quantità, più che in qualità di cibo. 

Alle più difficili prove cimenta Dante la musica della parola 
nel canto settimo dell’Inferno, ove, dopo le oscure ed eteroclite 
parole di Pluto, dipinge al vivo la ridda di prodighi ed avari. 
Accenti ora forzati dal suono, ora che il suono stesso costrin- 
gono vigorosamente, imprimendogli la velocità della folgore 
(Tal cadde a terra la fiera crudele), risonanza multiforme di 
allitterazioni, groviglio di suoni inviluppati, che si risolvono 


n _—_y_—_ 


1) Cfr.il virgiliano: « semitrenemes omne remewgit » (4er., NIT, 722). 
g (a 


42 S. FRASCINO 


in aspro cicaleccio di rime. Basti dare uno sguardo a queste, 
quali sì presentano non a chi le vada distinguendo, ma a chi 
le consideri nella loro successione: eppe, occia, abbia, upo, ele, 
acca, ipa, îddi, oppa, urli, etro, unto, ostra, erci. 

Nella palude stigia, Filippo Argenti si accanisce sulle proprie 
carni, come l'accento si accanisce su una stessa vocale, nel 
Verso | 

In sé medèsmo si volgèa coi dénti. 

L’insistenza delle allitterazioni, il profluvio delle fricative 
sorde, le spire ritmiche dei frequenti enjambements, contribui- 
scono a dare non so qual fosco presagio della città di Dite: 


Ed io: Maestro, già le sue meschite 
Là entro certo nella valle cerno 
Vermiglie, come se di foco uscite 
Fossero. Ed ei mi disse: il foco eterno 
Ch'entro le affoca, le dimostra rosse 
Come tu vedi, in questo basso inferno... 


Le mura mi parean che ferro fosse. 


Con la violenza dell’uragano il ritmo travolge le terzine che 
annunziano l’arrivo del messo celeste 


E già venia su per le torbid'onde 
Un fracasso d’un suon pien di spavento 


Per cui tremavan ambedue le sponde... 


e balzella irrequieto negli otto monosillabi ritraenti il salta. 


beccare del Minotauro 
Che gir non sa, ma qua e là saltella. 


Come smorto è il colore della selva dei suicidi, inviluppatì 
e sordi sono i suoni che la ritraggono: 


Non han sì aspri sterpi nè sì folti... 


Con quanta efficacia insiste la spirante labiale nel rendere 
lo sprigionarsi del vento da un tizzo verde 


E cigola per vento che ra via 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 43 


la sibilante ritrae, nel girone dei suicidi, lo sprizzare del sangue 
con la parola dalle punte di un virgulto 


Soffi col sangue doloroso sermo 
o il fischio del serpente 
Che stati fossimo anime di serpi (1) 


e le fricative seguite da vocale oscura esprimono, nella bolgia 
deì consiglieri fraudolenti, il soffio sordo della fiamma, che 
stenta ad articolarsi nella parola 


Per un confuso suon che fuor n’uscia. 


La condizione dei violenti contro Dio, nella landa infocata, 
è ritratta, non meno che dalle parole, dal ritmo della terzina 
Supin giaceva in terra alcuna gente; 

Alcuna si sedea tutta raccolta, 


E altra andava continuamente 
Inf., XIV, 22 sgg. 


dove al primo verso, percosso da cinque accenti, si contrappone 
il terzo, cui il lungo avverbio di sei sillabe non concede più 
di due accenti, assoggettandolo alla stessa instabilità cui sono 
condannati i peccatori. 
Nell’episodio di Ulisse, dei versi 
Cominciò a crollarsi mormorando 
Pur come quella cui vento affatica 


il primo rende col suono quel mormorìo ed il secondo Vagitarsi 
della fiamma, con la fatica del ritmo. Così il timpano di nes- 
suno è sordo al chiasso che fanno i gerundî, nel ritrarre lo 
scomposto agitarsi della fiamma che imprigiona lo spirito di 
Guido da Montefeltro: 


La fiamma dolorando si partio 


Torcendo e dibattendo il corno acuto. 


(1) Cfr. il raciniano (Androm., V, 5): 


Pour qui sont ces serpents qui sitHent sur vos tétes? 


44 9. FRASCINO 


Al suono aspro della zeta, tenuto a battesimo dal diavolo, 
nella rassegna della bolgia dei barattieri 


«Tratti avanti, Alichino e Calcabrina » 
Cominciò egli a dire «e tu Cagnazzo 
E Barbariccia guidi la decina. 

Libicocco vegna oltre a Draghignazzo, 
Ciriatto sannuto e Graffiacane 
E Farfarello e Rubicante pazzo 


Inf., XXI, 118 sgg. 
ricorre Dante per rendere, con la pena degli scismatici, 


il modo della nona bolgia sozzo. 


I suoni cupi e strani delle rime che accentuano qui la volgarità 
delle immagini, aggirantisi nell’èàmbito della cantina e del 
macello 
rià veggia, per mezzùl perdere o lulla 
Com’io vidi un, così non si pertugia, 
Rotto dal mento infin dove si trulla: 
Tra le gambe pendevan le minugia; 
La corata pareva e il tristo sacco 
Che merda fa di quel che si trangugia 


Inf., XXVIII, 22 sgg. 


hanno degna corrispondenza in quelli che assecondano 1 ter- 
minì di confronto che la pena dei falsatori di metalli trova 
nella cucina o nella stalla 


Io vidi due sedere a sè poggiati, 
Com'a scaldar sì poggia tegghia a tegghia, 
Dal capo al piè di schianze maculati; 

E non vidi giammai menare stregghia 
A ragazzo aspettato dal signorso 
O a colui che mal volentier vegghia, . 

Come ciascun menava spesso il morso 
Dell'unghie sovra sé, per la gran rabbia 
Del pizzicor che non ha più soccorso, 


Inf., NXIX, 73 agg. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 45 


E non so che di scaglioso v’è nei versi successivi, per l’acca- 
vallarsi di aspre allitterazioni 


E sì traevan giù l’unghie la scabbia 
Come cortel di scardova le scaglie. 


Il continuo commovimento dell’aria si sente, già al primo 
entrare nel Limbo, nel fremito che percorre il verso 


Che l’aura eterna facevan tremare 


per la vibrazione delle quattro erre, di cui due implicate nel 
nesso consonantico. Anzi qui l'efficacia della parola « eterna », 
che, così, nel cuore del verso, sembra animare d’un vivace 
colorito tutta l’immagine, è, più che altro, un fenomeno ope- 
rato per virtù di suono: chè non meno eterna dell’aura infer- 
nale, eterno è «l’aer dolce che dal Sol s’allegra » e quell’epi- 
teto, quasi soverchio, perderebbe ogni effetto, se questo non 
avesse raccomandato ad intrinseche virtù di suono. 

Ravvalorando l’azione espressa dallo stesso verbo, anche 
altrove la stessa parola rifà capolino a sostenere colla sua vi- 
brazione l’accento ritmico: 


E mentre che andavamo in ver lo mezzo 
Al quale ogni gravezza si rauna 
Ed io tremavo nell’eterno rezzo 


” Inf., XXXIII, 73 seg. 


mentre il suono tagliente della zeta, che, oltre la rima, invade 
anche il corpo della terzina, ci avverte che siamo nel fondo 
cupo dell'universo. 

Insieme con la carezza del sole si farà sentire l’incantata 
dolcezza della parola, come il nostro spirito potrà allegrarzi 
di aere più sereno. E sotto il cielo azzurro del Purgatorio la 
Musica della parola risuona in tutta la sua gaia serenità 
(I, 13 sgg.): 

Dolce color d’oriental zafliro 
Che s’accoglieva nel sereno aspetto 


Dell’aer puro infino al primo giro... 


46 S. FRASCINO 


Questa terzina, ove predominano i suoni chiari, per le erre che 
vi spesseggiano è tutta perfusa di una dolce vibrazione, che 
prepara quasi alla visione del piano marino nella chiarità 
mattinale, visione che trova espressione semplice e grandiosa 
nel verso: 


Conobbi il tremolar della marina. 


Nell'episodio di Casella le rime, non paghe quasi del loro suono, 
s’inerociano in dolce consonanza, a generare una nuova armonia: 


« Amor che nella mente mi ragiona » 
Cominciò egli allor sì dolcemente 
Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 
Lo mio maestro e io e quella gente 
Ch'eran con lui parevan sì contenti 
Come a nessun toccasse altro la mente. 
Noi eravam tutti fissi ed attenti 


Alle sue note... 


ben diversa dallo stridore che un simile incrocio di rime con- 
sonanti rende nella ghiacciaia di Cocito: . 
Poscia vid’io mille visi, cagnazzi 
Fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, 
E verrà sempre, de’ gelati guazzi. 
E mentre che andavamo in ver lo mezzo 


Inf., XXXII, 70 agg. 


Quel senso di vaga nostalgia che pervade tutto il secondo 
regno dantesco, di cui potrebbe dirsi la vita essere solo ricordo 
e speranza, fondandosi nel passato con i dolci ricordì mon- 
dani, e nel futuro, per l'attesa d’un bene agognato e certo, 
sì concreta in uno squisito sentimento musicale, che ha un 
chiaro preludio nel ritmo stanco dei primi canti, e che spesso 
si effonde in tutta la sua dolcezza nei particolari episodi: mu- 
sica lecgera e tutta spirituale, raccostabile a quella delle 
dolci rime d'amore. Anche gli angeli del Purgatorio, meno 
simbolici di quelli del Paradiso, finiscono per perdere del con- 
cetto mistico, firurandosi nell'umano così risolutamente come 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA ° 47 


Beatrice si trasfigura nel divino. Nella valletta amena, Dante 
li vede biondi, come poi li rappresenterà Melozzo da Forlì, 


Ben discerneva in lor la testa bionda 
Ma nelle facce l’occhio si smarria 
Come virtù che a troppo si confonda, 
Purg., VIII, v. 34 sgg. 
ma non ode ancora la loro voce, nè musicale si può ancor 
dire la rappresentazione che egli ne fa. Appresso, nel primo 
girone, la creatura angelica gli appare « biancovestita », come 
la creatura angelicata del suo amore gli era apparsa, la seconda 
volta che la vide, « vestita di colore bianchissimo », incorporea 
nella raegiera di luce che la confonde, e questa volta sì che la 
parola diventa melodia: x 
A noi venia la creatura bella 
Biancovestita e nella faccia quale 
Par, tremolando, mattutina stella. 
Purg., XII, 88 seg. 

Molta della soavità di questa terzina è dovuta al suono 
liquido della rima, che qui accompagna la visione dell’angelo 
come altrove aveva accompagnata quella di Beatrice: 

Lucevan gli oechi suoi più che la stella: 
E cominciommi a dir, soave e piana 


Con angelica voce, in sua favella... 


E bene fu avvertita, nell’episodio di Forese, «una dolcezza 
ineffabile di suoni, di sentimenti, di ricordi... » 
non so quant'io mi viva 
.- | Ma già non fia il tornar mio tanto tosto 
Ch’io non sia col voler prima alla riva 


dove i nove î, acuiti i più dall'accento, e due, anzi, dalla rima, 
inducono in questo preludio dell'addio una musicalità delicata, 
come quella ch’è innanzi, in una ripresa del primo colloquio: 
Forese, da quel dì 
Che tu cangiasti mondo a miglior vita 


Cinque anni non son scorsi infino a qui 


48 8. FRASCINU 


ove le rime tronche, rarissime nel poema, dànno al ritmo una 
cadenza molle, e contribuiscono all’intonazione tenera che è 
già nell’emistichio: « Forese, da quel dì » (1). 

La musicalità nostalgica che al De Sanctis fa giudicare 
« pregno di malinconia » il ritmo spezzato del verso 


E questa sola di là m’è rimasa 


in bocca di papa Adriano, così può essere colta nelle parole 
della Pia de’ Tolomei e in quelle di Sapia, come nella mesta 
descrizione del giorno morente: 


Era già l’ora che volge il desio 
Ai naviganti e intenerisce il core 
Lo dì ch’han detto ai dolci amici addio, 


dove in quell’ « addio » staccato dal resto del verso si sente 
il dolore della separazione. Essa anzi finisce col pervadere 
anehe la pittura di elementi esteriori, sì che anche la natura, 
filtrata attraverso lo spirito di Dante, tende ad assumere lo 
stesso colorito musicale nello stesso ambiente, il Purgatorio. 
L’infernale « selva selvaggia » ha ceduto il posto alla « divina 
«foresta spessa e viva»; ma il carattere musicale di questa 
rappresentazione sì mantiene in un'aria di serenità e di calma, 
che confina quasi col malinconico. 

Il tono di soave mestizia che informa la musica del Purga- 
torio dantesco, subirà una trasformazione profonda nel Para- 
diso, dei cui tripudi di suono si può considerare un lieto preludio 
il motivo che accompagna la rima finale della seconda cantica: 


Rifatto sì come piante novelle 
Rinnovellate di novella fronda 


Puro e disposto a salire alle stelle (2). 


Il ritmo lento che nell’episodio di Forese culmina nella molle 


(1) F. D'Ovipro, Stedi sulla D. C., Milano-Palermo, 1908, pp. 218-9. 
(2) Notiamo che questa rin:a qui s'inerocia con una in onda ed 
alla fine dell'Inferno con una in ondo. 


BUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 49 


cadenza della rima tronca in ì « Forese da quel dì », risonerà 
vivace come squilla d’esultanza in bocca di Beatrice (V, 122) 


Di’, di 
Sicuramente, e credi come a dii; 


alla dolcezza del canto delle anime della valletta amena, inter- 
pretata dalla musicalità del verso 


Quivi seder cantando anime vidi 


succederà la continuità del canto fluente dei cori angelici, 
che scorre ricca di suoni vocalici nella terzina 


Perpetualemente Osanna sverna 
In tre melode, che suonano in tree 
Ordini di letizia, onde s’interna; 
Par., XXVIII, 118 sgg. 


e l'armonia imitativa diventerà intenzionale, nel rendere il 
suono tinnulo dell’orologio 


Tin tin sonando con sì dolce nota 
o i concenti divini dei beati di Marte 


E come giga od arpa, in tempra tesa 
Di molte corde, fa dolce tintinno 
A tal da cui la nota non è intesa, 
Così dei lumi che lì m’apparinno 
S'accogliea per la croce una melode 
Che mì rapiva senza intender l'inno... 
Par., XIV, 118 seo. 


o ì misteriosi gorgheggi dell’aquila, nel cielo di Giove 


Poscia che i chiari e lucidi lapilli 
Ond'’io vidi ingemmato il sesto lume 
Poser silenzio agli angelici squilli, 

Udir mi parve un mormorar di fiume 
Che scende chiaro giù di pietra in pietra 
Mostrando l’ubertà del suo cacume. 


Par., NX, 16 «gg. 


4 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 


50 S. FRASCINO 


Così la musica dolce che nel Purgatorio accompagna l’incanto 
d’una notte serena 


Di sopra fiammeggiava il bello arnese 
Più chiaro assai che luna per sereno 
Di mezza notte nel suo mezzo mese, 


Purg., XXIX, 52 sgg. 


si trasformerà nel Paradiso in musica estasiata, capace di 
soverchiare la stessa poesia 


Quale nei plenilunii sereni 

Trivia ride fra le ninfe eterne 
Che dipingono il ciel per tutti i seni (1), 
Par., XXIII, 25 sgg. 


da una nota chiara, addolcita dal suono labiale che la pre- 
cede, in un rapido succedersi di acuti, culminando nella squilla 
di due i, che non si seguono, ma s’incalzano; da un verso me- 
ravigliosamente ondulato, per effetto del pentasillabo cen- 
trale, ove particolare risalto acquista la cupezza della vocale 
tonica fra la nota gaia delle vocali chiare che quasi simmetrica- 
mente la fiancheggiano, levandosi ancora nel verso seguente 
in un delirio dì acuti, che penetrano dolcemente l’anima come 
i trilli d'un violino, per poi non spegnersi, ma illanguidirsìi e 
discendere quasi contenta dell'ultima dolcezza. 

E questo non è che un preludio: preludio gaio, atto a di- 
sporre l’animo alla sinfonia che accompagnerà l’incoronamento 
della Vergine. 

L'immagine delicata fiorisce accompagnata da una melodia 
leggera, che acquista tono e s'invigorisce a mano a mano 

Come a raggio di Sol, che puro mei 
Per fratta nube, già prato di fiori 
Vider, coperti d'ombra, gli occhi miei, 


(}) «Chi s'è mai ricordato e si ricorda... che... letteralmente inter- 
« pretando, sha un povero quadro di pretta imitazione mitologica, 
«tipo Reni o Lebrun: una dea in mezzo ad un corteo di ninfe? L'in- 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 51 


Vid'io così più turbe di splendori 
Folgorati di su da raggi ardenti 


Senza veder principio di fulgori... 


Par., XXIII, 79 sgg. 


e che poi, riprendendo dopo una pausa, si effonde ininterrotta 
in una lunga serie di terzine: 


E come ambo le luci mi dipinse 
Il quale e il quanto della viva stella 
Che lassù vince, come quaggiù vinse, 
Per entro il cielo scese una facella 
Formata in cerchio a guisa di corona 
E cinsela e girossi intorno ad ella. 
Qualunque melodia più dolce suona 
Quaggiù e più a sè l’anima tira 
Parrebbe nube che squarciata tuona 
Comparata al sonar di quella lira 
Onde si coronava il bel zaffiro 
Del quale il ciel più chiaro s'inzattira. 
«Io sono amore angelico, che giro 
L'alta letizia che spira dal ventre 
Che fu albergo del nortro desiro; 
FE girerommi, Donna del ciel, mentre 
Che seguirai tuo figlio e farai dia 
Più la spera suprema, perchè gli entre ». 
Così la circulata melodia 
Si sigillava e tutti gli altri lumi 
Facean sonar lo nome di Maria. 


Par., XXIII, 91 sug. 


La rima in doppia liquida (ella), quel che di sonante e di 
sfumato c'è in quella in inse, Vabbondanza delle vocali chiare 
(n un verso la signoria è della vocale e: « Per èntro il cielo 


‘Canto musicale paralizza in tutto e per tutto la visione del quadro 
«miziale ». C. DE LoLLIS in Victorhughiana, La Cultura, Roma, 1912, 
dp. 661. 


52 S. FRASCINO 


scèse una facèlla ») e delle palatali sonore, conferiscono parti- 
colare efficacia alle due prime terzine. Nelle altre che seguono 
è notevole avvertire che tutto l’effetto riposa su un vero 
profluvio di un suono delicato e gentile, ira, che s’incrocia in 
rima con l’altro îro e che trova eco nell’interno del verso nei 
suoni affini ore, aro. Si noti: 


Comparata al sonar di quella lira 
Onde si coronava il bel zaffiro 
Del quale il ciel più chiaro s’inzaffira: 

Io sono amore angelico che giro 
L’alta letizia che spira dal ventre # 
Che fu albergo del nostro desiro. 


È una vera nota dominante che risuona in queste due ter- 
zine, soverchiando ogni altra, un suono che diffonde con insì- 
stenza la sua dolcezza fra le note gaie che ingenerano letizia. 
Spontaneamente all’atto della creazione, l'orecchio e la mente 
dell’artista concordano sopra un motivo fondamentale, onde 
il concetto appare fuso in un’unica anima con il suono, sì 
che non sai più discernere se è il pensiero a determinare il 
suono o se questo trascina a sè il pensiero, tanto profonda- 
mente, nel reciproco influsso, l’uno finisce per essere compe- 
netrato e completato nell’altro. È 

Un esame sommario di alcuni elementi di suono su cui 
posa la musicalità di parecchi fra i più noti luoghi danteschi, 
ci potrà riuscire molto istruttivo al proposito e ci condurrà 
a curiose constatazioni. Esaminiamo brevemente in quanti di 
tali luoghi entrino i suoni îro, ero, aro, ore e simili, ove il tre- 
molìo dell’erre si soffonde dolcemente fra le due vocali che 
la fiancheggiano; e specialmente, s’intende, nella rima, la 
quale è capace di valorizzare quei suoni in tutti i loro effetti. 

Notiamo, anzitutto, che il primo sonetto della Vita nova s'in- 
fiora, nel primo verso, di una tale rima 


A ciascun’'alma presa e gentil core 


che riappare, in dolce consonanza con quella del secondo verso, 


SUONU È PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 53 


all'inizio della canzone dove la lingua di Dante parlò « per 
«se stessa mossa »: 


Donne ch’avete intelletto d’amore 
Io vo’ con voi della mia donna dire... 


Consideriamo quindi con quanta frequenza tale rima si ripre- 
senti nei passi più musicali della Commedia. In un luogo già 


citato: 
Dolce color d’oriental zaffiro 


Che s'accoglieva nel sereno aspetto 
Dell’aer puro infino al primo giro... 


Nella descrizione della sera: 


Era già l’ora che volge il desio 
A’ naviganti e intenerisce il core... 


In una delicata immagine del Purgatorio: 


E quale, annunziatrice degli albori, 
L’aura di maggio movesi ed olezza, 
Tutta impregnata dell’erbe e de’ fiori... 
Purg., XXIV, 145 sgg. 
E per le legioni trionfanti degli spiriti celesti, nel passo già 
preso in esame: 
Vid'io così più turbe di splendori 
Folgorati di su da raggi ardenti 
Senza veder principio di fulgori. 
Par., NXIIT, 82 sur. 
Ed ancora, con un certo valore onomatopeico, per l’idea espressa 
di canto o di suono 


« Salve regina » in su l'erbe e sui fiori 
Quivi seder cantando anime vidi 
Che per la valle non parean di fuort... 
Purg., VIT, 82 sug. 
E quei ch'hanno a giustizia lor disiro 
Detto n’avea beati e le sue voci 
Con « sitiunt » senz'altro ciò forniro 
Purq., NXIT, 4 sgg. 


S. FRASCINO 


Ella sì tacque, e gli angeli cantaro 
Di subito « In te, Domine, sperati » 
Ma oltre « pedes meos » non passaro... 
Purg., XXX, 82 agg. 


Così fui senza lagrime e sospiri 
Anzi il cantar di quei che notan sempre 
Dietro alle note degli eterni giri... 
Purg., XXX, 91 sgg. 


Io non lo intesi, nè qui non si canta 
L’inno che quella gente allor cantaro 
Nè la nota soffersi tutta quanta. 
S’io potessi ritrar come assonnaro... 
Purg., XXXII, 61 sgg. 


E dentro a quei che più innanzi appariro 
Sonava Osanna sì che unque poi 
Di riudir non fui senza disiro... 
Par., VIII, 28 sgg. 


Silenzio pose a quella dolce lira 
E fece quietar le dolci corde 
Che la destra del cielo allenta e tira... 
Par., XV, 4 sgg. 


Così un sol calor di molte brage 
Si fa sentir, come di molti amori 
Usciva solo un suon di quella image. 
Perch’io a loro: O perpetui fiori... 
Par., XIX, 19 sgg. 


Se mo sonasser tutte quelle lingue 
Che Polimnia con le suore fero 
Del latte lor dolcissimo più pingue, 
Per aiutarini, al millesmo del vero... 
Par., XXIII, 55 sgg. 


A questa voce l’infiammato giro 
Si quietò con esso il dolce mischio 
Che si facea del suon del Trino Spiro... 
Par., XXV, 130 sgg. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 55 


Così vid'io lo schiarato splendore 
Venire ai due che si volgeano a rota 
Qual conveniasi al loro ardente amore. 

Misesi lì nel canto e nella nota... 

Par., XXV, 106 sog. 


Io sentiva osannar di coro in coro 
Al punto fisso che li tiene all'ubi 
E terrà sempre, nel qual sempre foro... 
Par., XXVIII, 94 sge. 


Ma l’altra, che volando vede e canta 
La gloria di colui che la innamora 
E la virtù che la fece cotanta, 
Sì come schiera d'api che s'infiora 
Una fiata, ed una si ritorna 
Là dove suo lavoro s’insapora. 
Par., XXXI, 4 «pg. 


Passiamo ora a studiare gli effetti musicali, in parte già no- 
‘ati, di un altro suono, iva, ive, con gli altri affini. 
Nell’episodio di Forese, analizzato dal d’Ovidio: 
..Non so quant’io mi vira 
Ma già non fia il tornar mio tanto tosto 
Ch’io non sia col voler prima alla rica... 


Nella descrizione del paradiso terrestre 


Vago già di cercar dentro e dintorno 
La divina foresta spessa e viva 
Che agli occhi temperava il noro giorno 
Senza più aspettar lasciai la rira 
Prendendo la campagna lento lento 
Su per lo suol che d'ogni parte oliva... 
Purg., NNVIII, 1 seg. 


Lo stesso suono ci si ripresenta con un certo valore onomato- 
Pelco, congiunto all’idea di canto: 


F tre fiate intorno di Beatrice 


Si volse con un canto tanto viro 


56 8. FRASCINO 


Che la mia fantasia nol mì ridice; 
Però salta la penna e non lo scrivo... 
Par., XXIV, 23 sgg. 
Così parlommi, e poi cominciò: « A ve 
Maria » cantando e cantando vanio 
Come per acqua cupa cosa grave... 
Par., III, 121 sgg. 
Fuor della fiamma stava in sulla riva 
E cantava « Beati mundo corde » 
In voce, assai più che la nostra, viva... 
Purg., XXVII, 7 sgg. 
ove si noti nel primo verso la consonanza stava-riva. 


Quando fui presso alla beata riva 
« Asperges me » sì dolcemente udissi 
Ch'io nol so rimembrar, non che lo scriva 
Purg., XXXI, 97 sgg. 
Quell'Uno e Due e Tre che sempre vive 
E regna sempre in Tre e Due e Uno 
Non circoscritto e tutto circoscrive 
Tre volte era cantato da ciascuno... 
Par., XIV, 28 sgg. 


È evidente che questi suoni delicati e gentili dovessero 
nell'animo del Poeta essere sentiti in tutto il loro valore mu- 
sicale; che, per solo effetto del caso, non potrebbe spiegarsi 
una loro così insistente comparsa appena il pensiero tenda a 
‘alorizzare la dolce musica della parola. E la migliore con- 
ferma che tale osservazione potrebbe incontrare è nel fatto 
che quei suoni gentili tornano associati, quando lo spirito di 
Dante, nella suprema altezza dei cieli, tocca il colmo del- 
l'ebbrezza, quasi a rendere, col loro effetto combinato, ìl 
sommo di quello che la parola poteva fornirgli nel campo 
della musicalità: 

E vidi lume in forma di riviera 
Fuleido di fulgori intra due rire 


Dipinte di mirabil primavera. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 57 


Di tal fiumana uscian faville vive 
E d’ogni parte si mettean ne’ fiori 
Quasi rubin che oro circonscrive. 
Poi come inebriate degli odori 
Riprofondaran sè nel miro gurge (1) 
E s’una entrava, un’altra n’uscia fuorî. 
Par., XXX, 61 sgg. 


Qui si direbbe che, come le faville s’inebriano degli odori, 
l'artista, nel raggiungere «lo stremo di sua possa » si sia folle- 
mente inebriato della sua stessa musica fino al delirio, e che 
si abbandoni all’orgia dei motivi che più impressionano la sua 
anima, insaziabile della voluttà suprema d’una gioia che sta 
per finire. Il tripudio musicale che accompagna l’incorona- 
mento della Vergine è dovuto, abbiam visto, al motivo fon- 
damentale di un suono delicato e gentile: qui è il compendio 
dei motivi più sentiti ed essi, oltre che signoreggiare nella 
rima, risuonano dolcemente anche nel corpo dei versi, quasi 
rineorrendosi in gioiosa esultanza. 

A rincalzare le constatazioni che ci è riuscito di fare in un 
campo così delicato quale è quello che veniamo esplorando, 
dobbiamo aggiungere che altre considerazioni ci forniscono 
per altra via, quesi la prova diretta che lo spirito del poeta 
doveva sentire in una funzione eminentemente musicale il 
suono dell’erre intervocalica. É d’un egregio studioso un’osser- 
vazione che per questo rispetto è di capitale importanza: 
Dante non adopera mai in parole come glorioso, furioso, lussu- 


(1) Che anche della rima in urge dovesse essere sentito da Dante 
tutto il valore musicale, lo dimostra la sua apparizione in un passo 
tutto improntato all’onomatopca: 


Indi, come orologio, che ne chiami 
Nell'ora che la sposa di Dio srrge 
A mattinar lo Sposo perché l’ami 

Che l’una parte l’altra tira ed urge 
Tin tin sonando con sì dolce nota 
Che fl ben disposto spirto d'amor turge... 


Per., N, v. 1.9 sor. 


58 S. FRASCINO 


rioso, la scansione sineretica. « La sineresi in glorioso non si 
« potrebbe più difendere senz'altro col richiamare la sineresi 
«che Dante fa in fastidioso, poichè tra queste due figure fone- 
«tiche il poeta faceva evidentemente una grande differenza... 

« Pare evidente che l’r determinasse senz'altro la dieresi, 
« cioè che acusticamente il poeta sentisse il bisogno di consi- 
« derare come due sillabe le due vocali; quando, ben s'intende, 
«la seconda avesse l'accento grammaticale; giacchè altro è il 
« caso del tipo materia, memoria » (1). 

Questa osservazione par fatta apposta per apporre il sug- 
gello della verità a quello che noi siamo venuti constatando. 
Dante non sineresava mai parole come glorioso, lussurioso. 
perchè solo la dieresi gli permetteva di assaporare quel suono 
dell’erre intervocalico di cui era così ghiotto il suo orecchio. 
e che altrimenti sarebbe andato sciupato! E se ancora qualche 
dubbio si avesse di questa particolare predilezione dantesca, 
che cosa potremmo fare di più che chiamare Dante in persona 
a confessare questa sua debolezza di cui fu vittima illustre 
fin dalla sua giovinezza? Proprio all’inizio della Vita Noca 
(XIII, 4), egli candidamente riconosce che «lo nome d'amore 
«è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria 
«operazione sia ne le più cose altro che dolce, conciosiacosache 
«li nomi seguitino le nominate cose... ». In questo nome amore, 
così dolce a udire, fa capolino proprio quella benedetta erre 
intervocalica, che tanto seduceva l'orecchio, e con l’orecchio 
lo spirito di Dante! (2). 


(1) E. CraraRrnINI, Dieresi e sineresi nella D.C., in Rivista d'Italia, 
1910, pp. 917 e 901. 

(2) È da ricordare ancora che la parola amore occupa il primo 
posto fra quelle ehe Dante cita come modelli di bel suono, nella 
classificazione fonetica delle parole. 


SUONO E PENSIERO NELLA POFSIA DANTEKSCA 59 


* 
* %* 


Sorvolando su altre particolarità e tirando le somme della 
nostra esposizione, siamo tratti a concludere che a poche 
menti d’artisti, come a Dante, e specialmente se si tien conto 
dei tempi, si presentasse chiara la concezione dì ciò che il 
suono rappresenti in funzione dell’idea; e nessun’opera può 
vantare, come la Divina Commedia, quella ricchezza e varietà 
dell'elemento musicale, che è il colorito più bello della poesia. 
Musicalità non ristretta al lato dolce della parola, ma intesa 
nel più ampio significato, che, toccando i limiti estremi della 
gamma musicale, dalle più aspre combinazioni di suoni arrivi 
alle più melodiose. Lo spirito dantesco così per questo, come 
per altri rispetti, concepisce aspramente o dolcemente, non 
concepisce mai fiaccamente. 

Come, nell’armonico equilibrio di tutte le sue facoltà, esso 
ebbe una mirabile intuizione rappresentativa dovunque si 
converse, così ancor sotto il rispetto della funzione del suono 
nella parola, anche più che non vide, rappresentò il giusto. 
Che se egli fosse trascorso oltre, e avesse soggiogata la sua 
arte a preconcetti formali, egli avrebbe dato nella maniera, 
che alla sua poesia è sconosciuta. 

Dante è le mille miglia lontano dall’esagerazione morbosa 
del seicento italiano, del Marino e dei marinisti, per i quali la 
parola non è ancella dell’idea, ma è spesso ridotta ad un’espres- 
sione di suono, che maschera la vacuità del pensiero: lontano 
altresì dalla lambiccata ricerca del Parnaso ottocentesco 
francese, di suoni che da soli dovessero conferire al pensiero 
Più quasi di quel che la parola stessa non fosse atta a rappre- 
sentare. Signore magnifico del « fren dell’arte » come mezzo di 
costrizione della vita esuberante del suo poema che, nella sua 
molteplice tumultuarietà, d’ogni parte erompe, egli non po- 
teva erigere altari al suono senza impicciolire la sua poesia, 
al cui servigio egli invece lo piega. La vita della poesia par- 


Pai a: 9 


60 S. FRASCINO 


nassiana è tutta nella forma: Victor Hugo, movendo da un 
principio aprioristico, va in caccia di parole esotiche e si 
avvale del dizionario del Moreri come di una fonte di combi- 
nazioni foniche, più che di dati storici, quando con la foga tor- 
renziale della sua fantasia non conii addirittura ad arbitrio 
il vocabolo che meglio reputi confarsi al caso. Per lui non 
l’accurata scelta che il Boiardo e l’Ariosto ed il Manzoni fanno 
del nome dei loro personaggi, consci di quanto ìl suono possa 
conferire nella formazione, tutta ideale, della figura indivi- 
duale di quelli nella mente del lettore; ma la caccia meditata, 
sistematica aì nomi peregrini e la virtuosità sfoggiata perfino 
nel fermare sulla carta, per particolare predilezione di suono, 
rime che poi inserirà nei suoi versi, con la stessa cura con cuì 
un artefice possa incastonare in un monile pietre preziose in 
precedenza scelte. E — stravagante incongruenza! — da un 
lato il suono portato così alla massima esaltazione della sua 
importanza, da un altro spesso quasi disconosciuto nella rima, 
ridotta a concordanza grafica e non ad identità fonetica. 

Ma, ahimè! Vietor Hugo, come il Marino, formano scuola 
e alle loro orme è tutta una falange: doveva dunque essere 
in loro qualcosa di eccessivo, doveva in loro affiorare la ma- 
nera, che la scuola non mancherà di esagerare alle estreme 
conseguenze. 

Nel poema dantesco se pure qualcosa, rispetto al suono, si 
può trovare d’informe, qualcosa di grottesco, qualcosa, se 
vogliamo, di brutto, nulla vi è di malato, e la migliore riprova 
si è che la canerena della maniera non ha potuto da questa 
banda attaccarlo attraverso i secoli, i 

Dimitazione dantesca non occorrono che versi isolati, e 
sotto questo riguardo basti osservare che il nostro massimo 
poema cavalleresco come il nostro massimo poema eroico 
ingemmano la loro fronte di due perle di ben precisabile 
provenienza. 

L'Orlando Furioso s'apre con un verso 


Le donne, i cavalier, Varme, eli amori 


Ciniecalual 


. 
L 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 61 


che riprende un noto motivo dantesco 
Le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi (1) 
e la Gerusalemme Liberata ha nella sua prima stanza 


Molto egli oprò col senno e con la mano 


ch'è una derivazione del dantesco 


Fece col senno assai e con la spada. 


E chi sa che il Petrarca, con tutta la sua noncuranza per il 
nostro sommo poeta, non gli debba lo spunto d’una delle sue 
liriche più perfette? 

Di pensier in pensier, di monte in monte... 
E Dante (Par., VII, 53): 


Di pensiero in pensier, dentro ad un nodo... 


Ma è bene non malignare contro chi forse non ha malignato! 


Il ritmo in funzione dell’idea 
nella poesia dantesca. 


Non si può adeguatamente valutare l’importanza che assume 
il ritmo nella esplicazione del pensiero del poeta, senza rile- 
vare l’influsso dello schema metrico adottato, oltre, s'intende, 
la scelta del verso. Quanto a quest’ultimo, non è dubbio che 
nel giudicare « superbissimum carmen... tam temporis occu- 
‘patione quam capacitate sententiae et constructionis » l’en- 
decasillabo, Dante avesse fiutata tutta la varietà e libertà di 
atteggiamenti ritmici di cui esso è capace, e che non ha eguale. 


(1) Il binomio iniziale di questi versi appare la prima volta nel 
cerchio dei lussuriosi: 
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito 
Nomar le donne antiche e i carvalicri... 


Inf., V, vv. 70 sg. 


62 S. FRASCINO 


L'alto piedistallo del giudizio che all’ « etrusco metro » in- 
nalzò il suo stesso « inelito padre » resta intatto ai colpi del 
Foscolo, che tutto preso dal fascino della versificazione clas- 
sica, non tralascia occasione per magnificare la maestà del- 
l’esametro latino, alle spese del nostro « misero semiverso »! (1). 
Al quale, nei confronti dell’esametro, andrebbero attribuiti i 
rapporti — purchè intesi secondo l’organicità, e non l’esten- 
sione del pensiero — che ad uno studioso parve intuire fra 
esso e gli altri metri principi romanzi, serivendo che  «l’ales- 
«sandrino francese, l’endecasillabo italiano e il pentametro 
«inglese o blank verse indicano forse il relativo spazio neces- 
« sario alle tre lingue per lo stésso pensiero » (2). 

Riguardo poi alla scelta della terzina, derivata secondo ogni 
probabilità dallo schema metrico del serrentesius caudatus dei 
nostri trattatisti, e forse per il tramite della sestina (3), oltre 
che sulla sua perfetta consentaneità all’indole concisa del- 
l’ingegno dantesco, è da fermare l’attenzione sul magnifico 
svolgimento che quel metro, in mano a Dante, consente allo 
sviluppo del periodo ritmico, assicurando il pensiero da quegli 
strozzamenti contro cui, anche questa volta, è pronto a levare 
le strida il Foscolo (4). Metro breve, la terzina; ed è certa- 
mente un fatto che di Dante si odono spesso ripetere versi 
isolati, mentre il ricordo di un verso dell’Ariosto trascina con 
sé tutta un’ottava, e che d’incerto effetto riuscirebbero, nelle 
ampie volute di un’ottava ariostesca, quei versi così staccati 
che, ad esempio, nel canto di Francesca ci si ripresentano ogni 
tanto e ci suscitano l’impressione che siano rotti da singhiozzi 


(1) Op., IX, pp. 365 e 324. 

(2) L. CECI, Il ritmo del verso e il ritmo della prosa, nella Cultura, 
1907, p. 295, dove si può vedere anche un giudizio sull’opuscolo di 
F. GARLANDA (Il verso di Dante, Roma, 1907), che studia l'elemento 
 dell’allitterazione e dell’assonanza. 

(3) Cfr. G. Mart, La sestina d’Arnaldo, la terzina di Dante, Mi- 
lano, Hoepli. 1899, p. 33. 

(4) Op., I, 430. 


BUONO E PENSIERO NELLA POFSIA DANTESCA 63 


(Galeotto fu il libro ecc., Quel giorno più ecc., Caina attende ece., 
Queste parole ecc.). Nè al discorso diretto cui, nella sua strin- 
gata concisione, sì largo campo è riservato nell’opera dantesca, 
sarebbe risultato minore impaccio da un ipotetico svolgimento 
in ottave (1). Ma è vero altresì che l’indisturbata continuità 
derivante alla terzina dalla ininterrotta concatenazione delle 
rime compensa all’occorrenza benissimo la brevità del suo 
schema metrico e presenta il minore inceppo alla naturale 
esplicazione del pensiero, il quale può liberamente arrestarsi 
o protrarsi, senza che a ciò sia di pregiudizio un ostacolo pu- 
ramente esteriore. ; 

L'ottava rappresenta invece in sè un piccolo mondo, l’orga- 
nismo intero d’un pensiero in un organismo ritmico compiuto: 
la rima baciata con cui essa si chiude è il vero suggello della 
sua unità. Onde un periodo ritmico può veramente considerarsi 
chiuso alla fine d’una di esse, chè l’inizio della seguente potrà 
segnarne la ripresa, ma non esserne la continuazione. Da 
questa specie di fermata obbligatoria cui il ritmo costringe i} 
pensiero — e, possiamo aggiungere, la danza, quando a questa 
si sposava la modulazione del componimento poetico — è 
derivato, secondo ogni presumibilità, il nome di stanza a 
quella che, grecamente, si suole denominare strofa; e ci fa 
sorrìdere l’ingenuo etimo affacciato da Dante, che nella sua 
preoccupazione d’infarcire la canzone di ogni immaginabile 
perfezione, definisce la «stantia» «mansio capax, sive recepta- 
« culum totius artis » (2). 

Le stesse considerazioni si potrebbero estendere ad altre 


(1) Vero è che l’Ariosto si abituò a pensare in ottave, come Dante 
in terzine. « Il metro lo ha talvolta soggiogato (Dante) a tal segno, 
« Che per canti interi non una pausa è trascurata, non un sol periodo 
e rompe la terzina: tali, ad esempio, il 25, 32, 33 del Purg., il 4, 7, 
« 13, 14, 18, 22, 28, 29, 30 del Paradiso ». G. Lisro, L'arte del periodo 
nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo NIII, Bologna, Za- 
nichelli, 1902, p. 115. o 

(2) De V. EI., II, 8, 2. 


64 S. FRASCINO 


specie di strofe, come, per limitarci ai versi adoperati da 
Dante (1), a quelle di settenari, quali usò il Manzoni: 


Ei fu. Siccome immobile 
La terra al nunzio sta, 
ove alla rima tronca con cui la strofe si chiude, con la foga 


d’un torrente sbarrato, il ritmo ha le gambe spezzate e non 
va oltre, anche se il pensiero procede: 


Muta pensando all’ultima... 


Lo sentì bene il Manzoni stesso, quando altrove fu portato 
a far coincidere la pausa ritmica che arresta l’irruenza del 
settenario, con la pausa del pensiero, interpretata a mera- 
viglia da quello sta: 


Qual masso che dal vertice 
Batte sul fondo e sta. 


Ma tali considerazioni non possono riguardare la terzina, la 
quale permette a Dante e la tagliente efficacia del ritmo stac- 
cato e il dispiegamento di esso in tutto il suo flusso sover- 
chiante. Quando nell’episodio di Capaneo il ritmo accompagna 
il pensiero in una sospensione che si protrae per ben otto 
versi, per poi concentrare tutto l’effetto sul nono: 


Se Giove stanchi il suo fabbro, da cui 
Crucciato prese la folgore acuta 
Onde l’ultimo dì percosso fui 
E s’egli stanchi gli altri a muta a muta 
In Mongibello alla fucina negra 
Gridando: Buon Vulcano, aiuta, aiuta! 
Sì, com'ei fece alla pugna di Flegra, 
E me sactti di tutta sua forza 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 
Inf., XIV, 52 agg.; 


{1) Secondo i calcoli di G. Listo (op. cit., p. 90), Dante avrebbe 
seritto 16.542 endecasillabi, 390 settenari e 14 quinari. 


- din. — chè . 


SUONO E PENSIBRO NELLA POESIA DANTESCA 65 


quando, nella sublime indignazione di San Pietro, esso ci 
martella l’anima per lo spazio di tre terzine, senza mostrare 
d’essersi esaurito: 
Non fu nostra intenzion che a destra mano 
Dei nostri successor parte sedesse 
Parte a sinistra, del popol cristiano; 
Nè che le chiavi che mi fur concesse 
Divenisser segnacolo in vessillo 
Che contro i battezzati combattesse, 
Nè ch’io fossi figura di sigillo 
Ai privilegi venduti e mendaci 
Ond’io sovente arrosso e disfavillo... 
Par., XXVII, 46 sgg. 


vien fatto di pensare al magnifico uso che di queste costru- 
zioni permetteranno di fare, cinque secoli dopo, a quel mago 
incantatore di Victor Hugo, i suoi battaglioni di alessandrini 
in cui accumulando le immagini, come in fatati castelli smar- 
rirà l'animo dei lettori (1). 

Ed ecco alle grandi ondate ritmiche che trascinano la ter- 
zina organizzata in serie, sostituirsi le più piccole onde del- 
l'endecasillabo staccato, che si accavallano verso per verso 
nell'àmbito di una stessa terzina, con effetto meno ampio, 
ma più serrato: 

Non dispensare o due o tre per sei, 
Non la fortuna di prima vacante, 
Non decimas, quae sunt pauperum Dei, 
Addimandò; ma contro al mondo errante 
Licenza di combatter... 


Par., NIT, 91 sgg. 


(1) «La Commedia comprende 4711 terzine, più i cento versi finali. 
I periodi sono 3422, di cui soltanto 208 non terminano se stessi 0 
“parte intera di sè col metro. Le eccezioni son ripartite così: 101 al- 
‘l'Inferno, 63 al Purgatorio, 44 al Paradiso. I periodi di una terzina 
“sono 2152; di due terzine 774; di tre, 174; di quattro, 36; di cinque, 11; 
‘ di sei, 5; di sette, 2; di otto, 1: di nove, 1. Di un verso ce ne sono 84, 
‘ di due, 84; di frazioni, o di più versi 129 ». Listo, op. cit., p. 114 nota. 


5 — Giurnale storico — Suppl. n° 24. 


66 i s. FRASCINO 


La sospensione che, imperniandosi su quell’ « addimandò », 
vediamo quì tutta gravitare su un concetto, può altrove, ca- 
gionata da un inciso, con non diminuita efficacia gravitare 
su una parola, che il poeta ha quasi ritegno di metter fuori: 


Fu, quando Grecia fu di maschi vota 
Sì che a pena rimaser per le cune, 


Augure... 
Inf., XX, 108 sgr. 


Se, come della sospensione, volessimo qui indugiarci sugli 
effetti che Dante sa ricavare dall’inversione, non ci sembre- 
rebbe forse illegittimo considerare tolti dal grande armadio 
dell’Alighieri ì farmachi con cui il Parini ed il Foscolo corro- 
boreranno la struttura dell’endecasillabo, quando si preoccu- 
peranno di guarire quel verso dal languore arcadico! 


s'e 

Giustamente nota il Lisio (1) che «perchè l’armonia d’un 
verso vada sperduta o soltanto dileguata, conviene sia rotto 
fortemente a mezzo, o vero che la sua fine si attacchi così 
strettamente al principio seguente, da non permettere con 
la pausa ritmica la più lieve pausa del senso; o vero che gli 
capitino luna cosa e l’altra ». E i suoi dati statistici (2) 2 
questo proposito riescono assai opportuni a confermare il 
perfetto accordo nelle opere dantesche tra ritmo e suono, in 
stretto servigio dell'idea. La soavità musicale delle «dolci 
«rime d'amore » è accompagnata dal minor numero di tali 
disaccordi, ed uno solo ne ha la canzone « Amor che nella 


(1) Op. cit., p. 92. 

(2) « Di tuttii versi danteschi, approssimativamente, l’ottava parte 
«non concorda con la pausa grammaticale; e proporzionatamente 
«nel Canzoniere una 168 parte, nella Commedia una 78. Anche in 
« questa si va progredendo di libertà, dai primi canti a quelli di mezzo, 
cagli ultimi; la differenza riesce anzi sorprendente » (p. 96). 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 67 


«mente mi ragiona » di fronte al gruppo delle filosofiche più 
tarde che, «in quattro, conta più di 45 versi rotti... Le canzoni 
«2 dirittura sensuali Così nel mio parlar voglio esser aspro e 
«Io son venuto al punto della rota in due formano 25 ecce- 
« zioni » (1). 

Quanto alla Commedia, ci spiegheremo l’ineguaglianza che 
il Lisio dice sorprendente fra la prima e le altre due cantiche (2) 
col fatto, altra volta rilevato, che in queste compare la ten- 
denza a raziocinare ed a filosofare, ed abbiamo testè visto 
nelle canzoni filosofiche la bilancia tendere al tracollo. 

Non è privo d’interesse considerare nella Commedia i casì 
più notevoli in cui il pensiero porta con sè, quasi necessaria- 
mente, questo disappunto fra il ritmo ed il senso, che i francesi 
soglion denotare col nome di enjambement. Esso accompagna 
assai efficacemente le incertezze dell’animo, lo smarrimento 
in senso sia spirituale che materiale: 

- ond’io lasciai la cima 
Cadere e stetti come l’uom che teme 
Inf., XIII, 44 sg. 


La turba che rimase lì, selvaggia 
Parea del loco... 
Purg., II, 52 sg. 
Quivi perdei la vista e la parola 
Nel nome di Maria finii e quivi 
Caddi e rimase la mia carne sola. 
Purg., V. 100 sgg. 


Io stancato ed ambedue incerti 


Di nostra via... 
Purg., X. 19 sg. 


(1) Lisro, Op. cit., p. 94. 

(2) « Nell’Inferno, da un minimo di 4 versi per ogni canto, si sale 
«ad un massimo di 20; nel Purgatorio da 10 a 41; nel Paradiso si 
«oscilla fra 16 e 38. Proporzionatamente un 15° dei versi dell'Inferno 
« non è finito di suono e di senso; nelle altre due cantiche, poco meno 
“d’un 59». Op. cit., p. 96, nota. 


68 


8. FRASCINO 


e dipinge molto efficacemente lo smarrimento di Dante alla 
perdita della sua dolce guida: 


Ma Virgilio n'’avea lasciati scemi 
Di sè, Virgilio, dolcissimo padre... 


Purg., XXX, 49 sg. 


Così sen va e quivi m’abbandona 
Lo dolce padre... 


Inf., VIII, 109 sg. 


Può esso anche essere un portato della vaga indeterminatezza 
propria dei sogni, quando è 


la mente nostra peregrina 
Più dalla carne e men dai pensier presa... 


In sogno mi parea veder sospesa 
Un’aquila del ciel... 


Ed esser mi parea là dove foro 
Abbandonati i suoi da Ganimede... 


Purg., IX, 16, 19, 22 agg. 
Quivi mi parve in una visione 
Estatica di subito esser tratto... 


Purg., XV, 85 sg. 


Mi venne in sogno una femmina balba 


Jo la mirava: e come il sol conforta 


Le fredde membra che la notte aggrava 
Così lo sguardo mio le facea scorta 


La lingua... 
Purg., XX, 7, 10 sgg. 


Giovane e bella in sogno mi parea 


Donna vedere andar per una landa 
Cogliendo fiori... 


Purg., XXVII, 97 sge. 


In altri casì esso è un portato dell'idea di stanchezza e di len- 
tezza e ne rende tutta l’impressione: 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA — 69 


E vidi gente per lo vallon tondo 
Venir, tacendo e lagrimando, al passo 
Che fanno le letane in questo mondo 

Inf., XX, 7 sgg. 


Che giva intorno assai con lenti passi 
Piangendo e nel sembiante stanca e vinta 
Inf., XXIII, 59 sg. 


In picciol corso mi pareano stanchi 
Lo padre e i figli 
Inf., XXXIII, 34 sg. 


Da man sinistra n’apparì una gente 
D’anime che moveano i piè ver noi: 
E non pareva sì venivan lente! 
Purg., III, 58 agg. 
Nell'esempio: 
E dietro le venia sì lunga tratta 
Di gente, ch'io non avrei mai creduto 
Che morte tanta n’avesse disfatta... 
Inf., III. 55 sgg. 


3 


questo artifizio favorisce lo spiegarsi alla nostra vista ideale 
d'un corteo interminabile; nelle parole di Ulisse 


Quando m’apparve una montagna brun:: 
Per la distanza... 
Inf., XXVI, 133 sg. 


ci dà la sensazione della lontananza che separava gli arditi 
navigatori dalla mole giganteggiante nell'Oceano. Altrove, 
aprendo quasi un abisso fra il nome e l'aggettivo 


Sì ch'io vedea di là da Gade il varco 
Folle d’Ulisse 
Par., NNVII, 82 sg. 


o fra il verbo e il sostantivo 


«Adima 


Il viso e guarda come tu se’ volto » 
Par., XXVII, 77 sg. 


70 


S. FRASOINO, 


desta l’impressione dell’infinito, quella stessa impressione che 
questo stesso mezzo tanto contribuisce ad originare in un 
famoso idillio leopardiano (1). Nè tale brusca interruzione del 
ritmo nella stretta continuità del pensiero riesce meno efficace 


in alcuni casi singolari 


Qui distorse la bocca e di fuor trasse 
La lingua come bue che il naso lecchi * 
Inf., XVII, 74 sg. 


Volgendo ad ora ad or la testa e il dosso 
Leccando come bestia che sì liscia 
Purg., VIII, 101 sg. 


Ecco quattro casi analoghi dove la nota dell’affetto è racco- 
mandata non meno alla parola, che a questa particolarità 


ritmica: 


Lo duca a me si volse con quel piglio 

Dolce ch'io vidi prima a piè del monte... 
Inf., XXIV, 20 sg. 

Ed una donna, in su l’entrar, con atto 

Dolce di madre dicer: Figliuol mio... o 
Purg., XV, 88 sg. 


Quivi soavemente spose il carco 
Soave per lo scoglio sconcio ed erto... 
Inf., XIX, 130 sg. 


Quand’io odo nomar se stesso il padre 
Mio e degli altri miei miglior... 
Purg., XXVI, 97 sg. 


Ma di tutti i casi in cui simile artifizio riesce a conseguire 
bello effetto, il più delicato è per avventura in una delle gioie 


(1) Numerosi infatti gli enjambements nell'Infinito del Leopardi: 


Ma sedendo e mirando interminati 
Spazi di là da quella e sovrumani 
Kilenzi... 

... Così in questa 
Immenvità s'annega il pensier mio. 


SUONO E PENSIRRO NELLA PUESIA DANTESCA 71 


più care che ingemmano il Paradiso dantesco, vogliamo dire 
nei soavi versi della lodoletta: 


Quale allodetta che in aere si spazia 
Prima cantando e poi tace, contenta 
Dell’ultima dolcezza che la sazia 

Par., XX, 73 sgg. 


ove l’ultima parola del secondo verso riattaccandosi stretta- 
mente all’inizio del seguente, costringe dopo «tace» ad una 
pausa che s’accorda con il concetto espresso da quella parola 
ed è una sfumatura deliziosissima. 


* 
* * 
Considerando i rapporti che, nel corpo dei singoli versi, il 
ritmo presenta con l’idea, sono da ricordare anzitutto i ser- 
vigi resi dalle parole sdrucciole e tronche. Ricorrendo al loro 


gioco, Dante ora infonde. al verso una leggerezza alata, nella 
sua continuità 


Ed agevolemente omai si sale 


ove tutto l’effetto è raccomandato all’avverbio, che si scom- 
pone al nostro orecchio in due parti (agevole-mente) di cui la 
prima sdrucciola (1); ora lo frantuma in pezzi minuti sotto il 


——.r 


(1) Altrettanto si potrà ripetere pel verso 
SÌ l’agevolerò per la sua via. 


E giustamente nota G. FRACCAROLI (una teoria razionale di me- 
rica italiana, Torino, Loescher, 1887, a p. 15) che «le parole com- 
‘poste nelle quali ciascun elemento componente sia inalterato e 
‘soprattutto gli avverbi in -mente possono benissimo conservare 
‘l'accento, senza indebolirlo in grave, anche nella prima parte, a 
‘Patto però di separarsi nella pronunzia; come in questi esempi: 

Con tre gole canina-mente latra... 

Cotanto glotiosa-mente accolto... 

Nemica naturài-mente di pace... e 
Dividonsi infatti senza difficoltà questi avverbi anche tra un verso 
€ l'altro. E non manca qualche esempio anehe in Dante (efr. Par., 
XXIV, 16-17). 


72 | 8. FRASCINO 


maglio degli accenti 


Di qua, di là, di su, di giù, lì mena (1); 
ora lo arresta di botto per un’azione improvvisa 


Quivi sparì: ed io su mi levai... 
Tosto così com’ei furon spariti... 
Quivi morì: e come tu mi vedi... 

Un tuon s’udì: e quelle genti degne... 


resa qui con il tronco nel corpo del verso, altrove significata 
con lo stesso mezzo alla chiusa di esso: 


Qual è colui che cosa innanzi a sè 
Subita vede... 
Modicum et non videbitis me... 
Poscia tra esse un lume si schiarì... 


Come il tronco è atto a denotare l’azione improvvisa, così 
lo sdrucciolo riproduce a meraviglia l’azione celere, tanto nel 
corpo del verso 


Dicono ed odono e poi son giù volte... 
Tutti si posano al sonar d’un fischio... 


che alla chiusa di esso 


Già non finìo di tal consiglio rendere 
Ch'’io li vidi venir con lV’ali tese... 
Poscia nei due penultimi tripudi 
Principati ed Arcangeli sì girano... (2). 


(1) L’Ariosto riprende non meno di due volte questo motivo dan- 
tesco (0rl. Fur., NNIV, 2, 5 e_14, 1): 


Chi su. chi giù, chi qua, chi là travia... 
Di qua, di là, di su, di giù discorre... 


(2) « Di veri sdruceioli, p. es. rimanti in -èndere, il poema non ne 
«ha che quattordici; come poi di versi tronchi non ne ha che sei in 
«lingua provenzale, quattro in latino e trentasei in italiano: un ita- 
«liano, però, in cui dobbiamo comprendere, nientemeno, anche 
«Gelboè, Al, Artù, Sion, Austerricch, cricch e Tambernicch. Il propo- 
«sito di attenersi il più possibile alle rime piane è evidente nella 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 78 


Ma più che gli sdruccioli e ì tronchi nei casi considerati, rap- 
portì certi e salienti con l’idea espressa offrono nella Commedia 
aleuni dei principali sistemi accentuativi dell’endecasillabo, 
i quali si ripresentano ad assecondare col vario ritmo i vari 
atteggiamenti del pensiero. 

Notevole è l’uso che il poeta fa del verso a movimento 
ahapestico, accentato sulla quarta, settima e decima sillaba 
(a prescindere dalla prima, diventa un decasillabo manzoniano 
bell'e buono), come portato dall’idea di violenza, sia essa 
intesa in senso reale o figurato: 


Batte col remo qualunque s’adagia... 
Graffia gli spirti, gli scuoia e li squatra... 
Ancor del colpo che invidia le diede... 
Volgendo pesi per forza di poppa... 

Che della selva rompieno ogni rosta... 

E me saetti di tutta sua forza... 

Forte spingava con ambe le piote... 

Coi piè di mezzo gli avvinse la pancia... 
Col pugno suo, che non parve men duro... 
Così dicendo, il percosse un dimonio... 
Batteansi a palme e gridavan sì alto... 
Che li battean crudelmente di retro... 
Onde vi batte chi tutto discerne... 
Della giustizia che sì li pilucca... 
Crescendo sempre, finch’ella il percote... 
Da qual che parte il periglio l’assanni... 


‘Commedia, come evidentemente vi era stato ancor più irremovibile 
‘ nelle liriche, dove nessuna rima sdrueciola occorre e solo quattro 
‘tronche si hanno in una ballata, e due rime in -izia e due in -opia 
‘80n tutto il bottino che c'è riuscito di fare per Vintento nostro ». 
Queste induzioni del D'Ovidio (Dieresi e sineresi nella poesia ital. 
in Versific,, ecc., p. 41) sono confermate dal fatto che Dante non 
accoglie nessuna parola sdrucciola 0 tronca fra le « urbane pettinate », 
Ma anzi riprova gli sdruccioli del dialetto siciliano ed i tronchi del 
dialetto padovano. 


al 


74 S. FRASCINO 


E ferì il carro di tutta sua forza... 
Gridando a sè pur: Martira, martira!... 
Anciderammi qualunque gn’apprende... 
Poi ver Durazzo e Farsaglia percosse... 
Che con la coda percote la gente... 

In alcun vero suo arco percote... 
Ch'ha ricevuto già il colpo mortale... 


anche se tale idea di violenza si manifesti come ira 


Quell’altro è Folo, che fu sì pien d'ira... 
Cozzaro insieme, tant’ira li vinse... (1) 

Perchè per ira hai voluto esser nulla... 
Che nella madre ebber l’ira commota... 


o ruina, caduta e simili 


Tal cadde a terra la fiera crudele... 
Quand’io sentii come cosa che cada... 
Ella ruina in sì fatta cisterna... 

Ahi dura terra, perchè non t’apristi?... 
Vassi caggendo e quant’ella più ingrossa... 
Tanto giù cadde, che tutti argomenti... 
A che vil fine convien che tu caschi!... 
Così s’allenta la ripa che cade 

Quivi ben ratta dall'altro girone... 


o commovimento 


Che laura eterna facevan tremare... 

Per che ci trema e di che congaudete... 
Siccome l'onda che fugge e s’appressa... 
Per mareggiare intra Sesto ed Abido... 

Che mena il vento e che batte la pioggia... 
Se non che al viso e di sotto mì venta... 


Questo tuo grido farà come vento... 


(1) L'accento di settima verrebbe attenuato, non annullato, da 
chi volesse calcare in questo verso l'accento di sesta, come nel pre- 
cedente quello di ottava. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 75 


Pur come quella cui vento affatica... 
Venir con vento e con nube e con igne (1). 


Questo ritmo tambureggiante si presta benissimo a ritrarre 
un'azione rapida 


Più lieve legno convien che ti porti... 

FE quel fuggì, come venne, veloce... 
Correndo su per lo scoglio venire... 

Di nere cagne bramose e correnti... 

Che per veder non indugia il partire... 
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio... 
L’acqua ch'io prendo giammai non si corse... 
Subitamente da gente che dopo... 

Punse Marsilia e poi corse in Ispagna... 
Che fa in nube il suo fuoco veloce... 
Inver Farsaglia rivolse lo stuolo... 

Di quella vita che al termine vola... 

Da terra il ciel che più alto festina... 

Che qui è buon con la vela e coi remi... 

E cento miglia di corso nol sazia... 
Essere al Sol del suo corso rimaso... 

Per che a fuggir la mia vista fu ratta... 


un rumore 


Un greve tuono, sì ch'io mi riscossi... 
Quella suonò come fosse un tamburo... 
Sarebbe fronda che tuono scoscende... 
Tanto ch’avrebbe ogni tuon fatto fioco... 


un grido 
E quegli accorto gridò: Corri al varco!... 
Battevansi a palme e gridavan sì alto... 


Quivi le strida, il compianto e il lamento... 


(1) Il concetto opposto, di calma, si traduce in versi che appena 
sentono il tocco degli accenti: 


Come di neve in alpe senza vento... 
Già era l'aura d'ogni parte queta... 


76 S. FRASCINO 


Così gridai colla faccia levata... 

Però si mosse e gridò: tu se’ giunto!... 
Gridando a sè pur: Martira, martira!... 
Mosso Palermo a gridar: Mora, mora!... 
Venian ver noi e ciascuna gridava... 

Poi gridò forte: Qual grazia m’è questa?... 
Questo suo grido farà come vento... 

Di grido in grido pur lui dando pregio... 
L’alto preconio che grida l’arcano... 
Poscia che il grido t'ha mosso cotanto... 
Per salir su e tal grido seconda... 

E due dinanzi gridavan piangendo... (1) 


Non mancano i casi in cui questa forte accentazione anape- 
stica (2) martelli insistente due endecasillabi consecutivi. Così, 
nell’episodio di Ciacco, essa travolge i versi 


Verranno al sangue e la parte selvaggia 
C'accerà l’altra con molta offensione... 


e degli altri 


Voce che giunse di contra dicendo: 
Anciderammi qualunque m’apprende 


fu giustamente notato che «quasi incalzandosi e rincorren- 
« dosi, a meraviglia ritraggono il passar velocissimo del grido 
« forte e angoscioso » (3). Talvolta l’efficacia di questo ritmo è 


(1) Ben altro è il movimento ritmico dove la violenza del grido è 
temperata dall'affetto! 


Sì forte fu l’affettuoso grido... 


(2) Dicendo qui accentazione anapestica, come più oltre giambica, 
dattilica, ecc., intendiamo naturalmente riferirci all'accezione che 
questi termini hanno assunto in riferimento alla nostra metrica. 
dove non vogliono denotare sillabe lunghe e sillabe brevi, ma 8er- 
vono a raggruppare colle sillabe colpite dall’accento ritmico, le altre. 

(3) CapETTI, in un'Appendice sull'onomatopea mella D. C. annessa 
alle Osservazioni sul Paradiso dantesco, Venezia, 1888, p. 84. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 77 


accresciuta dal particolare rilievo che alla prima parola del 
verso dà l’accento sulla prima sillaba: 


Forte spingava con ambo le piote... 
Folgore par se la via attraversi... 
Pute la terra che questo riceve... 
Buio d’inferno e di notte privata... 


Negli ultimi due casi il verso scoppia con una labiale congiunta 
a vocale oscura. 

All’accentazione anapestica, finora’ considerata, che forza 
l'endecasillabo nella maniera più violenta, fa un singolare 
contrapposto l’accentazione giambica o trocaica che dir si 
voglia (1), la quale inchiodando con ben cinque accenti tutte 
le sillabe pari del verso, fa quasi segnare il passo all’idea. Non 
sorprenderà perciò di constatare come questo ritmo accom- 
pagni specialmente l’idea del movimento pacato, del cam- 
mino lento pede: 


Di pari come huoi che vanno a giogo... 
Venendo teco sì a paro a paro... 

A me che tutto chin con loro andava... 
Quant’io calcai finchè chinato givi... 

Che giva intorno assai con lenti passi... 

E piede innanzi piede appena mette... 
Allor si mosse ed io gli tenri dietro... 

Già era più per noi del monte volto... 

Dio sia con voi ch'io più non vegno vosco... 
Ma rei venuto più che mezza iega 
Velando gli occhi e con le gambe avvolte... 
E quivi fu del fosso il nostro passo... 


Appresso porse a me l'accorto passo... 


e nu 


(1) « Nella sua forma primitiva, l’endecasillabo corrisponderebbe 
‘ad una pentapodia iambica o ad una tripodia trocaica con anacerusi, 
‘che è ritmicamente identica e quando ogni sillaba pari ha l'accento, 
‘nulla vieta di batterlo in cinque tempi». F. Zamparpr. Il ritmo 
dei versi italiani, Torino, 1874, p. 52. 


78 8. FRASCINO 


E volse i passi suoi per via non vera... 
Ed ella i passi vostri in bene avanzi... 
Venite dunque ai nostri gradi innanzi... 


Questo ritmo si accompagna talora anche all'idea della caduta, 
ma non della caduta precipitosa o della rovina prodotta da 
violenza esteriore, che abbiam visto esser propria del ritmo 
anapestico, bensì della caduta dovuta ad esaurimento inte- 
riore o svenimento: 


E caddi com8 l’uom cui sonno piglia... 

F. caddi come corpo morto cade... 

Vid’io cascar li tre ad uno ad uno... 

Le braccia ch’ei menò giammai non move... 


Non è raro incontrare nella Commedia dei versi in cui la'tempra 
del pensiero costringe il ritmo a fogge forzate, ma non perciò 
meno efficaci. Il Cesareo rilevò l’effetto dei versi « ad accento 
«sdrucciolo sulla quarta sillaba, appena sostenuto da una 
«vocale che segua alla sesta, e l’accento piano sulla settima; 
«onde ne deriva una mancanza, un vacillamento, una fatica, 
«che accompagna assai bene gl’impedimenti del pensiero, le 
« titubanze dell'animo, le diversità del movimento: 


Mi rimanessero e chinati e scemi... 

Ed ecco piangere e cantar s’udio... 

Che quel può surgere e quel può cadere... 
Che non paressero impacciati e lenti... 


Sì che veggendola io sospesa e vaga... » (1) 
e forse più a proposito degli altri, il verso 

I quali andavano e non sapevan dove 
oltre l’altro restituito dalla nuova lezione critica 


In rimprovero del secol selvaggio ? (2) 


(1) G. A. CEsaRrEO, lp. cit., p. 199. 
(2) Prima si leggeva «rimproverio » invece di « rimprovero ». 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 79 


L'accento ritardato dopo la quarta sillabe, fin sulla nona, 
di guisa che venga ad urtare in quello obbligato che cade sulla 
decima, spesso compare associato all'idea di sforzo o di peso, 
di salita o di discesa, idee tra cui corre più affinità di quel che 
a prima vista potrebbe non parere: 


Che furo all’osso come d’un can forti... 
Come fa donna che in partorir sia... 

Noi montavami su per gli scaglion santi... 
Già surto fuor della sepuleral buca... 

Lo scendere e salir per l’altrui scale... 

E progenie discende dal ciel nova... 
Laggiù cascherò io altresì, quando... 
Sovra tutto il sabbion d'un cader lento... 
Di quel peccato ove mo cader deggio... 
Che non mi meni, sì ch’io cadrò freddo... (1) 
Perchè a poco vento così cadi?... 

Dicono ed odono e poi son giù volte... 

Lo Sole in pria, che già nel corcar era... 
Come colui che l’ha di pensier carca... 
Grave alla terra per lo mortal gelo... 

E tu, figliuol, che per lo mortal pondo... 


In questi due ultimi versi è interessante avvertire la medesima 
posizione della médesima parola « mortal » (2). 


e 


(1) Rime, LXVIII, 22. 

(2) In riferimento a qualche anomalia ritmica, dobbiamo notare 
che pur essendo non pochi in Dante gli endecasillabi che presentano 
delle durezze nella recitazione, come quello (Purg., V, 9) 


Pur me, pur me ce il lume ch'era rotto 


le cui spezzature non sono senza nesso con l’idea espressa, rarissimi 
sono i versi sordi all’armonia. Uno di questi (Rime, 72, 9) 


Vestito di novo d’un drappo nero 


la un ritmo così piatto che si stenta a crederlo uscito dalla penna di 
Dante. All’altro, assai noto, 


Che diedi al re giovane i mai consigli 


80 S. FRASCINO 


«a 

Esaminato il rapporto che, nei singoli versi danteschi, sì può 
spesso ravvisare fra il ritmo ed il pensiero, per cui questo 
appare come il vero regolatore e propulsore del loro movi- 
mento, non riuscirà difficile rendersi conto delle più estese con- 
formità ritmiche cui può dar luogo l’affinità del pensiero. 
Come ognuno ha, senz’avvedersene, un conforme atteggia- 
. mento dell’espressione in rapporto alle idee affini o agli stessì 
moti dell'animo, per cui le sue manifestazioni d’ira, di dolore, 
di commozione, di gioia, finiscono per essere contraddistinte 
da un accento particolare, che le differenzia da quelle di ogni 
altro, pure collegandole fra loro; come nell’apparente disor- 
dine della gesticolazione con cui molte persone sogliono accom- 
pagnare i loro discorsi un osservatore potrà rinvenire l’ordine, 


che vi fu chi propose di correggere in 
Che diedi al regio Vanni i mai consigli 


e che, di aberrazione in aberrazione, il Ranieri volle leggere, con uno 
spostamento d’accento 


Che diedi al re giovàne i mai consigli 


— attribuendo, ed erratamente, come mostrò lo Zingarelli (Parole 
e forme nella D. C. aliene dal dialetto fiorentino, in Studi di Filologia 
romanza, Roma, 1894, p. 125), a Dante l’intenzione di riprodurre 
la pronunzia di Beltramo nella sua espressione lo reys jores — mi è 
venuto fatto di trovare nella Vita Nova (27, 10) il riscontro di un 
verso dal ntmo perfettamente eguale: 


Che fa li miei spiriti gir parlando. 


Ne in quello è consigliabile, come propongono alcuni, la cesura dopo 
re, nè in questo lo sarebbe la cesura dopo miei. Bisogna contentarsi 
di quel ritmo saltellante, ma non poi tanto spiacevole! Un verso 
che invece può riuscire sgradito per colpa del lettore è (Purg., II, 23) 


Un non sapea che bianco e di sotto... 


Esso non potrà essere letto a dovere se non facendo una forte pausa 
dopo la parola che. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTEKSCA 81 


che fa corrispondere quei gesti a quei dati movimenti del 
pensiero; così nella pressochè infinita multiformità di sfuma- 
ture di cui il ritmo si può colorare, è dato spesso cogliere delle 
conformità caratteristiche, spiegabili solo per l’affinità dell’idea 
o del sentimento espresso. E non è dubbio che questi riscontri 
si lasceranno cogliere con più frequenza nei poeti di più di- 
stinta individualità, come quellìi che ci presentano natura 
più schietta e forte, a giudicarne almeno da Dante, in cui può 
dirsi davvero sorprendente il numero di tali ricorsi ritmici. 

Ma è anche da tener presente che, come pensieri affini, che 
tenderebbero ad assumere la stessa intonazione ritmica, fini- 
scono, per l'adattamento con la parola, con cui sì trovano a 
dover fare i conti, col colorirsi di sfumature diverse o col dif- 
ferenziarsi tutt’affatto, così qualche volta conformità di ritmo 
possono essere determinate da ragioni puramente estrinseche. 
Pur lasciando un certo campo a queste eventualità, l’impor- 
tanza di tali riscontri non ne verrà scemata. Essi ci possono 
confermare che, come la natura fenomenica esteriore tende ad . 
assumere, nella nostra percezione, il colorito del nostro spirito, 
per cui ciò che più parrebbe oggettivo, la descrizione d'un 
paesaggio, finisce per rivelare, per l’animo che vi è trasfuso, 
Il poeta; un’eguale tendenza porta il nostro spirito a rivestire 
d'una veste musicale affine, pensieri simili. 

Fin nelle prime canzoni giovanili di Dante è dato sorpren- 
dere motivi di cui l’eco si riscontra nel poema. Il Cesareo ha 
ben rilevato che il verso 


Vienì a veder nostra donna che giace..., 


il quale occorre nella canzone centrale della Vita nora « Donna 
‘pietosa e di novella etate » (v. 64), è coniato con lo stesso 
caleo dell’altro: 


Vieni a veder la tua Roma che piagne... 
Della stessa canzone è il verso (15) 
Era la voce mia sì dolorosa 


6 - Giornale storico — Suppl. n° 24 


$2 S. FRASCINO 


il cui gemello è (Purg., XXXI, 7) 


Fra la mia virtù tanto confusa. 


Così un sonetto delle Rime amorose s’apre con un’invoca- 
zione: 


O dolci rime che parlando andate 
Della donna gentil... 


che arieggia a quella con cui Virgilio apostrofa il Sole (Purg., 
XIII, 16): 

O dolce lume a cui fidanza io entro 

Per lo novo cammin... 


Frequenti gli emistichi, che, insieme col ritmo, alcuni versi 
della Commedia riecheggiano dal Canzoniere . 
Ed esser mì parea non so in qual loco... 
Ed esser mì parea là dove foro... 
V. N., 23, 46: Purg., IX, 22. 
Convenemi parlar, traendo guai... 
Così vid’io venir, traendo guai... 
V. N., 31, 6; Inf., V, 48. 
Per lo suo mezzo la città dolente... 


Per me si va nella città dolente... 
Cinge dintorno la città dolente... 


V. N., 40, 6; Inf., IIT, 1; IX, 32 


dove nel primo caso la città dolente è Firenze, nel secondo è 
l'Inferno, nel terzo è Dite. 


1L.a vide in parte che il tacere è bello... 
Parlando cose che il tacere è bello... 


Rime, 104, 28; Inf., IV, 104. 


Per la freddura che di fuor la serra... 
Dove Cocito la freddura serra... 


Rime, 100, 61; Inf., XXXI, 123. 
L'inizio della celebre ballata 


Deh violetta che in ombra d’amore... 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 83 


somiglia all’invito di Dante a Matelda 
Deh bella donna che ai raggi d’amore. 
Al verso (1) 


Che se la vista mia non è fallace 


corrispondono nella Commedia gli altrì: 


Che se l’antiveder qui non m’inganna... 
Che se l’antiveder qui non è vano. 


© Non c'è che dire! Dante giovane profetizza come Dante 
maturo! Poichè a scoprire l’indovino vero, il quale si nasconde 
dietro i vari personaggi che nella Commedia si lasciano inva- 
dere da spirito profetico od apocalittico, basterà considerare 
le note comuni nell’intonazione di quei vaticini. Quando Bea- 
trice fa la sua oscura divinazione 


Ma tosto fian li fatti le naiade 
Che solveranno questo enigma forte... 


Purg., XXXIII, 49 «gp. 
dà nello stesso accento con cui Cunizza annunzierà l’immi- 
nente sciagura della sua terra: 


Ma tosto fia che Padova al Palude 
Cangerà l’acqua che Vicenza bagna... 
Par., IX, 46 seg. 
e lo spunto della predizione è lo stesso così sulla bocca di 


Bonaventura da Bagnorea che predice la punizione del suo 


ordine 
Ma tosto si vedrà della ricolta... 


come su quella di Farinata che predice a Dante Vesilio 
Ma non cinquanta volte fia raccesa... 


come su quella di Forese che allude alla sciagura del fratello 


Non hanno molto a volger quelle rote... 


ST ti a 


(1) V. 12 del sonetto 


Deh piangi meco tu dogliosa pietra 


84 °  $. FRASCINO 


Si sa che, mutando il motivo spirituale, muterà anche quello 
musicale; così san Bonaventura, che va d’accordo con Beatrice, 
Cunizza, Farinata e Forese quando fa il profeta, in una terzina 
che si può dire di presentazione del santo da lui magnificato: 


Domenico fu detto ed io ne parlo 
Siccome dell’agricola che Cristo 
Elesse all’orto suo per aiutarlo... 

Par., XII, 70 sgg. 


incappa, senz’avvedersene, nello stesso accento che ricorre 
nelle parole di Sordello, quando, fra la verzura della valletta 
amena, parla del re di Boemia: 


- Ottacchero ebbe nome e nelle fasce 
Fu meglio assai che Venceslao suo figlio 

Barbuto cui lussuria ed ozio pasce... 
Purg., VII, 100 sgg. 


L’unica perturbazione all’identità del motivo lo apporta nel 
secondo verso di questa terzina quel lungo nome Venceslao 
che ritarda l’accento sull’ottava sillaba. 

Per un’eguale ragione, Ugo Capeto, nel rivelarsi capostipite 
dell’infame dinastia da lui denominata 


Io fui radice della mala pianta 
C'he la terra cristiana tutta aduggia 
Sì che buon frutto rado se ne schianta... 
Purg., XX, 43 sgg. 


parla lo stesso linguaggio di San Tommaso, agno d’una santa 
greugla: 
Io fui degli agni della santa greggia 
Che Domenico mena per cammino 
U' hen s’impingua, se non si vaneggia. 
Par., X, 94 sgg. 


Fra tali personaggi, assai distanti nel poema, non corre nessun 
rapporto ideale; eppure, essi tradiscono, al timbro della voce, 
una ben stretta parentela, sol perchè si rivelano entrambi per 
bocca di Dante! 


SUONO E PENSIERO NELLA PUESIA DANTESCA ‘© 85 


Il comando di non tacere ai mortali il frutto dell’esperienza 
dei tre regni, così esplicito in bocca di Cacciaguida, come di 
San Pietro, per cui Dante, scrivendo la Commedia, assolve 
una missione sacrosanta, finisce per fondersi in un’unica 
maniera: 

Ma nondimen, rimossa ogni menzogna, 
Tutta tua vision fa manifesta 
E lascia pur grattar dov’è la rogna! 
Par., XVII, 127 sgg. 


E tu figliuol, che per lo mortal pondo 
Ancor giù tornerai, apri la bocca 
E non asconder quel ch’io non ascondo! 
Par., XXVII, 64 sgg. 


In queste due terzine vi ha perfetto parallelismo, nelle 
cesure; il verso « E lascia pur grattar dov'è la rogna » di bruta, 
ma vigorosa efficacia, è bilanciato negli accenti dall’ « E non 
«asconder quel ch’io non ascondo », per cui si direbbe quasi 
che a ricalcare con più energia un comando già espresso tra- 
scini il compimento del ritmo; nel secondo verso di ciascuna 
terzina, dopo una forte cesura, spicca l'accento imperativo 
(fa, apri). 

Ecco come sono egualmente musicati questi due stati 
d'animo di Dante, o ch’egli sia nella bolgia dei simoniaci 
Presso Niccolò III, o nel cielo di Saturno, in presenza di 
San Benedetto: 


To stava come il frate che confessa 
Lo perfido assassin, che poi ch'è fitto 
Richiama lui, per che la morte cessa... 

Iuf., XIX, 49 reo. 


Io stava come quei che in sè ripreme 
La punta del desio e non s'attenta 
Del domandar, sì del troppo si teme... 
Par., XXIII, 25 seg. 


Se considereremo alcune tra le forme più comuni in cui 


86 S. FRASCINO 


suole atteggiarsi il pensiero, come la domanda, l’esclamazione, 
l’invocazione, saremo non meno sorpresi dalle conformità 
ritmiche che dalle conformità di espressione in esse ricorrenti: 


Dimmi perchè quel popolo è sì empio... 
Dimmi se alcun Tatino è tra costoro... 
Dimmi se i Romagnoli han pace o guerra... 
Dimmi dov’è Terenzio nostro antico... 
Dimmi il perchè, diss’io, per ta] convegno... 
Dimmi ove sono e fa ch’io li conosca... 
Dimmi se son dannati ed in qual vico... 
Dimmi com'è che fai di te parete... 

Ditemi chi voi siete e di che genti... 

Ma dimmi, se tu sai, a che verranno... 

Ma dimmi, se tu sai, perchè tai crolli... 
Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda... 

Ma dimmi chi tu se’ che in sì dolente... 
Ma dimmi della gente che precede... 

‘Ma dimmi il ver di te e chi son quelle... 
Ma dimmi la cagion che non ti guardi... 
Ma dimmi e come amico mi perdona... 

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi... 
Ma dimmi se tu l’hai nella tua borsa... 

Ma dimmi voi che siete quei felici... 


L'inclinazione ad intonare in una stessa maniera questi spunti 
interrogativi, fa capo alla stessa natura del Poeta e può tra- 
dursi in assai più notevoli corrispondenze. Un motivo d’inter- 
rotazione, sia che suoni biasimo acerbo in bocca di Beatrice, 
sia che esprima il colmo dell’ammirazione di Dante per le 
meraviglie dell'empireo, si atteggia con la stessa enfasi, mar- 
‘ata dall’accento di settima sul secondo verso: 


E se il sommo piacer sì ti fallio 
Per la mia morte, qual cosa mortale 


Dovea poi trarre te nel suo disio ? 


Purg., NXNI, 52 sgg. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 8 


E se l’infimo grado in sè raccoglie 
Sì grande lume, quant'è la larghezza 
Di questa rosa nell’estreme foglie ? 
Par., XXX, 115 sog. 


Così al tono della domanda di Marco Lombardo 


Or chi tu se’ che il nostro fummo fendi 
E di noi parli pur come se tue 
Partissi ancor lo tempo per calendi ? 
Purg., XVI, 25 sgg. 


si può riportare l’altra dell'aquila, nel cielo di Giove, a pro- 
posito dell’inscrutabilità della giustizia divina: 


Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna 
E giudicar da lungi mille miglia 
Con la veduta corta d’una spanna ? 


non meno che quella di Bocca degli Abati, percosso in piena 
faccia dal piede di Dante 


Or chi tu se’ che vai per l’Antenora 
Percotendo, rispose, altrui le gote 
Sì che, se vivo fossi, troppo fora ? 
Inf. XXXII, 88 spe. 


o di Maometto che vuole aver contezza dello strano visitatore 
d’Inferno 
Ma tu chi se’ che in sullo seoglio muse 
Forse per indugiar d'ire alla pena 
Ch’è giudicata in sulle tue accuse? 
Inf., XXVIII, 43 see. 


o di Sapia, cui gli occhi cuciti come a sparviero selvaggio non 
consentono di affisare lo strano pellegrino 


Ma tu chi se’ che nostre condizioni 
Vai dimandando e porti gli occhi sciolti 
Sì come io credo e spirando ragioni ? 


Purg., NITTI, 130 sgg. 


88 S. FRASCINO 


Come del tono interrogativo, notevole è la costanza del tono | 
esclamativo (1). 


Ahi quanto a dir qual era è cosa dura... 
Ahi quanto mi parea pien di disdegno... 

Ahi quanto cauti gli uomini esser denno... 

Ali quanto son diverse quelle foci... 

Ahi quanto nella mente mi commossi... 

Ahi anime ingannate e fatture empie... 

O quanto fora meglio esser vicine... 

O quanto mi pareva sbigottito... 

O quanto parve a me gran meraviglia... 


In questa categoria, rientra, per lo spunto, l’invettiva che 
prorompe nei famosi versi: 


Ahi Pisa, vituperio delle genti 
Del bel paese là dove il sì suona, 
Poi che i vicini a te punir son lenti 
Muovansi la Capraia e la Gorgona... 
Inf., XXXIII, 79 sgg. 


versi, i quali, salva qualche lieve differenza, vanno con gli 
altri: 
Ahi gente, che dovresti esser devota 
E lasciar seder Cesare in la sella, 
Se bene intendi ciò che Dio ti nota, 


Guarda coniesta fera è fatta fella... 


Purg., VI, 91 sgg. 


Caratteristico soprattutto l’eguale slancio dei capoversi 
delle seconde terzine, fortemente accentati sulla prima sillaba 
(muòvansi, guàrda). 


(1) Il Mariorti (Dante e la statistica delle lingue, Firenze, 1880) 
annoverò nell'intero poema 45 periodi esclamativi; di cui 26 nell’In- 
ferno. I Listo (Op. cit., p. 191) trovò che i periodi interrogativi pu- 
ramente retorici non sommano in tutta la Commedia ad una ventina. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 89 


Così, la corrispondente mossa iniziale ci spiega se la sor- 
presa di Dante per la pena di Curio 


Oh quanto mi pareva sbigottito 
Con la lingua tagliata nella strozza... 
Inf., XXVIII, 100 e sg. 


arieggia la meraviglia in lui suscitata dalla mostruosità di 


Lucifero 
Oh quanto parve a me gran meraviglia 


Quand’io vidi tre facce alla sua testa... 
Inf., XXXIV, 37 sg. 


A concretarsi nello stesso ritmo dell’esclamativo tende il 
tono invocativo 


dolce padre mio, se tu m'’ascolte... 
cara piota mia, che sì t’insusi... 
santa suora mia, che sì ne preghe... 
frate mio, ciascuna è cittadina... 
frate, disse, questi ch’io ti cerno... 
Jacopo, dicea, da Sant'Andrea... 
anima che vai per esser lieta... 
anima che sei laggiù nascosta... 
anima che tanto ben favelle... 


-HoeieHeHeieHeieHele 


anima, diss’io, che par sì vaga... 


Nè mancano i casì in cui la conformità ritmica si estende oltre 
il primo verso. Così, l’affettuosa invocazione di Dante a Vir- 
gilio, sulla soglia dell’Inferno, 

O anima cortese mantovana 


Di cui la fama ancor nel mondo dura 
E durerà quanto il mondo lontana 


ritmata non diversamente da quella in cui egli grida ricono- 
scenza e prega protezione sulla soglia della città di Dite: 


” O caro duca mio, che più di sette 
Volte m'hai sicurtà renduta e tratto 
D’alto periglio che incontro mi stette 

Inf., VIII, 97 seg. 


90 S. FRASCINO 


trova una terza corrispondenza, rilevata dalla costanza del- 
l'accento di settima del verso di chiusa della terzina, nello 
slancio affettuoso del mantovano Sordello verso il suo grande 
concittadino: 
O gloria dei Latin, disse, per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra, 
O pregio eterno del loco ond'’io fui... 
Purg., VII, 16 seg. 


Le variazioni accentuative rispetto al tipi considerati sono, 
assai spesso, un portato di particolari atteggiamenti del pen- 
siero. L’accento sulla settima sillaba avvalora l’efficacia del- 
l'interrogazione: | 

Che t’è giovato di me fare schernio ? 

Ahi dura terra, perchè non t’apristi? 
Deh perchè vai, deh perchè non t’arresti ? 
Però m'’arresto; ma tu perchè vai! 

O dolce padre, che voci son queste? 


e ritardato sulla ottava, conferisce una gravità pacata all’in- 
vocazione 

O voi che avete gl’intelletti sani... 

O voi che siete in piccioletta barca... 


come all’esclamazione 


Ahi serva Italia, di dolore ostello... 
Ahi quanto egli era nell'aspetto fiero! 


Tale motivo interpreta il rimpianto per il primo fatale retaggio 
della Chiesa 

Ahi Costantin, di quanto mal fu matre... 
riportabile a quello per la prima iattura fiorentina 


Ahi Buondelmonte, quanto mal fuggisti... 


con la simmetrica corrispondenza, nei due versi, delle parole 
«quanto mal »; e tale motivo consacra l'efficacia del verso 


Oh in eterno faticoso manto 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA Al 


che procede a stento e in virtù dell’iato iniziale e del ritmo 
che scinde le parole e, agli effetti del pensiero, per opera del- 
l'iperbato. È uno dei versi più faticosi che s’incontrino nella 
Commedia, come faticoso è il muover passo degl’ipocriti sotto 
le gravi cappe di piombo, e ad esso cede, malgrado la corri- 
spondenza degli accenti e una simile fatica dell’iato, l’altro 
notissimo: 
Venendo qui è affannata tanto! (1) 

Non minore costanza degli altri fin qui considerati presenta 
quello che potrebbe chiamarsi il tono comparativo. Le diffe- 
renziazioni si vanno determinando nello sviluppo della terzina, 
ma tende alla concordanza il motivo iniziale: 


E come a gracidar si sta la rana... 

E come a lume acuto si dissonna... 

E come augelli surti di riviera... 

E come clivo in acqua di suo imo... 

E come donna onesta che permane... 
E come giga od arpa in tempra tesa... 
E come l’alma dentro a vostra polve... 
F. come per sentir più dilettanza... 

E come quei ch’adopera ed istima... 

E come suono al collo della cetra... 


Per impulso di un tale spunto, talora anche idee di lontano 
rapporto si fondono nell’animo del poeta in una stessa dispo- 
sizione musicale. L’ansiosa attesa di nuove che spinge la gente 
a far ressa intorno al ramoscello d’olivo d’un messaggero: 


E come a messagger che porta olivo 
Tragge la gente per udir novelle 
E di calcar nessun si mostra schivo... 


Purg., II, 70 spe. 


(1) Curiosa caratteristica, quella delle parole ardo, arda, finali di 
verso, le quali si direbbe debbono per necessità produrre un iato: 
Vedi che non incresce a me e ardo... 


Rispondi a me che in farne e in sete ardo... 
Fatta come un secchion che tutto arda.., 


92 S. FRASCINO 


sì traduce nello stesso motivo che il naturale impulso, il quale | 
fa protendere le braccia al bambino, nel desiderio di ricon- 
giungersi al seno materno: | 


E come il fantolin che inver la mamma 
Tende le braccia, poichè il latte prese, 
Per l’anima che infin di fuor s’infiamma... 


Par., XXIII, 121 sgg. 


La delicata immagine di questo paragone non è senza rapporti 
nè di pensiero nè di ritmo con un’altra non meno gentile, 
dove lo stesso istinto che acuisce il desiderio d’una tenera 
creaturina verso un tentativo agognato, deve ancora rasse- 
gnarsi nel timore del pericolo: 
E quale il cicognin che leva l’ala 
Per voglia di volare, e non s’attenta 
D’abbandonar lo nido e giù la cala... 
Purqa., XXV. 10 sge. 


Quell’ «e giù la cala» così staccato nel ritmo, rende tutto 
il dolore d’una rinunzia forzata e ci richiama un egual verso 
della Vita nova con la visione di quel candido amore «in 
« abito legger di pellegrino », che Dante incontra nel mezzo 
della vita, quando « pensoso venia », 


Per non veder la gente, a capo chino! 


C'è lo stesso sconforto! 

Forse più che l’eguale movenza comparativa, l’affinità del- 
l’idea spiega la conformità ritmica iniziale che associa anche 
due fra le più delicate ed umane similitudini, quella delle co- 
lombe, nel canto di Francesca, e quella dell’augello che « con 
ardente affetto » aspetta il sorgere del sole, come Beatrice 
intende lo sguardo verso quella plaga del cielo, ove dovranno 
apparire Cristo e le legioni degli spiriti trionfanti: 


Come colombe dal disio chiamate 


Con l'ali aperte e ferme al dolce nido... 


Inf., V, 82 sgg. 


SUONO E PENSIERO NKLLA POESIA DANTESCA 03 


Come l’augello intra l’amate fronde 
Posato al nido dei suoi dolci nati... 
Par., XXIII, 1 sgg. 


Li, si potrebbe dire che l’andatura del verso abbia un po’ 
del compassato, svolgendosi l’accento per bisillabi, con tono 
più marcato sulla parola « ferme » quasi a ricalcarne l’idea (1); 
quì l'accento di sesta manca ed il rilievo va tutto sulla parola 
«dolci», che ritorna, allo stesso posto che nell’altro verso, 
nè un nesso consonantico involuto turba la delicatezza dei 
suoni. 

La pecorella che esce dal chiuso somiglia alla navicella che 
esce dalla rada: 


Come le pecorelle escon dal chiuso 
Ad una a due a tre... 
Purg., III 79 sg. 
Come la navicella esce di loco 
In dietro in dietro sì... 
Inf., XVII, 100 sg. 


Nel tragico racconto che il conte Ugolino fa della sua misera 
fine, la nota terzina: ; 


Come un poco di lume si fu messo 
Nel doloroso carcere, ed io scorsi 
Per quattro visi il mio aspetto istesso... 

Inf., XXXII, 55 sg 


u 


sorprende per la sua somiglianza con quest'altra: 


Come al nome di Tisbe aperse il ciglio 
Piramo sulla morte e riguardolla 
Allor che il gelso diventò vermiglio... 
Purg., NNVII, 37 «ge. 


(1) Ecco come, in altri due versi che con questo hanno comune 
l primo emistichio, l'accento imprima al ritmo tutt'altro movimento, 
ln servigio dell’opposta idea da esprimere: 


Con l’ali aperte e sovra i piè leggero... 
Con l’ali aperte ed a calare intesa... 


94 * 8. FRASCINO 


E carattere unico ha l’orrore che ispira le due scene, più che 
bastevole a spiegarci la conformità del colorito musicale 
ch’esse assumono. Lo sconforto disperato che invade l’animo 
del conte, fino a fargli dare dei denti nelle sue stesse mani, 
quando, dopo il terribile sogno e dopo aver sentito « chiavar 
« l’uscio » intravvede nei quattro visi quell’aspetto ch'è come 
lo spettro della fame che s’avvicina e che quel « poco di lume » 
circonfonde ancora della paura delle ombre; è come l'orrore 
che si diffonde all’ultimo ed incerto raggio d’un occhio che 
Sta per spegnersi, dopo una tragica scena, orrore che tocca 
anche l’albero nel mutato colore delle sue foglie. 

A generare particolari conformità di ritmo, concorrono 
talora cause del tutto accidentali. Così alla terzina 


Come quando la nebbia si dissipa 
Lo sguardo a poco a poco raftigura 
Ciò che cela il vapor che l’aere stipa... 
Inf., XXXI, 34 sgg. 
segue, tre canti appresso, quest'altra: 
Come quando una grossa nebbia spira 
O quando l’emisperio nostro annotta 


Par da lunge un mulin, che il vento gira. 
Inf., XXXIV, 4 sg. 


Non è dubbio che sulla loro simile intonazione, oltre che cause 
intrinseche, come lo spunto comparativo e la comune imma- 
gine della nebbia, abbia influito la ragione della loro vicinanza, 
per cui il poeta, la seconda volta, aveva ancora recente al 
l'orecchio un motivo adoperato poco innanzi. 
Contrariamente, in altre due terzine, le quali s’incontrano 
ad intervallo di poche decine di versi, sebbene non nello stesso 
canto, e dove la comparazione occorre al secondo verso 


Noi andavam per lo solingo piano 
Com'uom che torna alla perduta strada 
Che infino ad essa gli par ire invano... 


Purg., I, 118 sgg. 


SUONO KE PENSIERO NALLA PUESIA DANTESCA 95 


Noi eravam lunghesso il mare ancora 
Come gente che pensa a suo cammino 


Che va col cuore e col corpo dimora... 


Pura., II, 10 sgg. 


quantunque l’ispirazione generale appaia assai affine, divario 
d’accentazione vi è così nel secondo come nel terzo verso. 
Più rilevante è la conformità del ritmo, la quale persiste anche 
quando cessa l’affinità iniziale del pensiero, fra la prima delle 
due ultime terzine e la seguente: 


Noi salivam per entro il sasso rotto 
E d'ogni parte ne stringea lo stremo 
E piedi e man voleva il suol di sotto... 


Purg., IV, 31 sgg. 


Riscontri ritmici simili a quelli cui dà luogo il tono compa- 
rativo, possono essere generati dal tono narrativo. Malgrado 
qualche differenza nei particolari, manifesta è la tendenza a 
concordare nelle seguenti terzine, che muovono tutte da un 
consimile spunto 


Nel tempo che il buon Tito, con l’aiuto 
Del sommo rege, vendicò le fora 
Onde uscì il sangue per Giuda venduto... 
Purg., XXI, 82 sgg. 


Nel tempo che Giunone era erucciata 
Per Semelè contro il sangue tebano 
Come mostrò una ed altra fiata... 

Inf., XXX, 1 sog. 


Nell'ora che non può il color diurno 
Intepidar lo freddo della Iuna 
Vinto da Giove e talor da Saturno... 
Purg., NIX, 1 seg. 
Nell'ora che comincia i tristi lai 
La rondinella presso alla mattina, 
Forse a memoria dei suoi primi guai... 


Purg., IX, 13 sgg. 


96 S. FRASCINO 


Notevole soprattutto l’accento di settima nella chiusa delle 
prime tre terzine. 

Ma non tutte le conformità e non tutte le corrispondenze 
ritmiche è dato riportare a dei toni fondamentali; qualche volta 
sì fermano a volo riscontri caratteristici, limitati magari ad 
un verso, ma che non perciò meno sollecitano il nostro inte- 
resse. Quando l’aquila del cielo di Giove, parlando di Costan- 
tino, dice 

Sotto buona intenzion, che fe’ mal frutto 


a chi non vien fatto di associare questo verso all’altro 


Non la tua conversion, ma quella dote 


pronunziato da Dante a proposito dello stesso Costantino 
nella bolgia dei simoniaci? [Nessuno potrà mai penetrare il 
processo che attraversano le idee all’atto della loro concezione, 
nè misurarne le associazioni, tanto più che l’influsso di certe 
reminiscenze agisce in uno stato di subcoscienza; e nessuno 
potrà mai definire la genesi di quel secondo verso nel cervello 
e nello spirito di Dante, quantunque il riscontro sia agli occhi 
di tutti. 
Così il verso riferito a Farinata 


Dalla cintola in su tutto il vedrai 


che non è a dire quanto, per la voce che si concentra sulla 
parola « tutto » dopo la forte cesura alla sesta sillaba, sollevi 
agli occhi della nostra fantasia la figura dell’eroe fiorentino, 
sì sarà prodotto, nella mente di Dante, per lo stesso processo 
dell'altro: 


E per le coste giù ambo ie braccia 


che dà tutta Vimpressione della smisuratezza della mole dei 
giganti, cui si riferisce, per l'accento ritmico che si abbatte 
sulla parola « ambo » dopo aver colpita la parola « giù », proprio 
come nel caso predetto (su-tutto). 

L'impressione di orrore o di terrore, dopo la pausa d’una 
cesura alla quarta sillaba, scoppia d’un tratto come tuono 


SUONO E PENSIRRO NELLA POESIA DANTESCA 97 


nella doppia erre d’un pentasillabo, nel cuore di due versi a 
tempra eguale: 


Stavvi Minos orribilmente e ringhia... 
Non sonò sì terribilmente Orlando... 


L'incertezza di due amanti al primo bacio: 


Che conosceste i dubbiosi disiri 


richiama l’incertezza di Dante nel porre i suoi quesiti a Beatrice: 


Dalli miei dubbi d'un modo sospinto. 


La placida intonazione con cui s’inizia il racconto, che Vir- 
gilio fa, della fondazione del suo luogo natio, tutta infusa 
nel verso, così ricco di soavi accenti 


Suso in Italia bella giace un laco... 


è nelle parole di Catone 


Questa isoletta intorno ad imo ad imo... 


Nè, ove il poeta distende la mano a colorare, è difficile co- 
gliere i rapporti nelle sue tinte: 


Siede la terra dove nata fui... 
. Siede Peschiera bello e forte arnese... 


o altrove: 
Intra Siestri e Chiaveri s’adima... 
Intra Tupino e l’acqua che discende... (1) 


Ecco lo stesso avverbio che si spinge fino alla punta del verso, 
ad interpretare il grido dell’iracondia, erompa dal petto di 
Flegiàs o della turba che martira Santo Stefano: 


Non senza prima far grande aggirata 
Venimmo in parte ove il nocchier forte 
« Usciteci » gridò « qui è l'entrata!» 

Inf., VIII, 81 seg. 


Gini 


(1) Si sa che molte volte è la parola che si trascina dietro il ritmo; 
ne ciò è da considerare come un fatto meccanico, poichè se è vero 
che la parola è soprattutto pensiero, non è men vero che, specie per 


7 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 


98 | 8. FRASCINO 


Poi vedea genti accese in foco d’ira 
Con pietre un giovanetto ancider, forte 
Gridando a sè pur: Martira, martira! 

Purg.. XV, 107 agg. 


un poeta, è pensiero indissociahilmente compenetrato di musica. 
Ecco come la parola iniziale modella il verso su un medesimo stampo 


Ricorditi, dicea, de’ maledetti... 
Ricorditi, lettor, se mai nell'alpe... 


che vince anche l’ostacolo Aci nomi propri: 


Ricorditi di me che son la Pia... 
Ricorditi di Pier da Medicina... 


La conformità del ritmo asseconda più o meno la conformità delle 
parole in tanti altri casi: 


Luogo è in Inferno detto Malebolge... 
Luogo è laggiù da Belzebù remoto... 
Luogo è laggiù non ttisto da marti.i... 
Inf., XVIII, 1; XXXIV, 127; Purg., VII, 28. 
Chè quando fui sì presso di lor giunto... 
Ma quando fui sì presso di lor fatto... 
Pura., NIII, 55; XXIX, 46. 
Gridando: questi è desso e non favella... 
Ed io: Costui ch'è meco e non fa motto... 
Ins., XXVIII, 96; Purg., XIII, 141. 
Deh, perchè vai. deh perchè non t’arresti?... 
Però m'’arresto: ma tu perchò vai?... 
Purg., V, 51; TI, 90. 
Non fece al corso suo sì grosso velo... 
Non tece al viso mio sì grosso velo... 
Inf., XXXII, 25; Purg., XVI, 4. 
Tanto staremo immobili e distesi... 
Noì istavamo immobili e sospesi... 
Purg., XIX, 126; XX, 139. 
Pensa, lettor. s’io mi disconfortai 
Nel suon delle parole maledette... 
Pensa, lettor, s'0 mi meravigliava 
Quando vedea la cosa in sè star queta... 
Inf., VIII, 94 sg.; Purg., XXXI, 124. 
Molte fiate già pianser li figli... 
Molte tiate già, frate, auddivenne... 
P'ar., VI, 109: IV, 100. 
To non so sei più disse o g'ei si tacque. 
Tant'era già di là da noi trascorso... 
Io non so s’io mi fui qui troppo folle 
Chio pur risposi lui per questo metro... 
Purg., XVIII, 27 sg.; Znf., XIX, 88 sg. 
Ed io mirava ancora all'alto nmro... 
Ed ei mirava suso intorno al sasso... 
Inf., NNNXNILI, 10; #°ura., III, 57. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 99 


Ecco un gerundio che circostanze simili chiamano allo stesso 
posto 


Gli occhi lucenti, lagrimando, volse... 
...ha fatto alla guancia 
Della sua palma, sospirando, letto... 


L'enjambement della stessa parola in chiusa di verso, si tira 
appresso lo stesso ritmo del verso seguente: 


Quando 
Mi dipartii da Circe che sottrasse... 


Inf., XXVI, 90 sg. 
Quando 
Lo raggio della grazia, onde s’accende... 


Par., X, 82 eg. 


E, al pari del caso precedente, col ritmo va d’accordo anche 
la cesura nelle due coppie 


Io non so x'io mi fui qui troppo folle 
Ch’io pur risposi lui per questo metro... 
To non so s’ei più disse o R'ei si tacque 


Tant’era già di là da noi trascorso... 


Inf., XIX, 88 ag.; Purg., XVIII, 127 se. 
come in queste altre: 


Così diss'io a quella luce stessa 

Che pria m'avea parlato; e come volle... 
Così diss’io rivolto alla lumiera 

Che pria m'avea parlato; ond’ella fessi... 


Par., XVIT, 28 ag.; V, 130 sg. 


Degni, infine, di nota, i riscontri ritmici di eguale ubicazione, 
In canti diversi. Così i versi pronunziati da Giustiniano a pro- 
posito di Romeo, alla fine del canto sesto del Paradiso 


E se il mondo sapesse il enor ch'egli ebbe 


Mendicando sua vita a frusto a frusto... 


100 S. FRASCINO 


trovano corrispondenza subito dopo, a breve distanza, alla 
fine del canto ottavo, negli altri, pronunziati da Carlo Martello: 


E se il mondo laggiù ponesse mente 
Al fondamento che natura pone... 


È evidente che l’orecchio del poeta doveva serbare una me- 
moria, per così dire, topica, della prima armonia. 


* a 

Da questi riscontri ritmici che siam venuti facendo un fatto 
emerge chiaro, ed è che l’Alighieri ovunque suggella la sua 
poesia d’una ben definita impronta musicale. E se, sotto la 
parola stile, intesa in senso lato, deve accogliersi anche questa 
caratteristica tendenza che induce ad infondere una stessa 
anima musicale all'espressione di pensieri affini, con ragione 
potremo affermare che pochi poeti come lui (1) hanno, nel- 
l'originalità dello stile, meglio individuata, sotto un rispetto 
musicale, la tempra della loro anima. Alcuni motivi ci si 


(1) Interessante l'osservazione raccolta in una lezione del professor 
V. Rossi, che la nota più forte del dolore leopardiano, o almeno quella 
più sentita dal poeta. la nota della vanità d'ogni cosa mondana, tenda 
allo stesso ritmo e alla stessa rima, la quale si traduce in assonanza 
nella lirica a verso sciolto: 


Com'’onda a gli a.tri sorta, che s'abbassa 
E cade in un baleno e al piap s’agguaglia 
E di suo levamento orma non lassa 
Appressani, della morte, IMI, 172 sr. 


E tu pur gloria, addio, chè già s’abbassa 
Mio tenebroso giorno c cade ormai 
E mia vita nel mondo orna non lassa 
Ibid., IV, 82 SUR. 


E tieramente mi si stringe fl core 
A pensar come tutto al n:iondo passa 
E quasi orma non lescia. 
La sera del di di festa, 28 agg. 


Così lo strazio della disperazione, che spingerebbe il poeta a troncare 


SUONO kE PENSIERO NELLA POESIA DANTESUA 101 


ripresentano in così simigliante veste che, se le mille impronte 
del suo genio non bastassero, essi soltanto potrebbero essercì 
sufficienti a riconoscere l’artefice. Lo studioso di Dante può 
sicuramente spiare nelle vibrazioni eterne dei suoi ritmi le 
vibrazioni più recondite della sua anima, come ognuno può 
discernere la nota varia degli affetti interiori nella voce viva 
delle persone più care. 


1 suoi giorni, tende a ritmarsi in maniera eguale, e si sente nella spez- 
zatura alla settima eillaba 


E rifugio non resta altro che il ferro 
La cvita solitaria, 20. 


il capo inerme 
Agli atroci del fato odi sottrarre. 


Ai versi di questo tipo, che il Rossi giustamente chiama endecasillabi 

allungati da un iato artistico, da cui muove una chiusa di esametro 
2 Ly O . . . 

(«ormà nén lassà »), il giovane Leopardi avrebbe acquistato la con- 

suetudine leggendo il Foscolo, che assai spesso li usa ad esprimere 

note di tristezza 


Baciò la sua petrosall itaca Ulisse... 
Il fior de’ tuoi gentili!lanni caduto... 
E di fiori odvoratallarbore amica 

Le ceneri di mollijl ombre consoli. 


Similmente, a temperare «il sentimento romantico della poesia del- 
l’Aleardi si presta bene la frequenza, segnalata dal DE LoLLIS (Aleardi 
poeta dell’arte per l’arte, in Rassegna contemporanea, Anno VII, Serie II, 
p. 18), di questo tipo di verso, « al quale viene una capacità abissale 
«dall’entrar nella sinalefe la parola su cui cade l’accento principale ». 
Il De Sanctis ne sentì « la maestà e il decoro »; ma lo sospettò di « am- 
‘«biziosa sonorità » e ne rimproverò quindi l'abuso al Prati. Presso il 
sno « divino Berchet non ne avrebbe trovato, eredo, neppur uno, € 
«ne sarebbe stato, certo, contento ». 

Non possiamo chiudere questa nota senza ricordare che alla mera- 
vigliosa ricchezza accentuativa dell’endecasillabo dantesco non poteva 
mancare questo schema, di cui ci siam trovati a segnalare un esempio 
molto efficace nel verso 


Quivi seder cantando [anime vidi. 


102 S. FRASCINO 


Alcune osservazioni sulla rima dantesca. 


Senza lo sprone della rima, sarebbe in complesso la Divina 
Commedia l’opera che è, avrebbe cioè il pensiero in essa rag- 
giunto quella potenza ed efficacia d’espressione che tutti cono- 
sciamo, sarebbero le sue immagini riuscite così scultoriamente 
definite e finemente colorite come ci appaiono 

A rispondere affermativamente 2 questo quesito non de- 
V'essere corrivo anche chi sappia che non una sola volta è 
stato intentato il processo contro la rima, e che qualche volta 
la sentenza è stata di morte. L’accusa partita dalla seranna 
d’un autorevole scrittore francese, secondo cui «la rime ne 
«nous donne que l’uniformité des finales, qui est ennuyeuse, 
«et qu'on évite dans la prose, tant elle est bien loin de flatter 
« l’oreille » (1), come la condanna pronunziatane da un illustre 
poeta della stessa nazionalità 


Maudit soit le premier dont la verve insensée 
Dans les bornes d’un vers renferma sa pensée 
Et donnant à ses mots une étroite prison 


Voulut avec la rime enchaîner la raison (2) 


non troveranno facile consenso in chi bene valuti le infinite 
risorse cui la rima si presta in mano degli eccellenti artefici, 
per cui, lungi dal costituire un ostacolo, essa risulta proficua 
alla composizione. A parte la considerazione del fatto che le 
parole surriportate del legislatore della poesia classica francese 
voglion forse più essere un’uscita di spirito contro la poesia 
in genere, che la manifestazione d’un’avversione particolare 
contro la rima, cui egli non ritiutò mai il tributo del suo vassal- 
laggio, v'è da tenere il debito conto delle apologie che a quelle 


(1) FENELON, Lettere à VAcad. frane., art. 5. 
(2) Borrear, Sat.. II, 53 agg. 


SUONO E PENSIKRO NELLA POKSIA DANTESOCA 103 


accuse si possono contrapporre. Notevolissima fra tutte quella 
di Victor Hugo, quando in quel bando del verbo romantico che 
è la Préface de Cromwell, esige che il nuovo poeta sia « fidèéle 
sà la rime, cette esclave reine, cette supréme grace de notre 
«poésie, ce générateur de notre mètre » (1). Chiamandola 
«generatrice del nostro metro », con definizione su cui par 
modellata quella carducciana « del latin metro reina », l’Hugo 
riconosce alla rima forse più di quanto le vada dovuto, ma 
egli ha il merito d’individuare con chiarezza l’importanza di 
essa nella formazione del verso; importanza che, invero, non 
si limita qui, quanto, ciò che più conta, investe lo sviluppo 
stesso del pensiero. Poichè, se è vero che talora l’immagine si 
presenta alla mente dell’artista con contorni definiti, sì che 
subito possa essere ritratta in tutta la sua nitidezza, non é 
men vero che altre volte — ed è il più frequente dei casì —- 
essa sorge involuta e indistinta e si vien chiarificando per 
isforzo di elaborazione, tanto meglio quanto più la difficoltà 
dell'espressione acuisce la potenza riflessiva, costringendo 
all'estrema tensione la virtù dell’ingegno. Ognuno vede quanto 
in questo processo entri l’influsso della rima, la quale, aumen- 
tando lo sforzo elaborativo, agisce direttamente sull’efficacia 
del pensiero, fino al punto che quasi sempre i versi più fiacchi 
di pensiero e di suono vanno associati ad una rima facile, 
mentre alla rima scabra raramente incontra di dover acca- 
gionare difetti (2). 


——yw—@—€————__—& 


P | _— 
(1) A questa esaltazione della rima fece eco poco dopo il Sainte- 
Beuve, nelle sue Poesies de Joseph Delorme (1829): 


Rime, qui dounes leurs sons 
Aux chansons, 

Rime, l’unique harmonie 

Du vers, qui sans tes accents 
Frémissants 

Serait muet au genic... 


(2) « Ogni spirito, come ogni pensiero, ha certe sue facoltà di 


«adattamento; e il sommo dell'arte non consiste nello scegliere le 
«forme più facili, ma nelladattare alla forma scelta il proprio pen- 


104 8. FRASCINO 5 


Nello stabilire la funzione che la rima ha nell’opera dan- 
tesca, è da rilevare anzitutto che il nostro poeta non solo non 
evita le difficoltà, quanto pare talora compiacersi della lotta 
con esse. Nè gli mancava l’esempio. Nella sua confidenza con 
i poeti occitanici, egli conosceva bene come questi si fossero 
spesso cacciati con compiacenza nei gineprai della rima, per 
farvi le loro prove. Torna opportuno ricordare — a mostrare 
quanto in essì fosse radicato il gusto di simili scabrosità— 
un vero modello del genere, il famoso canto di Bertran de 
Born Mudar non puesc un chantar non esparga, rifatto su 
un altro più complicato di Arnaldo Daniello Sim fos amors 
de joî donar tan larga e che Dante stesso cita nel De Vulgari 
Eloquentia (II, 2, 9), fra gli altri componimenti provenzali, 
anzi primo fra tutti. Nel congedo, il poeta stesso dichiara di 
non poter andare più oltre per le difficoltà, insuperabili, della 


rima! 
Qu’ieu non trob mais omba ni om ni esta! (1) 


Dante non poteva rimanere insensibile a questi precedenti; 
nè la sua arte seria, poteva d'altronde, accettare la rima come 
un balocco. E che la dottrina delle caras rimas, assai spesso 
seguita dai provenzali come artificiosa maniera di complicare 
le astrattezze di una poesia che di per se stessa non mancava 
di artifizi, egli l'abbia saputa subordinare al suo lucido canone 


« s°ero, così che l'uno e Taltra sembrino sgorgati dalla mente in un 
«unico getto». Queste parole, con cui il Parodi (La rima e i vocaboli in 
rima nella D. C., in Ball.. 1896, pp. 83-4) efficacemente ribatte laffer- 
mazione dello Grnoli che la rima sia un ostacolo tanto più grave « quanto 
«la poesia interiore sia più definita e perfetta ». riescono opportune 
anche per la considerazione che di poesia definita e perfetta non #ì 
può parlare prima che essa si sia definitamente e perfettamente tra- 
dotta nellespressione. 

(1) Mi sia lecito rimandare alla mia stessa traduzione di questo 
componimento m Zieista di Cultura, vol. TIT, 30 maggio 1921, pa- 
gine 215 sge. Non tralascio di avvertire che qualeuna delle osserva. 
zioni di qui Lo anticipata in un mio stuzlio vossleriano apparso sulla 
Cultura, 1927, pp. 114 sg. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 105 


estetico, volto a mettere il suono in stretta funzione del pen- 
siero, si desume chiaramente da un noto passo della Commedia: 


S'io avessi le rime aspre e chiocce 
Come si converrebbe al tristo buco 
Sovra il qual pontan tutte l’altre rocce 

Io premerei di mio concetto il suco 


Più pienamente... 
Inf., XXXII, 1 sgg. 


Con questa rinnovata e sicura coscienza del valore musicale 
della rima, Dante ‘veniva a trovare una norma sicura dove 
il più delle volte aveva regnato l’arbitrio e la virtuosità, così 
fra i provenzali, così nelle astratte complicazioni di Guittone, 
così e-più ancora nelle mattie dei guittoniani. Colui che in 
maniera semplice e bonaria aveva saputo sventare il gioco 
pericoloso, era stato ser Brunetto, il quale si era tappate co- 
razgiosamente le orecchie di fronte alla sirena del trobar clus: 


Ma perciò che la rima 
Si stringe in una lima 
Dì concordar parole 
Come la rima vuole, 
Sì che molte fiate 
Le parole rimate 
Ascondon la sentenza 
E mutan la intendenza, 
Quando vorrò trattare 
Di cose che rimare 
Tenesse oscuritate, 
Con bella brevitate 
Ti parlerò per prosa... 
 Tesoretto, vv. 411 see. 
È notevole che Dante, pur senza rinunziare a quelle libertà 
che gli offriva la tradizione nostrana della rima (1), non solo 


e —_  —_— 


(1) Fra tali libertà principalissima è quella di non mantenere 


106 S. FRASCINO 


abbia, negli adattamenti ad essa, schivato la licenza (1), ma 
sia giunto fino allo scrupolo di discernere la doppia zeta sorda 
dalla sonora (2). Pure, voler credere ciecamente a quello che 
candidamente affermava di suo padre Pietro da Dante, che 
cioè « mai rima nol trasse a dir quel ch’ei non voleva », sarebbe 


distinte le rime in vocale tonica chiusa da quelle in vocale tonica aperta. 
Forse questa sarebbe stata una preoccupazione costante della poesia 
italiana, come lo fu della provenzale, senza il precedente della seuola 
siciliana. TI suono stretto dell'e e dell'o toniche non potè mai entrare 
nelle orecchie dei siciliani, se non riflesso in f ed u. Essi avrebbero 
poetato in una lingua latinizzata nel campo della fonetica, ottenendo 
in base a tale pronunzia latina scolastica l'identità fonetica delle 
rime; identità che non potè essere mantenuta dai loro imitatori e 
continuatori toscani, i quali lessero le vocali toniche alla maniera 
loro e non alla maniera latina e per di più introdussero toscaneggia- 
menti nelle rime siciliane che esemplarono, per poi imitare, ingene- 
rando la promiscuità delle rime in vocale tonica chiusa con quelle in 
vocale tonica aperta. « Cest an fait que les Bonagiunta, les Guittone 
«n’ont pas su prononcer cette rime exacte xiculo-latine, qu@’est due 
«en premier lieu l'absence d'omophonie vocaliqgue rigoureuse qui 
« caracterise aujourd'hui Part de rimer italienne ». O. I. TALLGREN, 
Sur la rime italienne et les siciliens. Extrait des Memoires de la Societe 
néo-philologique de Helsingfors, Tome V, 1909. pp. 345 se. 

Questa tesi non pare contraddetta dal CESAREO, Le origini della 
poesia siciliana sotto gli Svevi, Palermo, 1924, nel cap. La lingua, 
pp. 175 sgg. 

(1) Far servire una parola di sua natura sdrueciola (morieno) ad 
una rima piana (freno. pieno), non è licenza che Dante si tolse per 
primo (Purg. N, 31), né per ultimo (vedi, ad es., il Tasso, Ger. lib.» 
NV, 12). Così non è una sua trovata il far servire alla rima due parole 
accoppiate (mentre in rima con almen tre, Purg., XIX, 34; vederli 
in rima con per lì, Purg., XX, 4, ece.); espediente che si riscontra la 
prima volta nei versi leonini dell'Archipoeta (sec. XII) e che trovò 
poi la sua più goffa avplicazione nell'Omne punctum di GOFFREDO 
Vox Tuhiemen, forse contemporaneo di Dante. Ecco un saggio di 
questo curioso componimento (GRIMM, Op. cit., p. 153): 

Christe, regis qui nos, in me sensus rege Quinos: 
Custodemque datarz vitae mihi supplico da te. 


Hostemn, ne see ris noceat, rex pelle suaris, 
Nec queat hac celuti vietor gaudere rel uti. 


(2) D'Ovrpro, Versif., cit., p. 82. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 107 


una stoltezza; altrettanto grave, quanto quella del voler se- 
guire l’affermazione dell’Algarotti, che, per effetto della rima, 
«di grandi licenze si prese Dante, come ognuno, in leggendo 
«la sua Commedia, se ne può accorgere tuttavia » (1). 

Se il giudizio di Pietro da Dante è frutto d’ingenuità critica 
più che di carità di figlio, l’altro del critico settecentesco risente 
troppo del partito preso contro l’uso della rima, ch'egli, in 
un’epoca in cui la sostanza del pensiero aveva ombra di ogni 
elemento ad essa estraneo, arrivò a giudicare « di natura non 
«molto dissimile dall’acrostico... e da simili altri barbarismi, 
“0 vogliam dire studiati giocolini ». Fondandosi sulla teorica 
del Chiabrera e di Bernardo Tasso, teorica smentita con la 
pratica da quegli stessi poeti, l’Algarotti dichiara la rima imme- 
ritevole di coronare il verso eroico, l’endecasillabo, fino 2d 
affermare che « non per altra ragione il maggior nostro poeta 
«inventò le terzine, che per nascondere quanto più poteva 
«essa rima », cercando questa volta un persecutore della 
rima nel più autorevole consacratore di essa ! 

Fra l’eccesso delle opposte opinioni, anche chi creda che 
l'Alighieri sodisfi in generale a quel postulato così opportuna- 
mente espresso da un filosofo tedesco, che un verso, per essere 
rimato bene « debba suscitare l’impressione che il pensiero 
‘in esso espresso fosse già predestinato, quasi preformato 
«nella lingua, e che il poeta lo abbia soltanto ritrovato » (2): 
non menomerà l’arte di Dante nè legittimerà, anche alla lon- 
tana, il dubbio che a tanto poeta occorresse ricavare i pen- 
sieri dalle parole, riconoscendo che alle strette della rima egli 
debba più di quello che a prima vista non paia e che non poche 
volte a quelle strette il pensiero stesso abbia dovuto adattare (3). 


lt NO 


(1) Nel Saggio sulla rima, da cui son tolti anche i luoghi citati 
appresso. 

(2) SCHOPENHAUER, Die Welt ala Willc und Vorstellung, IT. p. 488. 

(3) « Quei molti che cb antico asseriscono come ella non trascinasse 
“mai Dante a nulla che non fosse giù nei suoi disegni, o, in altri ter- 


108 S. FRASCINO 


Che meraviglia se, con la rima in onio vediamo in lui sempre 
far capolino la parola demonio 0 testimonio? A ciò sarebbe 
inevitabilmente costretto qualunque poeta si trovasse a fare 
i conti con essa! Che meraviglia, se, in una maniera o nel- 
l’altra, entra in gioco il numero mille, ogni volta che si pre- 
senti la rima in ile? Ammiriamo piuttosto il talento del poeta 
nel sapersi disimpegnare con tanta destrezza, che di questi 
passaggi obbligati, cui la rima costringe il pensiero, neppure ci 
accorgiamo nella più parte dei casi, ove la naturalezza nonché 
offesa, ne resta avvantaggiata. Chi s'è mai accorto che l’insi- 
stenza così calda della preghiera di Dante a Virgilio, nel voler 
parlare con la fiamma cornuta, nella bolgia dei consiglieri 
fraudolenti, è prodotta da una ragione accidentale ? 


S’ei posson dentro da quelle faville 
Parlar, diss'io, maestro, assai ten prego 
FE. riprego che il prego vaglia mille... 

Inf., XXVI, 64 sep. 


Eppure, a persuadersene, basta collocare accanto a questa 
terzina quella in cui Stazio fa l’esaltazione del poema virgiliano: 


Al mio ardor fur seme le faville 
Che m'allumar, della divina fiamma 


Onde sono allumati più di mille... 
Purg., XXT, 94 sgg. 


«mini. ebbero l'ingennità di eredere che in un’opera in rima la rima 
«non abbia avuto voce in capitolo, si ricrederebbero oggi comoda. 
«mente sol che guardassero un rimario, chè vi si ha campo a curiose 
« scoperte. Vi troverebbero, ad esempio, che le rime in abbia, che nella 
«Commedia sono in tutto quindici, sono di volta in volta rappre- 
« sentate da queste terne di vocaboli: abbia, lubbia, rabbia; rabbia, 
«labbia, abbia; rabbia, abbia, labbia; rabbia, scabbia, abbia; labbia, 
«scabbia, abbia; così le 12 rime in ado si rigirano fra sci sole parole, 
«le 9 in adre fra quattro e in due assaj diverse terzine permangono 
«le stesse parole: padre, madre, leggiadre. E così via. Una parola 
«si tira appresso le solite sorelle come ciliegie ». D'Ovipio, Nueri 
Studi, p. 519. 


—- ER geo: Ma = 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 109 


Che cosa di più spontaneo e delizioso del paragone della lodo- 
letta, riferito all’aquila del cielo di Giove? 
Quale allodetta, che in aere si spazia 
Prima cantando, e poi tace, contenta 


Dell’ultima doleezza che la sazia. 
Par., XX, 73 sgg. 


Eppure, quando Dante scrisse questa terzina doveva avere 
presente lo schema d’un’altra, anch'essa riuscitissima: 


Ed io: Per mezzo Toscana si spazia 
Un fiumicel che nasce in Falterona 
E cento miglia di corso nol sazia 
Purg., XIV, 16 sge. 
e d’un’altra ancora 
lo veggio ben che giammai non si sazia 
Vostro intelletto, se il ver non lo illustra 
Di fuor del qual nessun vero si spazia. 
Par., IV, 124 agg. 

Si spazia l'Arno, si spazia il vero, si spazia anche la lodo- 
letta! E la rima è sempre con « sazia »! 

Uno degl’influssi più caratteristici esercitati sul pensiero è 
quello della rima in emme, la quale torna in tre luoghi del 
poema ed ognora trascina seco la parola emme, designante la 
lettera dell’alfabeto. Due volte, anzi, questa ricorre in chiusa 
di terzina, prodotto evidente della necessità; ciò che non vieta 
la prima volta ne scaturisca un’immagine non inespressiva 
nella sua stranezza: 

Vedrassi al Ciotto di Gerusalemme 
Segnata con un I la sua bontate 
Mentre il contrario segnerà un’M 
Purg., XIX, 127 sgg. 


£ 


e la seconda un'immagine d’un’etficacia scultoria: 
Parean l’occhiaie anella senza gemme: 
Chi nel viso degli uomini legge omo 


Ben avria quivi conosciuto l’emme. 
Purg., XXIII, 31 see. 


110 8. FRASCINO 


Confessiamo che un po’ di delusione la proviamo scoprendo 
queste magagne, anche se, al postutto, dobbiamo riconoscere 
che sono delle felici magagne! Ed è questo il luogo di osser- 
vare che alle strette della rima sono debitrici della loro vita 
non poche parole. Se è un fatto ormai dimostrato che Dante 
non costrinse mai la parola ad arbitrarie deformazioni per 
soddisfare i capricci della rima (1), altrettanto vero è che i 
debiti verso di ‘essa pagò non di rado con moneta coniata di 
zecca, come nei versi 


Perchè la vista tua pur si suffolge... 

Poi riede e la speranza ringavagna... 
Che inverso il ciel più alto si dislaga... 
Lo monte che salendo, altrui dismala... 
Se ben lo intendimento tuo accarno... 
Quando rozzo e selvatico s’inurba... 
Perchè a lor modo lo intelletto attuia... 
Ebber la fama che volentier mirro... 

FE quel corno d’Ausonia che s’imborga... 
Questo centesim’anno ancor s’incinqua... 
Che nel suo conio nulla mi s’inforsa... 
Più che il doppiar degli scacchi s'immilla... 


Nella terzina: 
Perchè non satisface ai miei disil? 
Già non attenderei io tua dimanda 
Sio m'intuassi come tu t’immii 
Par., IX, 79, sgg. 

non saremo lontani dal vero attribuendo allo sprone della 
rima il baleno della prima idea di quell’immii, cui per con- 
trapposto sarebbe seguito intuassi. 

Ma non sempre, come nei casi considerati finora, riesce al 
poeta di liberarsi dalle strette della rima con una originalità, 
la quale par legittimare la massima del Brunetière che «la 
«rime est d’autant plus parfaite que les deux mots qui la 


(1) Cfr. E. G. Paropr, La rima e i rocab., cit. 


<= —P—r__r_——_—__1_ muss luis n meme 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 111 


«forment sont plus étonnés de se trouver ensemble! ». Anche 
a Dante, la rima riserva le sue forche caudine! 

« Dire che egli rimatore non si lasciasse mai imporre dalla 
«rima è come dire che un gran capitano non abbia mai sofferto 
« sconfitte o diminuzioni di vittorie per la natura sfavorevole 
« del terreno! » osserva argutamente uno studioso (1). Qualche 
volta la rima esercita un’azione perturbatrice sulla natura- 
lezza del discorso o sulla chiarezza delle immagini; talora essa 
induce il pensiero del poeta in tortuose ambagi; tal’altra egli 
dispone le rime secondo schemi che hanno riscontro altrove. 
Così in un sonetto delle poesie amorose (2): 


Non mi poriano giammai fare ammenda 
E non vorrebber quella, mal lor prenda. 
Ch'è la maggior della qual si favelli; 

Però ciascun dì lor vo’ che m’intenda... 


la rima in enda si concreta nelle stesse parole e trascina il 
pensiero negli stessi meandri che in un luogo della Commedia: 


Credendomi, sì cinto, fare ammenda 

Se non fosse il mal prete, cui mal prenda, 

Che mi rimise nelle prime colpe:. 

E come e quare voglio che m’intenda. 
Inf., XXVII. 68 «gp. 

Questa seconda volta, nelle parole di Guido da Montefeltro, 
l'adattamento del pensiero alla rima è riuscito forse più natu- 
rale che non la prima, nel sonetto della Garisenda. E non pochi 
esempi si possono additare in cui una stessa rima sì fonde or 
più, or meno compattamente col pensiero. Nella terzina 


Così la mia memoria si ricorda 
Ch’io feci, riguardando ne’ begli occhi 
Onde a pigliarmi fece Amor la corda 
Par., XXVIII, 12 seg. 


. 


(1) N. ZINGARELLI, in Parole e forme, cit., p. 189. 
(2) Rime, LI. 


112 S. FRASCINO 


la metafora del verso di chiusa ha scapito dalla stessa rima, 
cui tocca altrove una sorte più felice, suscitando un’immagine 
che per i contemporanei del poeta fu certo più viva ed efficace 
di quel che non appaia oggi: . 


Quel che par sì membruto e che s'accorda. 
Cantando, con colui dal maschio naso, 
D'ogni valor portò cinta la corda. 

Purg., VII, 112 sgg. 


Una difficile uscita, la quale in un luogo trascina il pensiero 
nel grottesco 
E tal nella sembianza sua divenne 
Qual diverrebbe Giove, s’egli e Marte 
Fossero augelli e cambiassersi penne 
È Par., XXVII, 13 sge. 


genera altrove un traslato non inopportuno, della stessa parola 


« penne » 
E prima poi ribatter gli convenne 
Li due serpenti avvolti con la verga 
Che riavesse le maschili penne 
Inf., XX, 43 spe. 


traslato che, nelle medesime condizioni, cioè in chiusa di ter- 
zina, sì ritroverà poi applicato alla parola « piume » e messo 
in servizio della barba di Catone: 


Chi siete voi che contro al cieco fiume 
Fuggito avete la prigione eterna ? 
Diss'ei movendo quelle oneste piume. 

Purg., I, 40 sgg. 


A cagione della rima, può il concetto diluirsi in perifrasi 
inefficaci 
Ora se tu alla virtù circonde 
La tua misura, non alla parvenza 
Delle sustanze che t'appaion tonde 
Par., XXVIII, 73 sgg. 


Caso raro, questo, in Dante, che anche la perifrasi originata 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 1183 


da tale difficoltà sa far rientrare, il più delle volte, nei termini 
della naturalezza, come nell’esempio: 


Con men di resistenza si dibarba 
Robusto cerro, ovvero al nostral vento 
Ovvero a quel della terra di Iarba... 

Purg., XXXI, 70 sgg. 


» 


Nè ad una diversa cagione è dovuta l’immagine barocca, 
così nel verso 


E l’anima non va con altro piede 


che fa pensare al petrarchesco 


Con le ginocchia della mente inchine 


come nella terzina 


Però, secondo il color de’ capelli 
Di cotal grazia, il degnissimo lume 
Degnamente convien che s’incappelli. 


A parte tutti gli addebiti finora ad essa ascritti, la colpa più 
grave di cui la rima possa rendersi rea è l’oscurità che non di 
rado ingenera, o contribuisce in larga misura ad ingenerare. 
Così è fuor di dubbio che le tante controversie suscitate dal 
piè fermo » subito al primo canto dell’Inferno, vanno adde- 
bitate, almeno per una metà, alla rima! Lo schema rimico 


Si volse indietro a riguardar lo passo... 
Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso... 


Sì che il piè fermo sempre era il più basso 
il quale occorre non molti canti appresso 


Mi disse: Non temer che il nostro passo... 
Ma qui rimani e lo spirito lasso... 


Ch’io non ti lascerò nel mondo basso 


con la corrispondenza, nei secondi versi delle due serie,'di 
“corpo lasso » a «spirito lasso », rivela il meccanismo della 
costruzione, che ha impacciato, la prima volta, il poeta! 


$ - Giornale storico — Suppl. n° 24 


114 8. FRASCINO 


Similmente, le difficoltà ermeneutiche offerte, nell’episodio 
di ser Brunetto, dal verso 


Poi disse: Bene ascolta, chi la nota 


come quelle grammaticali degli altri 


Benedetta colei che in te s’incinse... 
Ed in ciò m'ha fatt’egli a sè più pio 


ricorrenti tutti in chiusa di terzina, non sono senza nesso con 
la rima. La quale ha pur qualcosa a vedere con l’oscurità, 
nella profezia del primo canto dell'Inferno, del verso 


E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 


La parola veltro urtava in gravi difficoltà di accoppiamento 
e quel luogo è il solo in tutto il poema ove ricorra una tale 
rima, senza che si possa dire che ciò sia dovuto 2d un puro 
caso. Nel canto XXVII dell'Inferno, la ragione dell’assoluto 
tacere che si fa del nome di Guido da Montefeltro, mentre 
del nome di Ulisse e di Diomede non si mancs di fare menzione, 
non è de attribuire solo è considerazioni d’arte, che il poeta 
abbia meditate. A dileguare il sospetto della difficoltà d’intro- 
duzione di quel nome in rima non basta dire che a Dante, 
se avesse voluto, non sarebbe mancato l'espediente: che anzi 
quel sospetto è confermato dall’artificio d’inversione con cui 
altrove quella difficile rima è abilmente scansata: 


lo fui di Montefeltro, io son Buonconte. 


Gli è che noi facciamo colpa al poeta di non essere stato esplì- 
cito anche là dove egli tale non voleva essere e cercava, con 
la complicità della rima, di ingarbugliare la matassa che noi 
pretendiamo ed ogni costo dipanare. Tanto vero, che anche 
la profezia di Beatrice, la quale, acclimatando alla religione 
cristiana la sibillinità dei responsi degli oracoli pagani, dice 
chisro di voler parlare oscuro, ettinse dalle difficoltà della 
rima le nebbie di cui ama inviluppirsi: 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 115 


E forse che la mia narrazion, buia 
Qual Temi o Sfinge, men ti persuade 
Perchè a lor modo lo intelletto attuia; 

Ma tosto fien li fatti le naiade 
Che solveranno questo enigma forte 
Senza danno di pecore o di biade. 


Purg., XXXIII, 46 sgg. 


Resta, in tali casi, a vedere se i diritti della critica possano 
essere esercitati sulle intenzioni dell’autore. 

Una sua importanza particolare assume nel poema la rima, 
considerata in rapporto ai nomi propri di persona, il problema 
della cui introduzione nel verso non potrebbe essere stato 
con maggiore risolutezza affrontato dall’Alighieri. Raramente 
il poeta si serve di processi indiretti per rivelare i suoi perso- 
naggi, come quando pone in bocca di Francesca quella lunga 
perifrasi del luogo natale (Siede la terra...), spiegabile per la 
natura della colpa che induce in un pudico riserbo quella 
delicata anima femminile. Nella presentazione che delle 
anime gli occorre, nei tre regni, così spesso di fare — prescin- 
dendo dalle rassegne vere e proprie, come quella del Limbo, 
della valletta amena, ed altre, modellate sulla norma dei 
sirventesi — Dante suole seguire in genere la via più naturale, 
di collocare in fondo al verso il loro nome (1), cui maggiore 
risalto derivi dalla posizione rimata. Dal giusto omaggio reso 
al nomi propri, loro assegnando il posto d'onore nel verso, egli 


(1) Eccetto se sdrucciolo, nel qual caso tende a disporlo, all’inizio, 
Più che nel corpo del verso. Eccone qualche esempio: 


Cesare armato con occhi grifagni... 
Cesare fui e son Giustiniano... 

Cesare inio, perchè non m’accompagne ?... 
Cesare, per voler di Roma, il tolle.., 
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’1 Mosca... 
Iacopo e Federigo hanno i reami... 
Ottacchero ebbe nome e nelle fasce... 
Domenico fu detto ed io ne parlo... 


116 S. FRASCINU 
accetta in cambio così la rima facile 


Tutti gridavano: A Filippo Argenti... 
Qui entro è lo secondo Federigo... 

Poi mi tentò e disse: Quegli è Nesso... 
Risposi: Siete voi, qui, ser Brunetto? ... 
Io fui colui che la Ghisolabella... 

Vedi come storpiato è Macometto! 
Dinanzi a me sen va piangendo Alì... 
Tu dei saper ch'io fui conte Ugolino 


E questi è l'arcivescovo Ruggieri 
come la rima difficile 

Voi cittadini mi chiamaste Ciaeco 
— alla scabra desinenza di questo nome è dovuta la nota 
immagine del sacco che trabocca — 


Se’ tu già costì ritto, Bonifazio ?... 
Sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fucci... 


Io Catalano e costui Loderingo... 


— alla rima facile offerta dal primo nome è preferita quella 
difficile del secondo — 


Disse: Ricordera’ tì anche del Mosca... 
Mi disse: Quel folletto è Gianni Schicchi... 


Lombardo fui e fui nomato Marco 
— questa rima si tira dietro, quasi di necessità, un'immagine 
relativa alla parola arco — 


; Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda... 


Fi mormorava e non so che Gentucca (1). 


(1) La rima di questo nome con Zucca e pilueca probabilmente 
fu suggerita a Dante dal motto, diffuso ai suoi tempi: 


Buona terra è Lucca 
Ma Pisa la pilticcea. 


lisi 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 117 


Alla difficile rima del nome proprio Capocchio una naturale 
soluzione offre il verbo adocchiare 


Sì vedrai ch’io son l'ombra di Capocchio 
Che falsai li metalli con alchimia; 


E te dee ricordar, se ben t’adocchio... 
Inf., XXIX, 136 sgg. 


il quale è costretto a venire a curiosi compromessi con la 
parola serocchia nell’episodio di Belacqua | 
O dolce signor mio, diss'io, adoechia 
Colui che mostra sè più negligente 


Che se pigrizia fosse sua serocchia 
Pur., IV, 109 segg. 


e nelle parole da Virgilio rivolte a Stazio: 


L'anima sua, ch’è tua e mia serocchia, 
Venendo su non potea venir sola 
Però ch'al nostro modo non adocchia. 
Purg., XXI, 28 segg. 


n x > n E 
E raro che la difficoltà della rima cagioni una deroga alla 
norma accennata, cosa evidente nei versi 


Sappi ch'io son Bertran del Bornio, quegli... 
Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre... 
Folco mi disse quella gente a cui... 


Nè si può reprimere il dubbio che in uno di tali casi 
Cunizza fui chiamata e qui rifulgo 


con la difficoltà della rima non abbia, nella mente del poeta, 
congiurato un pregiudizio fonetico. Nel nome di Cunizza entra 
lo stridore della zeta ed il sospetto della meditata esclusione 
di esso dalla rima è confermato agli occhi di chi consideri la 
tima nel suo valore di suono, in rapporto alle tre cantiche (1). 


———— — 


(1) Le rime che implicano lo stridore della zeta, assai frequenti 
nell'Inferno e meno nel Purgatorio, si rarefanno assai nel Paradiso. 
La rima accia, che compare in ben 35 versi della prima cantica ed 


118 S. FRASCINO 


Lo stile comico, che trova nell’Inferno il suo terreno più 
adatto, tende, nel Paradiso, ad avvicinarsi al tragico, ed ai 
suoni aspri di cui tanto si compiace nella prima cantica, il 
poeta è tutt’altro che incline nella terza. Il Paradiso rimane 
come il tempio sacro nel quale soltanto Dante ha creduto di 
poter accogliere il nome di Cristo, che nella rima sdegna altro 
accoppiamento che sè medesimo, e la rima nel Paradiso è in 
genere più dolce che nelle altre cantiche, come in genere la 
purezza dell’eloquio vi è più curata, malgrado che dalla bocca 
di San Pietro irato possa uscire una parola come « cloaca », 
malgrado che Cacciaguida nel cielo di Marte con rudità peggio 
che soldatesca non sì arresti dinanzi ad un’espressione plebea 
com'è quella del «grattare la rogna » e che San Bernardo, 
nello slancio mistico della sua preghiera alla Vergine, non 
schivi una parola come «lacuna », che è quanto dire fogna! 


Storia ed estetica nella sineresi 
e nella dieresi dantesca. 


Forse mai, prima che nell’opera dantesca, sineresi e dieresi 
assumono una così bene individuata funzione artistica, quan- 
tunque, come degli altri elementi musicali del verso, i prece- 
denti di queste due figure metriche rimontino alla lontana 
latinità: la sineresi (1), riduzione ad una sola sillaba di due 
vocali contigue in una stessa parola, e la dieresi, prodotta 
per lo più dalla vocalizzazione di qualche consonante (siluae, 
paruae), 0 dall'uso di qualche desinenza arcaica (aurai, aquat). 

Per quel che concerne la prima figura, è ovvio osservare che 


in 16 della seconda, non sì riscontra affatto nella terza. Così in questa 
mancano le rime acce, arci, accio, iccia, acca, acco, ecca, ecco, icca, 
ieche, occa, abbia, abbo, ricorrenti nelle prime due. 


(1) Quintiliano chiama questa fisnra ovraiogi) e ovraignows. dan- 
done come esempio Phaeton per Phaéton (Inst. or., I, 5, 17). 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 119 


la quantità inerente nella lingua latina a ciascuna vocale for- 
mante sillaba a sè, consentiva solo eccezionalmente la con- 
trazione dei due valori di tempo, con la perdita di almeno una 
mora; laddove, venuta meno quella salvaguardia, non vi fu 
nelle lingue romanze un freno a legare in un sol nesso i suoni 
vocalici consecutivi, specialmente in certe condizioni. Così, 
nel contatto di una vocale con una semivocale, l’eccezione 
della sineresi latina si tradusse nella pratica sineretica della 
pronunzia italiana, ed i gruppi vocalici îa, ie, 10, va, ue, ui, 
uo, solo qua e là nei poeti latini raccolti in una sola sillaba 
(gloria, abies, gloriosus, tenuis, quattuor, ecc.), costituirono 
d'ordinario una sola sillaba entro il verso italiano, sia ch’essì 
ricorressero in posizione atona (gloria, dovizie, meritorio, mutua, 
continuo, ecc.), sia che avessero la prima vocale accentata 
(restia, solatie, desio, ecc.). 

A siffatta tendenza, trionfante specialmente per impulso 
della lingua parlata, reagiva istintivamente il sentimento eti- 
mologico, tutelatore dell’integrità del corpo della parola, col 
riconoscere a questa, fin dove la vicenda della trasformazione 
fonetica lo consentiva, un egual numero di sillabe che nella 
base latina. Tale sentimento, più vivo nei poeti colti che negli 
incolti, è, superfluo avvertirlo, vivissimo in Dante, il quale, 
con un intuito che farebbe onore al più esperto maestro di 
grammatica storica d’oggigiorno, non incismpa mai e non fa 
mai inciampare il lettore in quei trabocchetti di dieresi false 
che ricorrono non di rado nelle composizioni dei versificatori 
mediocri e talvolta non manczno in poeti d'un certo grido (1). 


(1) In casi dove la doppia vocale romanza è originata dal dîtton- 
gamento della vocale latina (lierre. nuoro, ere.) o da riduzione di 
consonante latina (biada, sembiar, piaggia); in casi dove la. vocale 
della base latina s'è ridotta a semivocate nell'esito volgare per il 
raddoppiamento della consonante che la precedeva (rabbioso, De- 
stemmia, abbiamo), o per la trasformazione del suono consonantico 
(cagione da occasione, stagione da statione. contro regione. nazione. 
giustamente dieresabili); 0 nei casi, finalmiente. in eui s'è sviluppato 


120 9. FRASCINO 


Alle mutate esigenze storiche della parola troveremo sempre 
fedelmente nel suo verso ossequente la sineresi 


Un punto vidi che raggiava lume... 
Di lor cagion m’'aecesero un desio... s 


o la dieresi 


Ma essa radiando lui cagiona... 


La vostra resîon mi fu sortita... 


in questi, come in cento altri casi. E non altrimenti che un 
prodotto della sensibilità all’etimologia è da riguardare il 
fatto che l’Alighieri limiti la sineresi aì casi in cui una vocale 
sia accompagnata dilla semivocale i, sempre riconoscendo, 
in altre condizioni, nel contatto di una doppia vocale di base 
latina, una doppia sillaba (1). 

In tanto ossequio per la ragione storica della parola, quali 
effetti estetici il poeta volle o seppe ricavare da quella libertà 
che pure gli rimaneva, nell'uso della dieresi e della sineresi ? 
Veramente notevoli, e tanto più se raffrontati a quelli cui 
queste figure si erano prestate prima di lui, nel campo latino 
come in quello romanzo. 

Una certa virtù di raddolcire la parola riconosce Quinti- 
liano alla sineresi: « nam et coeuntes litterae, quae cvvadopai 
« dicuntur, etiam leniorem faciunt orationem, quam si omnia 


nella parola romanza un nesso consonantico in cui è implicato il 
suono vocalico (erucciare, meravigliare, scheggione, sciolto, ringhioso, 
scechione). I diritti ed i doveri che la storia della parola concede ed 
impone ai poeti nell'uso della sineresi e della dieresi, espose magi- 
stralnente FI. D'Ovipio in Tersificaz., ecce., cit., pp. 1 sgg. 

(1) Così egli non applica mai, nel corpo della parola, la sineresi 
alle combinazioni vocaliche aa (Sennaar, Abraam); ae (saetta, traendo, 
acquar); ao (Maometto); an che non sia dittongo della base latina 
(rauna. aunasse, ausa); ce (ncente); co (Folo, Eteocle, ('leopatra, Gedeon); 
od (Noqrese); oe (Simocnta, Funoè, Noè); ua (casual, abituati, conti- 
nuando, intellettual, virtualmente, distribuendo); ue (Josuè): uo (pre- 
sunltuoso, affettuoso, impetuoso). 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 121 


«verba sua fine cludantur » (1); ma quanto alla dieresi latina, 
essa va riguardata soprattutto come un espediente metrico, 
di cui i buoni poeti sono assai parchi (2). 

Nel verso romanzo in generale, ed in quello italiano in 
particolare, venendo in molti casi le due vocali consecutive 
di una stessa parola a trovarsi in una situazione neutra fra 
la tendenza sineretica e quella dieretica, si andò a mano a 
mano concentrando nelle due opposte figure metriche l’im- 
pressione di effetti definiti e contrari. Si sentì, cioè, che la 
parola sineresata suscita nel verso quell’impressione di ruvi- 
dezza e di grossolanità di cui è improntata nel parlare comune, 
mentre quella dieresata gli conferisce un ingentilimento cui 
non rimane estraneo nè il nostro orecchio, nè il nostro spirito. 
Di questo diverso ufficio delle due opposte figure metriche, 
un sentimento abbastanza sviluppato si può dire che avessero 
1 poeti della scuola provenzale, i quali toccarono quasi il limite 
della perfezione, nella tecnica formale del verso. Non altret- 
tanto si può ripetere in genere dei rimatori e poeti predanteschi 
in Italia — se si escluda la scuola del dolce stil novo — i quali 
dove la ragione storica rendeva discrezionale l’uso, dieresi 
e sineresi adoperarono per lo più come dei comodi ripieghi a 
portare alla giusta misura il verso, per quanto le incertezze 
della tradizione scritta rendano, in casi singoli, il giudizio 
più approssimativo che sicuro. 

Che l’importanza artistica di quegli elementi abbia una 
Piena e definitiva consacrazione dalla coscienza musicale del- 
l'Mighieri, è cosa che si può bene argomentare della sua stessa 
pratica. Dieresando, con unica eccezione, ls parola patria 
Nel verso 


Di quella nobil patria natio, 


Messo, come ognuno ricorda, in bocca di Ferinata, egli dove 


(1) Inst. or., IX, 4, 36. 
(2) In tutto Virgilio, secondo quanto notava Servio, non ricorrono 
Mu di quattro dieresi: dMen., III, 854; VI, 747: VII. 464; IN, 26. 


122 S. FRASCINO 


sicuramente avvertire che l'aggettivo nobil non avrebbe attuato 
la pienezza del suo significato, se tale effetto non avesse avuto 
assecondato da quella dieresi; come nel suono strascicato del 
dittongo finale della parola infamia dovè altrove sentire rad- 
doppiata l’efficacia del concetto: 


L'infamia di Creti era distesa. 


Questi due esempi non esauriscono certo la casistica degli 
effetti della dieresi, ma sono sufficienti a farci toccare con 
mano come la dieresi, costringendoci nella parola ad una 
pausa a cui non siamo ordinariamente abituati, ce la fa consi. 
derare sensibilmente di più, o nel significato suo proprio o in 
funzione del significato degli aggettivi con cui si trova asso- 
ciata. Nel secondo degli esempi addotti, essa ci fa pensare, 
per l’effetto, all'uso di pronunziare le parole, a sillabe staccate, 
quando siamo sotto l’impressione del terrore o dell’orrore che 
in noi ha suscitato un fatto e quell’impressione vogliamo comu- 
nicare ad altri: Di-so-no-ra-ta! Uc-ci-s0! 

C'è una categoria di parole, che per il loro stesso significato 
attirano su di sè la dieresi o la sineresi, quasi obbligatamente. 
Tale il caso dell’aggettivo bestiale, quadrisillabo nel latino 
classico, e del sostantivo bestialitate, che Dante avrebbe po- 
tuto, anzi quasi dovuto dieresare. Sennonchè egli, che in un 
luogo del Convirio (IV, 30) dice che « non si devono le marga- 
«rite gettare innanzi ai porci, perchè alle margarite è danno ». 
sentiva che qualcosa di simile avrebbe fatto applicando la 
dieresi, ch'è una nota di gentilezza, a parole di quella risma, 
cui egli perciò fa sempre il trattamento che si meritano, sine- 
resandole: 

Da quell’ira bestial ch'io ora spenrti... 
Vita bestial mì piacque e non umana... 
O tu che mostri per sì bestial segno... 
Dì sua hestialitate il suo processo... (1) 


(1) Vero è che Dante è generalmente restio ad usare la dieresi 
sul nesso sta, non fino al punto, però, da non ammetterla, come 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 128 


Altro caso, dove il significato stesso della parola è repel- 
lente all’indugio dieretico, è da ravvisare nella parola fasti- 
dioso, per cui Dante adotta sempre la sineresi, quasi deside- 
roso di sbrigarsene al più presto: 


Da fastidiosi vermi era ricolto... 


La vostra sconcia e fastidiosa pena... 


mentre per l’opposta ragione applica la dieresi alla parola 
accidioso, ad estendere sensibilmente ad essa la pigrizia del 
concetto 

Portando dentro accidioso fummo. 


Una menzione particolare vuole a questo proposito la pa- 
rola diavolo, ricorrente con tanta frequenza nell’Inferno. Dire 
che essa non merita l’onore della dieresi è forse considerazione 
giusta, ma non ragione sufficiente per spiegarci la costanza di 
tale fenomeno in Dante. Piuttosto sarà da addurre che la 


dimostrano i tre esempi in cui la parola celestial occorre dieresata: 


Come mosser gli astor celestiali.,. 
Della celestial ch'ha men salita... 
Celestial giacer dall’altra parte... 


contro un esempio di sirreresi 
Da poppa stava il celestial nocchiero. 


È da rilevare con quanta sicurezza l'orecchio di Dante distingua 
questo nesso stia legittimo, da quello spurio delle parole cristiano 
e cristianesimo (le quali non sono del latino classico, ma del latino 
della decadenza), cui egli non concede nna sola dieresi le nove volte 
che gli occorre la prima e le due volte che gli occorre la seconda. Da 
questa giusta norma dantesca, da cui non si scostano l’Ariosto nè 
il Tasso, poco felicemente derogò il Carducci, riferendosi proprio a 
Dante, che certo non gli avrebbe approvato il verso 


E il cristiano Dante passarono 


Odi barbare. Per le nozze di mia figlia, v. 38. 


Come nella parola cristiano, così a Dante non sfuggì L'origine spuria 
del dittongo nella parola campione (dal basso latino campionem) e 
nella parola diamante (dal lat. adamantem) che egli si guardò hene 
dal dieresare. 


124 S. FRASCINO 


celerità naturale che a quella parola imprime l'accento sdruc- 
ciolo, trionfa all’ orecchio del poeta sulla lentezza che ad 
essa cagionerebbe la dieresi. Il concetto di celerità. suscitato 
dallo sdrucciolo, va meravigliosamente d’accordo con l’idea 
della celerità che attribuiamo al diavolo, anche nelle frasi. 
comuni «è un diavolo », « corre come un diavolo », ed ecco 
perchè probabilmente quella parola, per essere più pronta 
alla corsa, rigetta le pastoie della dieresi. 

Ma è sempre dato cercare nella dieresi e nella sineresi un 
effetto estetico? Sarebbe un’assurdità incaponirsi ognora in 
questo cimento e tale effetto scovarlo sempre. Poichè chi 
troppo cerca, rischia di trovare anche quello che non c'è, 
bisogna guardarsi, in molti casi, dal cercare troppo. Anche 
nel più grande dei poeti, moltissime volte le due figure me- 
triche servono a portare il verso alla giusta misura e a niente 
altro. Una parola dieresata in un verso può ricorrere sineresata 
nel successivo, senz’altra ragione che quella metrica o ritmica, 
come chiaramente dice la coppia: 


Con umiltate, obbediendo, poi 
Quanto disobbediendo, intese ir suso; 


oltre ai casi in cui l'accento ritmico, cadendo sulle parole 
tronche in ion, come distinzion, intenzion, ecc., ne cagiona. 
solo per una ragione meccanica, la contrazione sineretica. 
Così è vano voler cercare altra causa della sineresi nei versi 


In vera perfezion giammai non vada... 
Senza sua perfezion fosser contanto... 
Tutta la perfezion quivi s’acquista 


come della dieresi nel verso 
Di tutta l'animal perfezione. 
Altre volte, quell’effetto estetico della dieresi o della sine- 
resi che non è dato scoprire nella parola accidentata, è da 


cercare proprio nel ritmo che dell’una o dell’altra figura è 
cagione; fenomeno chiaramente illuminato dalle vicende della 


sg 


SUONO E PENSIERO NELLA POKSIA DANTESCA 125 


parola fiata, che sui venticinque casì che in Dante ricorre, ci 
si presenta ventuna volte dieresata e quattro sole volte sine- 
resata. In quali versi ricorrono tre di questi quattro casì ? 
In versi accentati sulla settima! 


Ma pria nel petto tre fiate mì diedi... 
Se mille fiate in sul capo mi tomi... 
Che spesse fiate m'intronan gli orecchi. 


È il movimento anapestico del ritmo che travolge la resistenza 
della î, e ci siamo altrove indugiati sull’idea di percossa o di 
rumore propria di esso, e che appare in tutti e tre i versi surri- 
portati. Nel quarto caso, estraneo a queste condizioni, una 
dieresi nella fretta della numerazione 


Al suo leon cinquecentocinquanta 


E trenta fiate venne questo foco 


sarebbe altrettanto inopportuna, quanto opportuna riesce 
altrove, nell’indugio richiesto dall’aggettivo che accompagna 
tale parola 


L’occhio la sostenea lunga fiata (1). 


À queste considerazioni, altre si possono aggiungere, guar- 
dando all'uso che Dante fa della dieresi e della sineresi nei 
nomi propri. Se un poeta moderno ha creduto opportuno di 


raccomandare alla dieresi la maestà di un grande nome, nel 


Verso 
O Publio Vergilio Marone 


Dante conferisce, valendosi dello stesso mezzo, una solennità 
patriarcale ad un patriarca 


Abriîam patriarca e David re 


Rin 
—_-- 


(1) Notevole il trattamento che Dante fa alle parole della base 
latina pietas-pietatem, coi derivati e composti, Egli adotta sempre la 
sineresi, ed i casi non sono pochi (5 per pieta, 13 per pietà, 5 per pie- 
late, 5 per spietate) eccetto nel verso che esprime l’implorazione di 
Buonconte a Dante: 


Con buona pietate aiuta il mio! 


126 S. FRASCINO 


solennità così grande, che, nell’immaginazione del lettore 
sensibile, David re, nominato subito appresso, ne subisce un 
certo scapito, come un tantillus homo che si trovi accanto 
a persona vasti corporîs. 

Chi qui volesse osservare ch’è impresa mal certa attribuire 
degli effetti estetici a nomi propri che il poeta trova belli e 
fatti e che non può correggere o modificare a suo talento, 
dimentica che anche le parole hanno il loro corpo sulla cui 
mole, che spesso l'espediente metrico può estendere o rimpic- 
ciolire, d’ordinario la fantasia modella quello della persona 
cui si dovrebbero attagliare, e che in ogni caso il poeta ha 
mano libera nella disposizione di essi, ciò che pure conta per 
qualche cosa. E per qual’altra ragione parve al Romani che 
Apollonia desti l’idea d’una grassa matrona ed Ines d'una 
delicata fanciulla ? (1). Così nel verso 


Che dello smisurato Briaréo 


non si sa se Dante esprima la grandezza del centimane più 
col significato dell’aggettivo che colla corpulenza del'nome, 
esteso nei termini massimi dagli squarci dieretici. Altrove il 
nome di Marzia, che, come bene fu avvertito, nella foga del 
discorso di Virgilio è travolto da una sineresi finale 


Ma son del cerchio ove son gli occhi casti 


Di Marzia tua che in vista ancor ti priega 
ritorna sulle labbra di Catone raddolcito, nella pacatezza del 
discorso, da una dieresi che quasi vorrebbe rivendicarlo del- 
l’ingiuria patita 

Marzia piacque tanto agli occhi miei... 


e la dieresi su di un nome simile appare anche altrove, m& 


(1) « Brevium verborum ac nominum vitanda continuatio, et ex 
« diverso quoque longorum: adfert enim quandam dicendi tardi- 
«tatem », avvertiva Quintiliano (Inst. or., IX, 4, 42), senza peraltro 
rilevare gli effetti di tale indugio. 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 127 


con altro ufficio, per rappresentare, col suono strascicato della 
doppia vocale e della consonante che lo precede, quasi lo slit- 
tamento di un corpo tratto dall’involucro della pelle, con la 
stessa facilità con cui sì trae una spada dal fodero 


Sì come quando Marsia traesti 
Dalla vagina delle membra sue. 


Invero, ai nomi propri che comportano la dieresi, Dante 
non disconosce questo diritto (1). 

A spiegare l’eccezione che a tale norma fa il nome al suono 
delle cui sole iniziali o della cui sola desinenza egli si sentiva 
indonnare tutto di reverenza, vogliamo dire il nome di Beatrice, 
che spesso presenta sineresato il gruppo vocalico ea, non appa- 
iono sufficienti le ragioni già da qualcuno avanzate (2); se non 
si pensasse, come giustamente è stato pensato da altri, 2d uno 
forma popolare Biatrice che avrebbe influito all'orecchio del 
poeta sulla forma normale Beatrice. Ma che sicurezza abbiamo 
noi che questa ipotesi corrisponda alla realtà? (3). Piuttosto 
potrà aiutare a risolvere le difficoltà la considerazione che 
l'opportunità della dieresi va anche valutata in relazione 
all'estensione della parola ed al posto dell’aecento. La posi- 


(1) Così egli dieresa Flegias, Gerion, Fialte, Scipion, Anfione, Niobe, 
Ilion, Diana, Siestri, Madian, Moisè, Gabriel, Dione, Rialto, Grazian, 
Elios, Diogenes, Galieno, Ciriatto, Diomede, Scariotto, Calliope, Oriuro, 
Pigmalion, Eneide, Deifile, Daniello, Etiopo, Ezechiel, Gabriello, 
Ostiense, Trespiano, Dioscoride, Iustiniano, Eliodoro, Deidamia, 
Iperione. 

(2) « Poniamo ora che Dante, col pedantesco serupolo che lIm- 
« briani gli voleva imporre, avesse fatto comparire sempre il nome 
« della sua donna quadrisillabo, che costrutto ne avrebbe cavato ? 
a Il lettore si sarebbe infastidito della monotona immancabile lun- 
«ghezza del nome e sarebbe stato non dico insensibile, ma certo 
«assai meno sensibile ai gradevoli effetti che or provengono dalla 
e lunghezza, rara com'è e opportuna alla singola situazione ». E. CIA- 
FARDINI, Dieresi e Sineresi nella D. €., cit., p. 910. 

(3) Nessun caso di sineresi del gruppo vocalico ea, che si possa 
appaiare con quello della parola Beatrice, è dato riscontrare nella 
Commedia: la parola creatura. ad esempio, che pure così frequente- 


128 ì 8. FRASCINO 


zione disaccentata del dittongo ea di Beatrice avrà facilitata 
certamente la sineresi, inammissibile se una delle due vocali 
fosse colpita dall’accento in un bisillabo (bear), o in un poli- 
sillabo, come ci diee egregiamente il verso 


Vedi Beatrice con quanti béati. 


Tutte queste considerazioni d’indole storica, sono lungi dal- 
l’escludere quelle d’indole estetica. Non è senza significato 
rilevare che il concetto di riso è sempre accompagnato dalla 
dieresi di quel nome: 


Ridendo allora Beatrice disse... 
Ma Beatrice sì bella e ridente... 
Tanto col volto di riso dipinto 
Si tacque Beatrice riguardando... 


nome che si presenta invece quasi costantemente sineresato 
nei versi di carattere narrativo: 


Pur di Beatrice ragionando andava... 

Sì cominciò Beatrice questo canto... 

Pria che Beatrice discendesse al mondo... 
Così Beatrice; ed io che tutto ai piedi... 
Così Beatrice; ed io che ai suoi consigli... 
Così Beatrice; e quelle anime liete... 


Così Beatrice a me come io serivo. 


mente ricorre, manco a farlo apposta, in un solo verso due volte 
ci conferma la dieresi: 


Nè Creator nè creatura mal... 
Lo Creatore » quella creatura. 


Il solo riscontro d'una sineresi in un quadrisillabo dove ricorre 
non il gruppo ca, bensì laltro eo, è dato rintracciarvi, quello della 
parola geomanti nel verso 


Quando i geonmanti lor maggior fortuna, 


Anche qui bisognerebbe supporre che Dante leggesse e pronun- 
ziasse (e chi sa che non serivesse ?) popolarescamente giomanti, come 
ori dalla bocca del popolo si può sentire giografia, giometria, ece.: 
e la cosa non è inverosimile, 


| 


sm 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 129 


Notevole poi come Beatrice non addolcisca con la dieresi 
il suo stesso nome le due volte che lo pronunzia; chè la prima 
volta ciò mal s’intonerebbe con l’austerità del comando im- 
partito a Virgilio, nel Limbo 


Io son Beatrice che ti faccio andare 
e la seconda con la concitazione di un verso dove gli accenti 


d'ira, per adoperare un'espressione del: poeta, s’incalzano in 
cinque consecutivi monosillabi nasali tronchi (1) 


Guardaci ben, ben sem, ben sem Bcatrice. 
Rare le altre eccezioni di nomi propri sineresati, in Dante: 
quella della parola Eurialo subito al primo canto dell’inferno 
Eurialo e Niso e Turno di ferute 
spiegata dalla foga che al verso imprime il polisindeto; quelle 


delle parole Ottavian e Domizian in due versi dove l’accento 
ritmico forza la semivocale in iato 


Fur l’ossa mie per Ottavian sepolte... 
Che quando Domizian li perseguette... 


della parola Diana, altrove dieresata 


Si tenne Diana ed Elice caccionne... 


forse di Damiano 


In quel loco fui io Pietro Damiano... 
e di Etiope, nel verso 
E tai cristiani dannerà TEtiope. 


Quanto alla dieresi che potremo chiamare di uscita. ossia 
finale di parola, è da distinguere in Dante il caso dei polisillabi 


(1; Efficacissimi nel generare un verso che in altre condizioni sa- 
Tebbe difettoso: « monosillaba, si plura sunt » avverte Quintiliano 
‘male continuabuntur, quia necesse est compositio multis clausulis 
«concita subsultet ». Inst. or., IN, 4, 42. Proprio quello che ci voleva 
per una Beatrice regalmente proterva nell'atto! 


9 — Giornale storico — Suppl. n° 28. 


130 8. FRASCINO 


col dittongo finale accentato (1) o disaccentato (2), da quello 
dei bisillabi, che risultano dal contatto d’una doppia vocale, 
l’una delle quali sempre accentata. 

A. proposito dei primi, dopo gli esempi occorsici, ricordiamo 
che alla carezza della dieresi è affidata l'impressione dell: 
delizia paradisiaca 


Sotto l'ombra perpetiia, che mai 
Raggiar non lascia sole, ivi, nè luna 
Purg., XXVIII, 32 sg. 


come la spiritualità del soffio dell’ala angelica 


Che fe’ sentir d'ambrosia l'orezza 
Purq., XXIV, 150 


e che il suo morso lacerante non risparmia la colpa commessa 


Fecone due 
Venir dando all’accidia di morso! (3) 
Purg., XVIII, 131 sg. 


___ —___—————mt_t_ 


(1) Come Enea, Citerea, Capaneo, Briareo, e la parola desio nel 
Verso 


“ 


Nel tuo desîo già son tre ardori. 


(2) Come India, Livio, Trivia, Marsia, Curio, Tanai, Polimnia 
fra i nomi propri e mutui, ardua, continua, perpetua, perpetue, per- 
petui, ambrosia, empireo, plenilunii. fra i nomi comuni. 

(3) ll dittongo finale dieresato è incerto se leggere con la penul- 
tima vocale accentata o disaecentata in parole come Teseo, Tideo, 
Rifco, ecc. La lettura piana è, come è noto, quella volgare, corri- 
spondente all'accentazione greca: la sdrucciola, quella di tradizione 
latina. Il D'Ovidio, cercando di risolvere tale questione (Dieresi e 
sineresi, cit., p. 51, n. 2), propende alla lettura sdrucciola, che egli 
tien certo fosse quella di Dante. Nessun indizio positivo egli addita 
di ciò; a parer nostro, ve n'è uno contrario alla sua tesi. Per Dante, 
come per ognuno, è da ammettere anzitutto la pronunzia piana per 
i nomi in eo, ea, in cui la penultima vocale continua il dittongo latino 
che. a sua volta, riflette il greco (i nomi del tipo Tolomèo, Ptolomaeus, 
IHroirpato:). Così è legittima la lettura piana del nome Anteo nel verso 


E venimmo ad Anteo, che ben cinqu’alle, 


L'oscillazione della pronunzia concerne solo i nomi del secondo 
tipo Tesco, Theseus, Onoes:; Orfeo, Orpheus, "Oogets (è noto che in 


SUONO E PKNSIERO NELLA POESIA DANTESCA 131 


Per i secondi, è facile notare come Dante osservi sempre la 
dieresi (Mea, stea, creò, Noè), meno quando la prima delle due 
vocali sia è od « (to, Dio, tuo). Veramente, raccogliendo i 
frutti di una polemica recente (1) possiamo ormai affermare 
con sieurezza che qualche esempio di dieresi è, ma solo ecce- 
zionalmente, generato in Dante dall’accento emotivo, anche 
nei dittonghi finali ua, ue, vo, ia, ie, io, dove essa è atta a 
rendere un, effetto cui la sineresi sarebbe sorda. È, in tali 
casi, impugnabile la legittimità della dieresi ? 


latino Theseùs, Orphéùs, sono forme aggettivali, significanti « di 
a Teseo » « di Orfeo »). Ora il fatto che parole di questo secondo tipo 
Dante le considera piane nella rima 


Dioscoride dico; e vidi Orfeo... 
Che dello smisurato Briarco... 


l-gittima l'opinione che egli non le pronunziasse altrimenti nell'in- 
serno del verso. Sarà quindi da leggere 


Mal non vengiammo in Tesèo l'assalto... 
Che Rifèo troiano in questo tondo... 


eccetera. Comunque, la lettura piana o sdrucciola di simili parole 
non ha alcun rapporto con la dieresi che vi può aver luogo alla fine. 


(1) Suscitata dal giudizio poco favorevole che del lavoro di M. Ca- 
SELLA, Studi sul testo della « Divina Commedia » (pubblicato. negli 
Studi danteschi diretti da M. BarBi, VIII, 28-62), e specialmente del 
capitolo Dieresi e dialefi d'eccezione, dava S. DEBENEDETTI (in 
questo Giornale, 85, pp. 353-57). 

Il Casella, accusato di voler mettere troppi punti sugli altrui, 
non si rassegnò affatto a vederseli mettere sui propri. ed al Debene- 
detti rispose, invero non senza trasporto, sul Giornale della cultura 
italiana (I, 6) con un articolo, Filologia e storia, di cui un estratto 
apparve sul Giornale d'Italia (10 dicembre 1925) sotto il titolo sen- 
sazionale Versi sbagliati in Dante? 

Il Dehenedetti, riprendendo la questione su questo Giorn., 87, 
pp. 74 sgg., in uno studio intitolato Zntorno ad alcuni versi di Dante 
eredette di risolverla in suo favore, con degli argomenti cui il 
Casella oppose una risposta (Studi danteschi, NII, pp. 132. 148), 
la quale, a parer nostro, assieura il vantaggio della sua tesi. mal- 
grado la parte di vero che pur resta nelle argomentazioni dell'av- 
versario. 


132 8. FRASCINO 


La questione della legittimità o meno della dieresi su parole 
come fto, mio, Dio, in posizione interna di verso può, anzi 
dev'essere risoluta conservando il senso storico; ma al senso 
storico non si potrà rendere piena giustizia senza riconoscere, 
in concreto, alla grammatica storica tutta l’importanza che in 
questo caso le spetta. È un fatto che la metrica petrarchesca 
fissa il monosillabismo delle succitate parole, e ancor prima, 
nel 1332, in una di quelle summae che nel medio evo pullula- 
vano in ogni campo del sapere, Antonio da Tempo poteva 
enunciare questo fenomeno come regola generale. Ma, come 
ognuno sa, l'eccezione conferma la regola e resta a vedere 
se qui l’eccezione sia legittima. Sarà pertanto di capitale 
importanza osservare come Dante consideri le stesse parole 
latine, nel verso: 


Gratia Déi. sicut tibi, cui... 
Ecce Agnus Déi eran le loro esordia... 
Labia méa Domine per modo... 


Questi esempi di bisillabismo forse non sono tutti e certo 
non sono pochi, quando si pensi che il numero dei versi, in 
tutto o in parte latini, ricorrenti nella Commedia, è limitato. 
Ora — vien fatto di domandare — se è legittimo (e nessuno 
potrebbe contestarlo) adoperare la parola mea come bisillaba, 
perché non lo sarà altrettanto per la sua diretta continuatrice 
mia? e tanto più se in uno stesso poeta? Ammessa la legitti- 
mità della dieresi in queste condizioni, resta poi a vedere 
quanta parte abbia la ragione estetica nel generarla. Siamo in 
argomento e vogliamo prospettare un piccolo caso. Nessuno 
sarebbe, certo, disposto a concedere, in condizioni ordinarie, 
il bisillabismo della parola mai in posizione interna di verso. 
Eppure, in un verso creato dal chiribizzo di Dante 


Raphel mat amech zabi et almi 


quella paroletta squarciata dalla dieresi costringe Nembrotte 
a squarciare paurosamente la bocca! Ed è un vero peccato 


SUONO E PENSIEl:0 NELLA PUESIA DANTESCA 183 


che la critica ufficiale della lezione, preoccupata di sistemare 
anche la loquela del gigante babelico secondo la pronunzia 
francese ossitona, di regola, nel medioevo, per le parole stra- 
niere, si sia indotta ad accentare sull’ultima sillaba tutte le 
parole di quel verso. Essa non ha considerato che ciò era per 
lo meno arbitrario, come denunzia l’ultima parola del verso, 
la quale, per la sua posizione rimata (la rima è con salmi) 
respinge decisamente l’accento. 

Ancora un caso, fuori della Commedia. Nella ricostruzione 
critica che il D’Ovidio fece del Contrasto di Cielo dal Camo (1) 
la lezione del trentaseiesinio verso è stabilita come segue 


Ch'éo me repentéssende ? avanti foss'io aucisa 


dove co bisillabo scolpisce a meraviglia l'indignazione di 
medonna, contro gli assalti di un amante sfacciato e lusin- 
gatore — anche se quell’indignazione è simulata. Bisillabando 
quella parola, non si contraddice né alle esigenze dell’etimo- 
logia nè alle regole della metrica del tempo, e tanto meno 
sì attribuisce un verso che si possa chiamare mancato, al 
poeta siciliano. Come dunque riprendere il verso 


io che al divino dall'umano 


dove nell’îo bisillabo trema la commozione di Dante? 

Né tutti i torti sono peraltro di Antonio da Tempo, dato 
che come lui dovrebbe esprimersi chiunque volesse formulare 
una legge generale, anche se non avesse Paria di misurare gli 


(1) In Versificazione italiana e arte poetica mediverale, Milano, 1910, 
Pp. 589 seg. Anche nella ricostruzione critica del MRifmo cassinese 
(Studi romanzi, VIIT, pp. 101 sg.) il D'Ovidio non sfugge la dieresi 
in casì simili a quelli su contemplati: 


F ad altri mustra la bia dellibera... 
Frate méu, da quillu mundu benso... 


e la dieresi applica anche ad un verso di Dante 
Corì fec’'io poi che mi provvide. 


(Dieresi e sineresi, cit., p. 39, n. 2). 


134 S. FRASCINO 


spazi metrici colla squadra e col compasso, com’egli sembra 
averla! (1). 

Impressione per impressione e dieresi per dieresi, è notevole 
che ‘lo stesso Petrarca presenti qualche incoerenza alle sue 
norme. Per rendere una sua emozione, anzi la più profonda 
delle sue emozioni, egli deroga alla pratica usuale, quando nel 
verso famoso 


Oimè terra è fatto il suo bel viso! 


ricorrente nella prima canzone in morte di madonna Laura, 
applica eccezionalmente la dieresi alla parola oimé, ove — sono 
parole del Carducci — « il discioglimento del primo elemento oi 
«in due sillabe aggiunge, col suono cadente, alla tristezza ». 
Ed un’emozione dello stesso poeta tradisce il verso di chiusa 
del Canzoniere 


Ch’accolga il mio spirto ultimo in pace 


dove, a rendere più flebile il tono della parola pace, altrove, 
in posizione analoga, gridata tre volte («Io vo gridando: Pace, 
«pace, pace! »), contribuisce notevolmente la dieresi su mio, 
consacrata anch’essa dall’autorità del Carducci e che potè 
essere impugnata da chi non tenne in debito conto che senza 
di essa non s’avrebbe il quinario terminato da rimalmezzo 
ond’è costituita la prima metà del verso finale di ciascuna 
strofe (2). 


(1) Veramente questa è più una calunnia che un'accusa contro il 
trattatista medioevale, dopo la citazione fatta dal Casella (Studi 
danteschi, XII, p. 140) del passo completo in cui egli enuncia la legge 
come passibile di licenza; licenza riconosciuta a note anche più chiare 
nel con pendio che della Summa latina di ANTONIO Da TEMPO fece, 
in volgare, Gidino da Sommacampagna: « Item nota che la dictione 
«de due sillabe, le quali hanno una vocale innanzi l’altra, come sono 
cio, Dio, mio, pio, tuo, suo, say, may e le altre someievole, quasi 
“sempre, ne lo principio e ne lo mezo de li versi volgari, se togliono 
« per una sola sillaba » (Trattato de li rithimi volgari, ed. Giuliari, p.5). 

(2) S. DEBENEDETTI, in questo Giorn., 85, 1925, p. 356. Che tale 
licenza non sia, anche nella poesia postpetrarchesca, quale al Debe- 


SUONO R PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 135 


Ma, come sarebbe da colmare la lacuna di una sillaba, leg- 
gendo sineresate le paroline in questione nei non rari versi 
danteschi dove esse occorrono ? 

Movendo dall’osservazione (1) che tali bisillabi dieresati 
occorrono per lo più seguiti da 8 impura (8 + consonante), 
parrebbe imporsi la conclusione che in tali casì si sia dovuto 
sviluppare dinanzi alla s un è eufonico. Così nei versi 


To stancato ed amenilue incerti... 

Sì ch’io sfoghi il duo] che il cor m’impregna... 
Così Beatrice a me com’io serivo... 

Così la donna mia stava eretta... 

Tal vero all’intelletto mio sterne... 

Ben s’avvide il poeta ch'io stava... 

Ma quella folgorò nel mio sguardo... 


Già tutta mio sguardo avea compresa... 


ed in qualche altro, quell’ì sarebbe proprio la sillaba atta « 
colmare la lacuna cui vorrebbe provvedere la dieresi sulle 
parole î0, mia, mio. 

Pure, se è possibile concedere che la lezione 


Io istancato ed amendue incerti... 
Sì ch'io isfoghi il duol che "1 cor m'impregna... 
Così Beatrice a me com'io iscrivo... 


Così la donna mia istava eretta... 


s1a quella uscita dalla penna di Dante, v'è qualche caso in cui 


nedetti appare, dimostrò il Casella sull'esempio d'un verso dell'Ajace 
del FoscoLo. Ad ogni modo, altro è Vluso dantesco, altro quello 
petrarchesco e postpetrarchesco. 

(1) Osservazione dal Debenedetti ripresa al Casella, ma risalente 
invero al Ciafardini (1. e., p. 915), che a proposito del verso 


Vid’io scritti al sommo di una porta 


dieresando l’îo, avverte: « Ma è notabile pure che anche qui il piccolo 
«bisillabo è seguîto da una parola che comincia per s impura ». 


156 S. FRASCINO 


l’s impura, condizione dello sviluppo dell’î eufonico, manca e 
la dieresi sembra rendersi necessaria: 


Quivi vid'io Socrate e Platone... 
Del segno suo Soddoma e Caorsa... 
Le nozze sue per li altrui conforti... 


Sì potrà cercare di sistemare alla meglio anche questi versi, 
facendo a meno della dieresi; ma qualche esempio resta 


Io che al divino dall’umano... 
Così vid’io già temer li fanti... 


Così fee'io poi che mi provvide... 


dove essa pare difendersi col motto oraziano: erpellas furca, 
tamen usque recurret! E bisognerà rassegnarsi a lasciarvela! 

Questi casi, dove dalla dieresì non sì può a nessun costo 
prescindere, possono servire di base ad alcune considerazioni, 
che finiscono per giustiticare, a parer nostro, la dieresi anche 
per quelli prima discussi. 

Se ad un verso in cui, sull’autorità della concorde tradizione 
manoscritta, incontrovertibilmente dinanzi alla s impura sì è 
sviluppata un'è di appoggio od eufonica, come 


Quiritta se’ ? attendi tu ?scorta ? 


collochiamo a riscontro un altro, in cui la parola iniziata da s 
inpura si trovi già ad essere preceduta da un’i che segua alla 
vocale tonica, come 


Che mi dicesse ehi con lui? stava, 


non tarderemo a renderci conto che, nel secondo caso, l'è pre- 
cedente l's impura tenderà a mantenere naturalmente l’eufonia, 
cui nel caso precedente provvede il sorgere dell’î prostetica, € 
perciò tenderà a risaltare mediante lo staceo della dieresì. 
Tale tendenza, cui non contraddice la ragione storica, è legit- 
timata dalla ragione musicale, la quale esige che il nostro 
orecchio percepisca fra la vocale accentata e la s impura 
quella vocale eufonica. Consideriamo ora, in uno stesso verso, 


ei i mai o 


mn 


SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 137 


i due casi già considerati separatamente: il verso che Dante, 
poniamo, scrisse 

Oi splendor di viva luce eterna! 
scriviamolo pure, se ci piace, 


O isplendor di viva luce eterna! 


e con ciò non avremo nulla alterato dell’eufonia voluta dalla 
razione musicale, poichè le due rappresentazioni grafiche si 
traducono in un’unica rappresentazione fonetica, cioè a dire 
si fondono nella recitazione. 

Guardiamoci però d’invocare la ragione storica, anche dove 
non è luogo d’invocarla a proposito! 

Chi potrà negare a Dante il diritto della dieresi su oi 


Oi splendor di viva luce eterna 


quando il Petrarca si prende, come abbiamo visto, una simile 

libertà? O forse, più dell’arzigogolo che la parola oî non è 
» P 3 

staccata da me nel verso 


Oimè terra è fatto il suo bel viso! 


non vale il fatto che la dieresi su di essa si sviluppa anche 
senza le condizioni di favore dell’s impura? (1). 

Sarebbe un limitare, di fatto, a Dante quelle licenze che, 
in astratto, nessuno gli può, in questo campo, disconoscere 
maggiori rispetto al Petrarca! 

Ma è poi proprio necessario che ad appianare la disermonia 
fra la vocale tonica e l’s impura iniziale di parola debba ser- 
vire sempre la vocale i? (2). Tale esigenza può essere eccel- 
lentemente soddisfatta da qualunque altra vocale, e voler 
cacciare anche un’i dove un’altra vocale ne fa le funzioni, 


(1) Anche il D'Ovidio, in un verso analogo, non rifugge dal segnare 
la dieresi (I. c., p. 39 n.) 


Qual’è coluî che sognando vede 


(2) In altri casi, Vî protetica in Dante è sostituita dalla e: estima 
(Inf., 24, 25), escotendo (Inf., 14, 42). 


Fa 


138 S. FRASCINO 


non è più voler ristabilire l’eufonia, ma congiurare contro di 
essa, suscitando un trittongo in iato! 

Quando l'armonia ne esce soddisfatta e la ragione storica. 
come sopra abbiamo mostrato, non ne resta offesa, possiamo 
non meravigliarcìi se Dante considera bisillabe parole come 
Dio, mio, tua, sue, dove l’o l'a e l’e adempiono, in una mino- 
ranza di casi, specialmente quando seguite dall’8 impura, 
alla funzione cuì altrove adempie l'i. 

E vedi combinazione! anche nel verso del Petrarca sopra 
discusso 

Ch'accolga il mio spirto ultimo in pace 


la parola mio, che il Carducci vuole bisillaba e che tale dev'es- 
sere per la ragione metrica accennata, sì trova ad essere se- 
guita dalla solita s impura! Questa benedetta s impura, fatta 
apposta per generare la dieresi dinanzi a sè, in quelle date 
condizioni, tradisce, proprio nel verso di chiusa, la norma che 
il poeta ha consacrata nel suo Canzoniere, liberandola dalle 
incertezze di cui, perchè ancora nel suo periodo di formazione, 
risentiva in generale prima di lui, ed in particolare nell’uso 
dantesco. 
SALVATORE FRASCINO. 


LETTERE A GIACOMO LEOPARDI 


(Dalle carte leopardiane della Biblioteca Nazionale di Napoli 
« Vittorio Emanuele III »). 


La mancanza d’una raccolta di lettere dirette al Leopardi 
è una lacuna che si riscontra nel carteggio del Poeta recana- 
tese. Tranne quelle del Giordani, del Colletta, dello Stella, 
del Vieusseux, quella del Grassi del 17 novembre 1820, quelle 
del Brigenti pubblicate nell’ultima edizione dell’Epistolario 
Leopardiano (1), che formano il terzo volume di esso, e poche 
altre segnate in nota alle lettere del Leopardi, come otto del 
Trissino, tre di Saverio Broglio d’Ajano ed una dell’Jacopssen, 
oltre quelle pubblicate nel volume degli Scritti vari inediti 
di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane, Firenze, Succ. Le 
Monnier, 1910, dalla Commissione governativa nominata dal 
Ministero della Pubblica Istruzione che pel Centenario leopar- 
diano curò l’edizione dei sette volumi dei Pensieri letterari 
e filosofici, non sî è avuto finora altra traccia della corrispon- 
denza indirizzata al Poeta e che deve essere stata invece ben 
copiosa. La maggior parte di essa fu, evidentemente, com- 
presa negli autografi che il Leopardi donò alla Targioni Toz- 
zetti che ne faceva raccolta. Infatti, il 24 maggio 1831, egli 


(1) Epistolario di G. Leopardi a cura di G. PIeFRaILI, Firenze, 
Le Monnier, settima edizione, 1925. 


140 M. ZEZON 


aveva scritto alla sorella Paolina: «Tu m'hai da fare un pia- 
« cere, ma te lo raccomando assai. Pigliare il mio protocollo di 
« lettere letterarie tutti e due i volumi: levar via le lettere di 
« Vieusseux, Brighenti, Stella, Colletta e le copie delle lettere 
« mie, farne un gran rouleau, con sopraccarta ben suggellata: 
« scriverci sopra Documenti... », e dopo di averle dato tutte le 
indicazioni necessarie perchè il plico gli fosse stato con cer- 
tezza recapitato, aveva aggiunto: « Datti premura di questa 
« cosa che mi sta molto a cuore » (1). 

Altre, certo anche in gran numero, e senza dubbio interes- 
santi, rimasero in casse inesplorate, per volere del Ranieri, 
presso le sue eredi. Ora, finalmente, che dopo la morte dell’ul- 
tima di esse tutte le C'arte del Ranieri sono passate in possesso 
della Biblioteca Nazionale di Napoli, ci auguriamo vederle 
pubblicate, come promette il Bresciano, della suddetta Biblio- 
teca, in un suo articolo: Quattro lettere leopardiane inedite, 
in questo Giornale 89, 1927, fase. 265-66, pp. 136 sgg., giacchè 
egli ebbe il compito di riordinare tutte quelle Carte. 

Pochissime lettere sono sparsamente pubblicate e tra queste 
merita soprattutto d’essere ricordata una di Pietro Gaddi (2), 
che fu stampata dal Cugnoni nel volume Opere inedite di 
G. Leopardi pubblicate sugli autografi recanatesi, Halle, Max- 
Niemever, 1878, vol. I, p. Cv, poichè è del 1819, il triste anno 
della tentata fuga del Leopardi dalla casa paterna, il tempo 
in cui la sua malinconia era divenuta veramente spavente- 
vole, e la sua infelice condizione era stata aggravata dal non 
riuscito tentativo. Col Gaddi il giovane poeta dovè aprire 
tutto il suo cuore, come si rileva dalla lettera citata, che è 
del 30 dicembre di quell’anno, e quegli, addolorato, cercò 
d'infondergli un po’ di calma e consolarlo coi suoi consigli: 


(1) Cfr. Ep.?. IL, p. 420. 

(2) Pietro Gaddi di Forlì, dopo aver sostituito il generale Colli 
nell'esercito pontificio si rifugiò nel Porto di Fermo ove morì il 1823, 
e donde serisse al Leopardi. 


LETTERE A G. LEOPARDI © 141 


«...Voi siete assai giovine, ed io m’investo del vostro ardore 
« per il ben pubblico — gli scriveva —, nè disapprovo la 
« malinconia che soffrite per non potere esercitare quell’atti- 
« vità alla quale aspirate: dall’altra parte se considero fe cir- 
«costanze dei tempi, quelle della famiglia, e specialmente 
«lo stato della vostra salute, vi confesso che non vedo come 
« potreste aspirare alle pubbliche cose senza esporvi a risul- 
« tati molto più funesti della noia che vi divora. Un’anima 
«come la vostra ha mille risorse in sè stessa, nè può, se vuole, 
«annoiarsi giamma), e dirò di più che se anche vi trovaste 
«in mezzo al vortice del mondo, nel commercio di egoisti 
« che col pretesto d’illuminare e riformare, altro non cercano 
« che l'ambizione di comandare e di far fortuna a danno della 
« società che burlano con mille illusorie chimere... » e dopo 
avergli esposta la difficoltà, per un uomo di lettere, di godere 
la stima universale nel conflitto delle nuove idee colle mas- 
sime dei (Governi, e come, invece, uomini sommi avessero 
illustrato il loro nome vivendo a sè, aggiungeva: « ...I pubblici 
« affari sono sempre pericolosi, e turbano l’anima: al contrario 
«il vivere a sè produce una certa tranquillità che lascia al- 
«l’uomo pensatore mille risorse di occuparsi anche utilmente 
« per il pubblico bene, perchè non essendo in fallo vede il 
«mondo e le cose senza passione, e prevenzione, e può scri- 
« vere più utilmente. La gioventù si forma dei ideali che la 
« sola esperienza può smentire, ... ». In ultimo manifestan- 
dogli il desiderio di saperlo più calmo concludeva: «...talora 
« succede che aprendo il cuore ad un amico col sfogarsi, pas- 
«sano le tormentose noie, ed esponendogli dei fatti e dei pro- 
«getti si riceve conforto e consiglio. Io benchè debolissimo, 
«mi offro volentieri, se mi credete capace... ». 

Una letterina, senza data, di Alessandro Poerio fu pubbli- 
cata dal Ferrigni nell’opuscolo: Leopardi e Poerio, memoria 
letta all’ Accademia Pontaniana nella tornata del 15 maggio 1898; 
una lettera di Michele Bertolami del 1835, fu riportata dal 
Mestica in una nota al discorso Il Leopardi davanti alla critica 


142 i M. ZEZON 


pronunziato nell'Università di Palermo il 10 giugno 1898 (1). 
Di un bigliettino della Pelzet con il quale gli manda in dono un 
bicchiere affinchè voglia rammentarla, è fatto accenno dal 
Chiarini, Vita di G. Leopardî, Firenze, G. Barbèra, 1921, 
p. 393 in nota; ed una letterina del Puoti del 18 marzo 1836 
è stata pubblicata dal Cortese in Nuovo contributo al carteggio 
di Basilio Puoti, Napoli, tip. degli Artigianelli, 1921, p. 9, 
e per quanto breve ha la sua importanza, perchè, come afferma 
il Cortese, ci mostra come il Puoti non disdegnasse richiedere 
talvolta il giudizio del Leopardi su lavori dei suoi alunni. 
Delle lettere appartenenti alle Carte leopardiane possedute 
dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, ben quasi la metà ri- 
mase sconosciuta, dopo la pubblicazione di quelle, fatta insieme 
con altrì scritti, in massima parte frammenti, abbozzi, e studi 
giovanili tratti dalle stesse Carte napoletane, nel volume 
Scritti vari inediti ecc. già citato. Io ho avuto agio d’esami- 
narle tutte, ed ho creduto che il pubblicarle non sarebbe stato 
lavoro del tutto inutile, giacchè esse oltre ad offrire un nuovo 
contributo al carteggio del grande poeta recanatese, possono 
interessare anche per la biogratia di lui. Infatti ci attestano, 
su di un campo più vasto, le relazioni che il Leopardi ebbe coi 
suoi contemporanei, nell’ultimo decennio della sua vita ran- 
dagia giacchè esse vanno dal 1827 al 1837, permettendoci di 
poterle meglio ricostruire, e ci palesano la stima che i letterati 
di quel tempo ebbero del suo ingegno, con le frequenti richieste, 
che in esse si riscontrano, d'un suo autorevole giudizio sulle 
opere sia letterarie che scientifiche che si venivano compilando 
e stampando; mentre alcune relazioni già note sono documen- 
tate ed avvalorate da esse, Gli amiei del Leopardi sono figure 
varie: dal poeta al letterato, al filosofo, al politico, allo scien- 
ziato, all'editore, ma tutti seppero intendere l’animo suo, 


(1) Il discorso fu pubblicato dapprima a Palermo pe’ tipi di Remo 
Sandron, nel 1898, poi fu ripubblicato nel volume Studi leopardiani» 
Firenze, Succ. Le Monnier, 1901, pp. 390-481. 


LETTERE A G. LEOPARDI 143 


ed ebbero in pregio le rare qualità della sua mente e del suo 
sentire: La conoscenza della spontaneità dei rapporti tra il 
Leopardi e coloro che lo conobbero, contribuisce allo studio 
più integro dei sentimenti morali ed affettivi del Poeta, sui 
quali tanto si è discusso, e tanto discordì sono stati i pareri 
e le conclusioni dei critici, e, se l’amicizia è un conforto per 
l’animo umano, grandissimo lo fu per lui che, sin da giova- 
netto, sentì il bisogno di trovare qualcuno cui confidare se 
stesso e che fosse capace di comprenderlo ed amarlo, per cui 
gli fu consolazione la stima della quale si vide circondato a 
Firenze, sollievo la convivenza col Ranieri, e compiacimento 
le relazioni ed i colloqui che ebbe a Napoli con uomini illustri. 

Apprendiamo, per esempio, da queste lettere, che il Leo- 
pardi, per mezzo del Bunsen, conobbe, a Roma, il chimico 
Domenico Morichini (1) che s’era meritata la stima dei più 
famosi scienziati italiani e stranieri; e che a Firenze il Vieus- 
seux gli fece conoscere, in casa sua, il medìco Domenico 
Meli che ritornava da Parigi, ove era stato mandato col Cap- 
pello e col Lupi per studiarvi la malattia del colera. 

Degna d’essere segnalata, non per l'argomento, ma per 
l’affermazione di un’altra notevole amicizia contratta dal 
Leopardi a Firenze, è la letterina di Francesco Palermo, che 
dopo gli studi di Giustino Fortunato (2) ci appare una note- 
vole figura nel campo de’ cultori di storia, che frequentavano 
le riunioni del Palazzo dei Buondelmonti. « Bravo e dotto 
«uomo, assolutamente integro, sinceramente liberale, ma fede- 
«ralista e credente a oltranza », come lo giudica il Fortunato, 
Francesco Palermo s’era recato da giovane, per razioni di 
studio, in Toscana e vi aveva conosciuto il Capponi ed il 
Vieusseux che ne furono benevoli estimatori sino alla morte, 


(1) Il Leopardi fa cenno di lui nella lettera al Vieusseux del 21 gen- 
naio 1832. Cfr. Ep.?, IL p. 454. 

{2) Cfr. G. FoRrTUNATO, L'ultimo autografo politico di re Gioacchino 
Murat, in Rassegna Nazionale, 1° maggio 1917, pp. 11 sgg. 


» 


144 M. ZEZON 


ed ivi conobbe anche il Leopardi e ne concepì grande stima 
per cui nel 1839 scrisse un canto per lui intitolato: «Giacomo 
« Leopardi » (1). Per la stessa ragione interessano le lettere 
del Ciampolini, che danno rilievo alla sincera ed affettuosa 
intimità che sorse tra questi ed il Leopardi, tutti e due infelici 
per pessima salute, ed ispirati quasi da identici gusti letterari. 
In un frammento del dialogo « Il Leopardi » pubblicato nella 
strenna fiorentina « Ricordati di me » del 1842 (2), il Ciampo- 
lini afferma che egli fu suo « familiarissimo » ed infatti fu, tra 
gli amici di Firenze, uno di quelli che più trovarono corri. 
spondenza nell'animo del poeta recanatese, perchè educato 
alla scuola dei classici ne aveva tratto i pensieri ed i sentimenti, 
e benchè esile e malato sin da fanciullo, era dotato d’ingegno 
robusto e svegliato, d’indole indipendente e sdegnos® (3). Né 
senza interesse sono la manifestazione di stima dimostratagli 
da Neri Corsini, che volle onorarsi della conoscenza personale 
del Poeta divenuto già famoso in Italia, e la cordialità che 
ebbe per lui la gentile e colta dama Laura Parra, moglie di 
Giuseppe Montanelli. 

Possiamo con maggiori prove affermare quale familiarità 
di rapporti fosse sorta a Roma col Bunsen, durante la dimora 
che il Leopardì fece in quella città nel 1831-32, quando pote 
« stringere in presenza quell’amicizia » che il Bunsen gli aveva 
concessa da lontano, ed intrattenersi con lui in discorsi riguar- 
danti la filologia, l'archeologia, e le opere che di esse compeo- 
nevi il dotto ministro, per gli Annali del Bollettino di Archeologia 
che pubblicava insieme con altri dotti italiani e stranieri. 
Perciò il Leopardi, cui tanta noia arrecavano le visite e le 
cerimonie, che per convenienza doveva fare in quella città. 


(1) Cfr. Canti di Francesco PALERMO, Firenze, tip. Galileiana, 
1839, pp. 78 see. 

(2) Ripubblicato da P. ContrUccr nei Cenni sulla vita e sugli 
scritti del car. L. Ciampolini, premessi alla Storia del Risorgimento 
della (Grecia del CiampoLini, Firenze, tip. Piatti, 1846. 

(3) Cfr. CONTRUCCT, Op. cit. 


LETTERE A G. LEOPARDI 145 


mostrava invece gradimento nel poterlo vedere spesso, e 
quando non poteva partecipare alle conversazioni letterarie 
che il Bunsen teneva ogni settimana in casa sua, ne provava 
rammarico. E poichè tra le lettere del Bunsen, che qui riporto, 
ve n'è anche una della moglie di lui, che fa pensare ancora 
più alla cordialità sorta tra loro ed il Poeta, voglio ricordare 
le commoventi espressioni che ella ebbe intorno alla morte 
del loro amico: « Coloro che ricordano l’aperta benevolenza 
+ dipinta nell'aspetto del Leopardì, e sanno quanto fosse scevro 
‘di ogni amarezza il suo intimo convincimento di aver durato 
«immeritati mali, quanto pure da ogni macchia di astio perso- 
«nale le sue pitture di calamità nelle quali non ebbe colpa, 
«si confortano col credere che la dipartita dell'anima sua fu 
«in pace verso la pace, e che le sue estreme contemplazioni 
“poterono essere illuminate dai raggi del vero così schietta- - 
«mente agognato e fantasticato così dolorosamente » (1). Ed 
anche le lettere del Brighenti arrecano contributo alla cono- 
scenza dell’intimità che sorse in Firenze tre, lui ed il Leopardi, 
che premurosamente lo raccomandò a Mons. Muzzarelli quando 
nel 1832 egli si recò a Roma con la figliuola Marianna che do- 
veva cantare nella Straniera del Bellini il 30 aprile. 

Singolare interesse, poi, destano le lettere di Antonietta ed 
Adelaide Tommasini, che vengono ancora più a confermarci la 
sincera amicizia nata tra esse ed il Recanatese. Giustamente 
osserva il Clerici, in un suo articolo (2), che le nobili lettere 
della famiglia Tommasini portavano al Nostro «il balsamo 
«sospirato dell’affetto sincero, e delle offerte generose, sulle 


(1) Cfr. FRANCESCA BUNSEN, A_memoîr of Baron Bunsen, ecc., 
London, Longmans, Green and C., 1868; RipeLLa, G. Leopardi: 
discorso, Recanati, Simboli, 1889, p. 80. dove è riportato questo 
brano tradotto; G. PIERGILI, Nuori documenti intorno alla vita ed 
agli scritti di G. Leopardi, Firenze, Suee. Le Monnier. 1892, p. vI, nota. 

(2) Cfr. G. P. CLERICI, Dalle carte Tommasini (raspollatare da ser- 
rire alla biografia del Leopardi) in Archivio Storico pe» le Prorincie 
Parmensi, vol. XXI, 1921, pp. 77-97. 


10 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 


146 M. ZEZON 


«ali del consenso di quattro cuorì, infiammati di vera carità 
« per le sovrumane sofferenze de) grande infelice ». Esse, dunque, 
valgono a comprovarcì che mai altro sentimento, all’infuori 
di questo, ispirò ed alimentò quelle relazioni tanto cordiali, 
e come sia. ingiusta la diceria che tra le Tommasini ed il Leo- 
pardi vi fossero stati rapporti erotici. Afferma, non a torto, 
il Clerici, che quella nobile amicizia era « familiarmente collet- 
« tiva, sebbene singolarmente espressa » e quando all’offerta 
della Tommasini di recarsi a Parma il Leopardi francamente 
le rispondeva che la scarsità dei mezzi non gli consentiva una 
gita a Parma, Antonietta Tommasini, dolendosene, gli seri- 
veva: « Voi mi dite che non siete venuto a Parma per man- 
« canza di mezzi? Mio Dio! non avete in noi i più sinceri amici 
«i quali vivono nel desiderio di potervi essere utili in ogni 
«occorrenza? Ma purtroppo mai non ci avete secondati col 
«venire ad abitare a Parma alcun tempo con noi » (1). La 
Boghen, a proposito di questa amicizia, scriveva nel 1898: 
«Quando potranno esser note le molte lettere de la Tommasini 
«al Leopardi, lettere che egli conservava caramente e di cui 
«quindici rimaste fra le carte legate dal Ranieri a la Biblioteca 
«di Napoli appartengono ora 2 lo Stato, apparirà ancora più 
«chiara la delicatezza e la profondità di questa amicizia » (2). 


(1) Cfr. P. C. CLERICI, Op. cit., p. 81, e Scritti vari inediti di G.LEO- 
PARDI dalle Carte Napoletane, Firenze. Suce. Le Monnier, 1910, p. 3035. 
A proposito della sincerità e cordialità di amicizia coi Tommasini, 
il Clerici, nell'articolo citato, pubblica un biglietto che il Leopardi 
serisse alla Tommasini il 10 marzo 1821 trovandosi in qualche stret- 
tezza economica, ed io lo riporto qui perchè manca nell'F pistolario. 
Mia cara Antonietta. Fatemi la grazia di far contare a chi vi pre- 
senterà questa carta cinquanta franchi, la qual somma dentro pochi 
giorni vi sarà portata a casa e ripagata a mio nome. Scusate questa 
confidenza che, non senza dispiacere, mi prendo per non aver tro- 
vato altro mezzo di far pagare costì quella somma nel momento. 
Addio. addio ». 

(2) Cfr. E. BocneEN Conigniani, La donna nella vita e nelle Opere 
di Giacomo Leopardi, Firenze, G. Barbèra, 1899, p. 262. 


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LETTERE A G. LEOPARDI 147 


Aggiungendo, quindi, queste lettere, che vanno dall’agosto 1830 
al marzo 1837, a quelle già pubblicate nel volume degli Scritti 
rari dalle Carte napoletane, il carteggio tra il Poeta e le Tom- 
masini, è molto più completo di quello che si conosceva finora. 
La Boghen èrrava circa il numero delle lettere, ma non circa 
il contenuto. 

Anche i rapporti tra il Leopardi e la Targioni-Tozzetti 
acquistano maggiore luce. Già le lettere pubblicate nel volume 
su indicato, avevano apportato un gran contributo alla cono- 
scenza di quella relazione, giacchè erano valse a togliere il 
dubbio che la dama fiorentina per la quale il Leopardì s'era 
cooperato nella ricerca di autografi avesse potuto essere invece 
la Lenzoni: le lettere del Rosini fanno palesemente il nome 
della Targioni (1). Quelle che qui pubblico ci dimostrano, 
inoltre, con quanto interesse e sollecitudine il Leopardi avesse 
cercato di soddisfare il desiderio della sua amica scrivendone 
anche ai suoi amici come al Valdrighi ed a Giovanni Galvani 
a Modena, ed a Giacomo Mosconi a Verona, ì quali risposero 
premurosamente alle sue richieste. 

Una letterina di Francesco Puccinotti del febbraio 1835 
dimostra come sia stata costante l’affettuosa amicizia tra il 
medico di Urbind ed il Nostro, sorta nel 1825 quando il Pueci- 
notti ottenne la condotta medica di Recanati. E giova ricor- 
dare ciò che in un suo pensiero questi scrisse di tale amicizia: 
«In Recanati conobbi e mi strinsi in amicizia con Giacomo 
«Leopardi, e mi valse di conforto e di esempio, in mezzo 
«al vuoto purismo di que’ tempi, il trovare chi sapea unire 
‘alla più classica letteratura la sapienza filosofica più pro- 
«fonda » (2). 

Tralascio di fermarmi su altre lettere che sono sempre un 
attestato della stima e benevolenza godute dal Leopardi. 


(1) Cfr. Scritti vari dalle carte napoletane, cit., pp. 463-66. 
(2) Cfr. G. BaccINI, Francesco Pucecinotti ed alcuni suoi pensieri, 
in Rassegna Nazionale, t6 aprile 1903, pp. 549 ses. 


148 M. ZEZON 


‘per notare quelle che riguardano la vita letteraria del Poeta 
e che perciò possono interessare: una dì Domenico Rossetti 
del 28 marzo 1827 ci palesa come questi desiderasse la coope- 
razione del Leopardi, che aveva conosciuto a Milano nel 1825, 
per il volgarizzamento delle opere minori latine del Petrarca, 
per cui gl’inviò il testo latino dell’Epistola al Cardinale Gio- 
vanni Colonna. È noto, però, che il Leopardi ne iniziò senza 
terminarlo il volgarizzamento, ed il 2 maggio 1827 spedì al 
Rossetti il frammento che fu poi pubblicato dal Viani nel- 
l’Appendice all’Epistolario ed agli scritti giovanili di G. Leo- 
pardi, Firenze, Barbera, 1878, p. 253-56. 

Un’altra del letterato inglese Giorgio Nott, del 1831, cì 
rende nota quale accoglienza avesse avuto dal pubblico, sul 
primo apparire, il Commento al Petrarca, che tanti stenti, 
noie e fatiche ingrate era costato all’infelice Poeta, proprio 
in un periodo in cui la sua mente ed il suo animo erano incli- 
nati a lavori filosofici che rispecchiavano il suo sentimento, 
anzichè alla erudizione: La collezione dei Moralisti greci, e la 
. traduzione del Manuale d’Epitetto intorno alla quale il 16 gen- 
naio del 1826 aveva scritto al Papadopoli: « dopo la tua par- 
« tenza, tradussi in mezzo mese il Manuale d’Epitetto, e questo 
«lavoruccio mi venne in modo ch’io ti confesso di avergli 
«un affetto particolare » (1); ed al Bunsen: « ...spero di poterle, 
«di qui a non molto mandare un esemplare del Manuale di 
« Epitetto che sì stamperà presto in Milano, tradotto da me 
«ultimamente con tutto Pamore e lo studio possibile. Vi ho 
«premesso un brevissimo preambolo sopra la filosofia stoica, 
«che io mi trovo avere abbracciato naturalmente e che mì 
«riesce utilissima » (2); ed oltre a ciò, la Comparazione delle 
sentenze di Bruto Minore e Teofrasto, ed i Pensieri di Marco 
Aurelio, erano i lavori ai quali amava dedicarsi, mentre s’ac- 
cingeva a dare alla stampa con ansie ed amore incredibili 


(1) Cfr. Fpistolario di G. Leopardi, ed. cit., vol. II, p. 82. 
(2) Cfr. Ep. cit., II, n. 88. 


LETTERE A G. LEUPARDI 149 


le sue Operette Morali dichiarando che in esse consisteva il 
frutto della sua vita fino allora passata, e che le aveva più 
care dei suoi occhi. Si può immaginare, quindi, quale ama- 
rezza gli avessero cagionate le critiche sfavorevoli che furono 
fette al suo Commento, oltre che dalla prefazione che scrisse 
per esso nel 1826, dalla suaccennata lettera del Nott, dalla 
quale si rileva che nell’inviargli quella edizione il Leopardi 
dovè anche palesargli il disinganno provato nel veder giudi- 
cata con poco giudizio l’opera sua. Ed è notevole anche il 
consiglio che gli diede il Nott circa l’interpretazione di un 
verso del sonetto del Petrarca che incomincia: « L’Avara Ba- 
« bilonia » che al Leopardi era sembrato difficile ad intendersi; 
interpretazione che egli accettò e riportò nella seconda edizione 
che fece di quel Commento. 

Una lettera del Pandolfini, segretario dell’Accademia di 
Belle Arti di Pisa, ci fa conoscere che il Leopardi appartenne 
anche alla Colonia Arcadica di quella città: l’Alfea; ed altre 
due, l’una di Giuseppe Melchiorri, l’altra di Cesare Galvani, 
hanno interesse per la famosa questione dell’attribuzione a 
Giacomo dei Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, 
del padre, che tanto irritò l’animo del Poeta: Non avendo, il 
libro, nome d’autore, e sapendosi ch’era del Leopardi, fu 
generalmente ritenuto di Giacomo; a Roma, in Toscana, 2 
Lucca ed a Modena, ove forse il Duca Francesco IV conosceva 
la verità della cosa, si diceva, con malignità, pubblicamente, 
che l’autore era lui, che aveva cambiato opinioni, che s’era 
convertito come il Monti, e dapertutto si parlava di questa 
sua, come alcuni chiamavano, conversione, ed altri apostasia. 
Egli aveva esitato quattro mesi, infine s'era deciso a parlare 
non potendo soffrire di passare per convertito nè d'essere asso- 
migliato al Monti (1). E mandò a vari giornali d'Italia una 
sua dichiarazione per smentire la falsa notizia. Il 12 maggio 
la inviò al Vieusseux per farla inserire nell’Antologia « in modo 


(1) Cfr. Ep, TI, pp. 480-811, 


150 M. ZEZON 


«che non potesse sfuggire all’occhio del lettore » (1), ed il 15 
dello stesso mese, scrisse a Giuseppe Melchiorri, suo cugino, 
perchè avesse voluto fargliela pubblicare nel Diario di Roma, 
aggiungendo tra l’altro: « Io stampo in tutti i Giornali d’Italia 
«la mia dichiarazione: essa esce a momenti in quei di Toscana. 
«In Francia ne mando una molto più strepitosa. Ma m’im- 
« porta grandemente di Roma, e benchè la cosa sia semplicis- 
« sima, non lascio di raccomandarla a te caldissimamente » (22). 
Ed il cugino accolse con vero interesse la sua preghiera, riu- 
scendo, non senza fatica, a farla inserire nel numero del 
23 maggio. Non altrettanto fortunato fu il Leopardi a Mo- 
dena, ove aveva spedita la sua protesta alla Voce della Verità, 
e lo possiamo rilevare dalla risposta negativa circa l’inserzione 
indirizzatagli dal direttore del giornale, Cesare Galvani. È 
degno di nota questo rifiuto: Il giornale sanfedista, sorto per 
iniziativa del Duca Francesco IV, che aveva tra i principali 
collaboratori il principe di Canosa, e che tanto pienamente 
lodava ed ammirava i sentimenti espressi in quei Dialoghetti (3), 
non poteva mostrarsi favorevole al desiderio di Giacomo accu- 


(1) Cfr. Lp, IL p. 473. 
(2) Cfr. £p.?, 1I, 474. 
(3) Nel fascicolo dell'’8 marzo 1832, la Voce della Verità aveva pub- 


blicata una lettera nella quale, tra l'altro, era detto, intorno ai Dia- 


loghetti « ...Qui in Rimino hanno avuto un buon esito que’ belli, e 
« piacevoli Dialoghetti sulle materie correnti nel 1831, e si è provato 
«esser essi pei liberali, come appunto è la Croce pel Diavolo. Basta 
«far loro vedere i eartoni di quell’Opuscolo, che subito fuggono 
« bestemmiando. In un luogo di questa città, mentre da un galan- 
«tuomo si stava leggendo uno di quei Dialoghetti, sopraggiunsero 
«vari liberali, che per un momento fermatisi sospesi ad ascoltare, 
«cominciarono poscia a dare nelle furie, e ad inveire fortemente 
«contro il libro e il lettore, che senza scomporsi, e senza neppur 
«guardarli continuò come niente fosse a leggere; e quegli arrabbiati, 
«non potendo nè sapendo far altro, fuszirono dicendo che avrebbero 
«dato alle fiamme tutti quei libri infami e maledetti. Così terminò 
cla scena. Ne abbrucino pure, diciamo noi, ma sono 4000 solo dei 
c primi ve”... ! Sono andati, se nol sanno, anche in Turchia (lo possiamo 


LETTERE A G. LEUPARDI 151 


sato già di liberalismo e carbonaro per le canzoni all'Italia 
e sul .Honumento di Dante. Il tono della lettera del Galvani 
ci palesa con evidenza il suo sentimento. 

Le lettere di Antonio Gherardini fanno supporre che nel 1831, 
il Leopardi avesse dedicato anche parte del suo tempo allo 
studio dei Satiricì toscani moderni, per cui chiedeva notizie 
al suo amico che scriveva in quel tempo alcune osservazioni 
intorno a tale argomento. 

Trovandosi a Napoli, nel 1835, Tommaso Gargallo, che 
sin dalla prima giovinezza aveva desiderato di far penetrare 
in Sicilia il culto pei grandi contemporanei, propose al Leopardi 
la ristampa dei suoi versi e delle sue prose in Palermo, indi- 
candogli come editore Giambattista Ferrari. Ed il Leopardi, 
che, dalle conversazioni col Gargallo, aveva potuto conoscere 
le condizioni letterarie della Sicilia, tanto da concepire quasi 
l’idea di recarsi a Palermo e trattenervisi un sei mesi per un 
corso di eloquenza (1), accettò la proposta e, per mezzo del 
Gargallo, entrò in relazioni epistolari col Ferrari. DÒ in questa 
raccolta una lettera del Ferrari che si riferisce appunto a quel 
tempo. Se non che il Leopardi, per meglio vigilare la stampa 
delle sue Opere, decise di rivolgersi ad un editore napoletano, 
che fu lo Starita. 

Anche la questione della edizione napoletana delle Prose 
e Poesie del Leopardi, iniziata nel 1835, trova il suo contri- 
buto nella lettera del Calamandrei, dalla quale si possono rile- 
vare le prime trattative per quella stampa, che non fu com- 
piuta per divieto della Censura. Disgustato dello Staritaà, che, 
avendo raccolto col suo manifesto, un numero maggiore di 


«aszieurare) e forse, o senza forse, ne sono in viaggio per la Russia 
‘ancora, e andranno perfino nelle Americhe! Vadano a prenderli i 
«liberali, e gli abbrucino... I nostri intanto ce li teniamo ben custo- 
«diti e cari... ». 


(1) Cfr. G. TAORMINA, Il Leopardi e la Sicilia, Palermo, tip. Gian- 
none e Lamantia, 1885. 


152 M. ZEZON 


associati che non credeva, sicuro dello spaccio, aveva dato 
la più infame edizione che avesse potuto (1), il Leopardi pensò 
di rivolgersì ad un altro libraio napoletano, per la pubblica- 
zione di un altro manoscritto che aveva preparato per la 
stampa, forse i Pensieri o sparsi frammenti, e due lettere del 
Manni fanno conoscere il tentativo fatto presso il Trani perchè 
avesse voluto pubblicarli per proprio conto. Ma questi non 
accettò. Alcuni mesi dopo il Leopardì scrisse al De Sinner per 
chiedergli se avesse potuto trovare a Parigi un libraio che 
volesse fare un’edizione delle sue Opere senza alcun compenso 
pecuniario (22). 

Tralascio di parlare di altre letterine che dò in questa rac- 
colta, aggiungo solo che ho creduto pubblicarle perchè trat- 
tandosi di documenti relativi alla vita di un grande poeta, 
possono riuscire utili agli studiosi, anche se non di grande 


importanza. 
MARIA ZEZON. 


LE LETTERE 


Di Domenico Rossetti (3). 


Firenze, 28 marzo 1827. 


Il tardo rispondere alla mia dci 20 ottobre scorso era scusato già 


prima che mi giungesse il pregiato suo foglio dei 14 del corrente mese; 


(1) Cfr. Ep, II, p. 547. 

(2) Cfr. Ep. IT, p. 556. 

(3) Domenico De Rossetti di Trieste (1774-1842), benemerito 
della cultura italiana a Trieste e nell’Istria, ed in particolare degli 
studi petrarcheschi. Si occupò anche di lirica, drammatica, storia ed 
archeologia, lasciando vari lavori su tali argomenti. Per più estese 
notizie vedi: GIOvaNnNI BENCO, Shiwlio biografico su Domenico Rossetti 
in Z'Archeoqrafo triestino, 1869-70, nuova serie, volume I, e vari 
articoli in Miscellanea di studi in onore di Attilio Hortiz, "Trieste. 


LETTERE A G. LEOPARDI 158 


perchè lo Stella aveami tosto significato l'assenza di Lei da Milano (1), 
e l’indugio indi necessario per farle quella arrivare. Ma non posso 
egualmente ammettere le altre scuse che la troppa sua modestia mi 
affaccia per distormi dall’insistere sul mio desiderio e preghiera di 
averla fra 1 benevoli favoreggiatori della mia impresa (2). 

Egli è ben vero che la massima parte degli illustri volgarizzatori 
invitati dal mio programma (3) accettò il mio invito; che cinque soli 


stabilimento tipografico G. Caprini, 1909-10. Fducato in Toscana 
il Rossetti vi si recava spesso, ma preferiva andare a Milano ove soleva 
passare le sue vacanze, ed ivi appunto conobbe il Leopardi quando 
vi si recò nel 1825, chiamato dallo Stella a dirigervi l'edizione dei 
Classici Italiani che intraprendeva proprio in quell’anno. In una lettera 
al Conte Francesco Cassi da Milano, del 17 settembre 1825, il Leopardi 
parla di questa nuova relazione. « Ho avuto occasione - - serive — di 
« conoscer qui un dottor Rossetti triestino, uomo molto dotto e pre- 
« gevole, il quale desidera da costì quello che potrete intendere dalla 
e sua lettera che vi acchiudo. Gli ho parlato di voi e del Contino Ma- 
« miant, che vi prego di salutare singolarmente a mio nome. Non guar- 
« date se a fare il riscontro del Codice si richiedesse un poco di spesa, 
« perché il dottore è molto ricco, e pagherà volentieriszimo quanto sarà 
« di bisogno. Ha in Trieste una biblioteca petrarchesca copiosissima 
«e una gran raccolta di ritratti del Petrarca e di Laura; cose che 
« gli costano continuamente una buona quantità di denari. In fine 
« ve lo raccomando assai, e avrò per molto caro se potrete fare che 
« la mia raccomandazione gli giovi a qualche cosa ». Cfr. Epistolario 
di Giacomo Leopardi a cura di Giuseppe PieroILI, Firenze, Felice 
Le Monnier, edizione settima, 1925, vol. II, p. 24. 


(1) HI Leopardi aveva lasciato Milano per recarsi a Bologna il 
26 settembre 1825; cfr. la lettera al padre del 3 ottobre di quell’anno 
in Z£p.?. cit., II, p. 25. 

(2) Nel 1829 il Rossetti pubblicò in Milano, presso la Società tipo- 
grafica dei Classici italiani, in tre volumi una Prima volgarizzazione 
delle poesie minori latine del Petrarca, fatta da trenta pocti virenti 0 
defunti da poco, per la quale appunto con la presente lettera del 1827 
chiedeva la cooperazione del Leopardi. 

(3) Compilato il 6 dicembre 1826 e, sebbene stampato, non ebbe 
alcuna destinazione alla pubblicità. Circolò tuttavia per le mani di 
molte persone e diede occasione a varî giudizi talvolta sfavorevoli, 
circa il merito dell'impresa del Rossetti di raccogliere e pubblicare 
i volgarizzamenti delle poesie minori del Petrarca, a cui il Rossetti 
rispose nella Prefazione al HI volume delle Poesie minori del Pe- 
frarca, ece., 1829, p. XXXIX-XLITI. 


154 M. ZEZON 


sono quelli che se ne sono finora positivamente scusati; che di quattro 
me ne sto ancora nell’incertezza; che d’altronde so parecchi che vo- 
lontariamente mi si offersero. Ma ciò detto, per quanto mi assicuri 
dell'effetto del mio proponimento, non basta ancora per potermi per- 
mettere di secondare in tutto le condizioni alle quali Ella brama di 
vincolare il suo assenso. 

Eccomi adunque prima di tutto a ningraziare la sua cortesia e la 
volenterosa disposizione di compiacermi; ed indi a pregarla di non 
negarmi il volgarizzamento che Le propongo, e di cui qui già Le 
acchiudo il testo originale, tratto dall'edizione del 1851 di Basilea 
delle opere tutte del Petrarca. Questa è l’epistola 15% del II libro, 
diretta a Giovanni Colonna (1). Ella resta interamente dispensato 
da qualsivoglia illustrazione dell'argomento e delle persone; e potra 
eseguire le versioni in isciolti, che paionmi il metro migliore per 
simili lavori. Io non Le fo urgenza alcuna; riserbandomi di farlene 
ricordo tosto chie sarammi stata fornita la traduzione delle altre 
epistole al Colonna medesimo, che si sta facendo dal Signor Leoni 


a Parma (2). 
La presente lettera Le perverrà per la via d'Ancona e pel riscontro 


(1) L'Epistola consolatoria (Impia mors) indirizzata nel 1347 al 
Cardinale Giovanni Colonna. Il Leopardi ne cominciò il volgarizza. 
mento ma non lo continuò. Ai 2 di maggio 1827 spedì al Rossetti 
il frammento, che nel 1850 fu trasmesso da Gaetano Merlato, di 
Trieste, al Viani che lo pubblicò nell'Appendice all’Epistolario ed 
agli scritti giovanili di Giacomo Leopardi, Firenze, Barbèra ed., 1878. 
pp. 253-56 (efr. la nota ivi apposta dal Viani stesso), e che fu poi n- 
pubblicato nel volume delle Poesie minori di Giacomo Leopardi. 
Firenze, Le Monnier, 1889, pp. 431-34; e dal MESTICA nel volume Il 
degli Scritti letterari di Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1899, 
pp. 3653-67. Nell'edizione del Rossetti l'Epistola fu stampata con la 
traduzione di Antonio Bevilacqua che ne tradusse anche altre cinque. 

(2) Michele Leoni di Borgo San Domenico (1776-1858). Iniziò a 
Milano nel 1805 con Giovanni Rasori ed Ugo Foscolo la pubblica. 
zione degli Annali di scienze e di lettere che durò quattro anni. Fu 
dal 1821 professore di letteratura italiana a Parma e segretario del- 
Accademia delle Belle Arti. Fece traduzioni dal latino, dal greco. 
dal tedesco e dall'inglese. Cfr. Guimo Mazzoni, L'Ottocento, cd. Val- 
lardi, vol I, p. 268. Tradusse pel Rossetti quattro Fpistole del Pe- 
trarca: la N del I libro, la I, IV e V del III libro. 


LETTERE A G. LEOPARDI 155 


ch’Ella sarà per favorirmi, potrà valersi di quel soggetto, da cui questa 
Le verrà recapitata. 
Io frattanto me Le professo riconoscente, ecc. 


Di Pietro Brighenti (1). 


Bologna, 14 maggio 1830. 


Questa mattina ho avuto l’acclusa per voi dalla posta. Subito ve 
Ia spedisco. 


Il Sig. Moratti (2) vi fa col mio mezzo sapere che seriviate pure a 
casa vostra, che i denari che voi sapete siano consegnati a quel tale 
Sig. Grondoni, e che a questo sia dato d'inviargli alla direzione del 
Signor Brighenti Impiegato nella distribuzione delle lettere di Bologna; 
e allora il Sig. Moratti li spedirà a voi senza spesa in Firenze. 

Spero che avrete fatto buon viaggio (3), e vi prego anche a nome 
della famiglia che vi riverisce, a volercelo far sapere, se non altro col 


mezzo di Giordani, quando ha occasione di serivermi. 


(1) Pietro Brighenti, di Castelvetro (1775-1846), avvocato, tipo- 
grafo e confidente della polizia austriaca. Per le notizie biografiche 
cfr.: la sua lettera a Monaldo Leopardi del 12 aprile 1832 in Lettere 
inedite di Giacomo Leopardi e di altri a’ suoi parenti e a lui per cura di 
EMILIO CosTA, CLEMENTE BENEDETTUCCI e CAMILLO ANTONA-TRA- 
VERSI, Città di Castello, S. Lapi ed., 1888, pp. 170.76; G. PIERGILI, 
Un confidente dell'alta polizia austriaca, Recanati, Simboli, 1888; 
E. BOGHEN,; Pietro Brighenti nell’intimità (da un carteggio inedito) 
in Lucano mensile, periodico letterario, artistico, scientifico, Potenza, 
anno I, fasc. 11, novembre 1897; E. Bocnen, Marianna Brighenti 
e la sua famiglia in La donna nella rita e nelle opere di G. Leopardi, 
Firenze, Barbera ed., 1898, pp. 121-169; GIiovanxI FERRETTI, Pietro 
Brighenti spia? in Archivio storico italiano, 1915, vol. I, disp. 122, 
pp. 423-32. 

(2) Giuseppe Moratti di Bologna, impiegato nell'ufficio delle poste. 
Si trovano frequenti accenni a lui nell’E£pistolario leopardiano, so- 
prattutto per le relazioni letterarie con lo Stella. Il 20 ottobre 1825 
il Leopardi gli scrisse per dirgli che lo Stella gli aveva consigliato di 
consegnare a lui le lettere per « risparmio di posta». Cfr. £p.?, cit., 
vol. TI, p. 36. 

(3) Il 9 maggio 1830 il Leopardiì partì da Bologna per Firenze 
dove giunse « senza disgrazia, dopo aver passato la fourmente sugli 
Appennini >. Cfr. Ep.’ cit., vol. II, p. 388. 


156 i M. ZEZON 


In quel giorno che foste a salutarmi, io ebbi tal continuo di im- 
portuni che non potei correre a darvi un abbraccio; ma fui bensì alla 
Locanda alle quattro antimeridiane: ora di mia e vostra partenza, 
e mi attaccai di peso al campanello della porta, ma niuno venne ad 
aprirmi. Compisco al mio dovere con voi mediante questa lettera, la 
quale ben vorrei che vi sapesse dir quanto mai vi amo e vi venero. 
Salutatemi tanto Giordani, da parte anche delle mie donne. Ma- 
rianna (1) è stata or ora ricercata anche per Fermo, ma la scrittura 
non era compatibile con quella di Siena (2). Restiamo sempre che ci 
vedremo costì in sugli ultimi di giugno; e vi supplico a voler impegnare 
i vostri amici a procurarmi buone lettere commendatizie. 


Di Vincenzo Pandolfini (3). 


Pisa, 17 maggio 1830. 


Ho l’onore di prevenirla che contemporaneamente alla solenne Col- 
lazione dei Premi, che si farà dalla Accademia delle Belle Arti nella 
circostanza della generale Illuminazione di questa Città in onore del 
glorioso nostro direttore S. Ranieri, avrà luogo nella sala del Palazzo 
Pubblico alle ore 10 e V, antimeridiane del dì 18 del prossimo giugno, 
un’adunanza arcadica della Colonia Alfea, a cui Ella sì meritamente 
appartiene (4). 

Io la invito pertanto ad abbellirla con qualche sua produzione. La 


(1) Su Marianna Brighenti efr. F. BoGHEN, Marianna Brighenti e 
la sua famiglia, cit., e per le sue tendenze artistiche i giornali contem- 
poranei dal 1829, in cui esordì a Bologna con la Semiramide del Ros- 
sini: II Censore Universale dei teatri, redatto a Milano dal Priridali, 
Il Messaggiere modenese, cd il Giornale dei teatri di Bologna, ove si 
parla con entusiasmo dei suoi meriti artistici. 

(2) Andò a Siena nell’Imperiale e Real Teatro dei Rinnovati a 
sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda nelle opere Giulietta e Romeo 
ed Arabi. 

(3) Vincenzo Pandolfini, segretario dell'Accademia di Belle Arti 
di Pisa. - 

(4) Il Leopardi vi dovè appartenere durante il suo soggiorno a Pisa 
dal novembre 1827 al giugno 1828 dove per mezzo del dott. Cioni 
fece parecchie amicizie fra le quali quella del Carmignani professore 
di diritto all'Università, e dove da per tutto gli fn « usata assai buona 
accoglienza ». 


LETTERE A G. LEOPARDI 157 


scelta degli argomenti, da trattarsi unicamente in versi, è libera; 
per quanto possano essere più graditi quelli che in qualche modo si 
riferiscano a soggetti patri o alle Belle Arti in generale. 

Piacendole di aderire a questo invito (1) si compiacerà inviarci 
precedentemente copia del suo componimento, onde possa esser sotto- 
posto all'esame dei due nostri Censori, a forma delle arcadiche costi- 
tuzioni. 

[Segue un biglietto d’invito a pranzo di Neri Corsini (2) del 24 mag- 
gio 1830]. 


Di Laura Parra (3). 


1. 
Piazza S. Maria Novella n° 4248. 
[giugno 1830] (4). 
Difficilmente potrei esprimerle tutto il piacere ch’io provo nel sen- 
tire da una sua lettera che ricevo sul momento da Rosini (5) ch’ella 


(1) Nell’Epistolario leopardiano non v'è alcuno accenno a questa 
lettera; si può ritenere però che essa rimase senza risposta perchè da 
pochi giorni il T.eopardi era giunto a Firenze e si trovava « affollato 
di visite » per cui fu spesso in giro per la città a restituirle. 

(2) Neri Corsini (1771-1845) ambasciatore di l'erdinando TIlI a Pa- 
rigi sotto il Direttorio, consigliere di Stato durante l’Impero, rap- 
presentante della Toscana al Congresso di Vienna e poi sottosegre- 
tario di Stato per l’Interno. Nel 1844 successe al Fossombroni come 
ministro segretario degli affari esteri, e dall’aprile 1844 all’ottobre 1845 
fu Ministro segretario di Stato. Cfr. G. MONTANELLI, Memorie sul- 
l’Italia, Torino, Società editrice, 1853, vol. I, p. 106; Memorie inedite 
di G. Giusti (1845-49), ed. F. MARTINI, Milano, Treves, 1890 e 
P. PruNAs, L’Antologia di G. P. Vieussecur, Storia di una rivista 
italiana, Albrighi e Segati ed., 1906, pp. 256, 297-300, 308. 

(3) Laura Parra moglie di Giuseppe Montanelli, fu donna d’in- 
gegno e cultura, cfr. Memorie inedite di G. Giusti, ed. cit., pp. 233-34, 
nota X. 

(4) Senza data, ma credo debba essere stata scritta nel giugno 
del 1830 perchè il 28 giugno di quel''anno il Leopardi scriveva da 
Firenze alla sorella Paolina di aver riveduto Laura Parra. Cfr. Ep.”, 
cit., II, p. 390. 

(5) Giovanni Rosini (1776-1855) professore d’eloquenza all'Univer- 
sità di Pisa, editore ed autore di vari romanzi storici come La mo- 


158 M. ZEZON 


è in Firenze e che siamo vicini di°casa (1): se queste circostanze pos- 
sono procurarmi il favore di qualche sua visita saprò apprezzare 
questa fortuna, poi che sono come sempre piena di stima considera- 
zione ed amicizia. 


Della stessa. 


2. 
[senza data] (2). 


Mi tengo per sfortunata. Sempre ostacoli quando si tratta di avere 
una vostra visita! Non potei condurvi il mio amico Psalidi perchè mì 


ammalai il giorno stesso che fui da voi e sono stata in letto dieci 


naca di Monza pubblicato nel 1829; Luisa Strozzi, nel 1833; ZL conte 
L'golino della Gherardesca ed i Ghibellini di Pisa, nel 1843, ecc. Per 
le notizie biografiche efr.: MicneLE FERRUCCI, Elogio del cav. professor 
Giovanni Posini, Pisa, 1856: L. PozzoLinI, Biografia di G. Rosini. 
Lueca, 1856; M. TaparrinI, Vite e ricordi TItaliani illustri del. se- 
colo NIN, Firenze, 1884, pp. 24 seg.; Guino Mazzoni, L'Ottocento, 
ed. FP. Vallardi, pp. 71-72, 271-72, 417-18, £809-12, 900, per i giudizì 
sulle sue opere efr. la nota bibliografica a pp. 1404-405 del volume 
del Mazzoxt, cit. Varie lettere del Rosini al Leopardi del 1830-31 
sono pubblicate nel volume Scritti rari inediti di G. Leopardi, ecc., 
Firenze, Le Monnier, 1910, pp. 459-66, nelle quali generalmente 
autore chiede al Leopardi giudizi e consigli sulle sue opere che non 
furono negati fino a quando il Leopardi, peggiorato nel male d’occhi 
e di nervi, non si sentì più di assumere l’impegno di una corrispon- 
denza regolare. Cfr. a tale proposito la lettera che gli diresse da Fi- 
renze nel maggio 1833 in Zp.?. cit. vol. TI, pp. 512-13. È interes- 
sante però notare ciò che serisse al padre da Firenze il 17 giugno 1828. 
intorno al romanzo la Monaca di Monza. « Qui si pubblicherà fra 
«non molto una specie di continuazione di quel romanzo (/ promessi 
« sposti), la quale passa tutta per Je mie mani. Sarà una cosa che varrà 
« poeo: e mi dispiace il dirlo, perchè l’autore è mio amico, e ha voluto 
« contidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua 
«opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare. Prego però anche 
«lei a tener la cosa secreta affatto ». Cfr. /7p.7, cit., II, p. 303. 


n 


(1) Ai primi di maggio 1830 il Leopardi, tornato a Firenze, andò 
vl abitare per un mese alla locanda della Fontana, il 9 giugno trovò 
una dozzina in Borgo degli Albizzi presso Emmanuele Repetti. 

(2) Questa letterina senza data deve anche essere stata gceritta 
nel 1830 perché reca lo stesso indirizzo della precedente col solo nu- 
mero cambiato. 


LETTERE A G. LEOPARDI 159 


giorni. Psalidi anderà da voi quanto prima. Io sto al n° 4255 al terzo 
uscio sulla Piazza venendo dalla via del Sole. Fatemi sapere come 
state ecc. 


Di Andrea Barbèri (1). 
Parma, 3 luglio 1830. 


Non dispiacerà certamente che per opera mia siano state traspor- 
tate dal Francese nell’Italiano Idioma alcune memorie intorno agli 
ultimi preziosi momenti della vita dell’Immortale Pontefice Pio VI. 
La riunione in Lui di tutte quelle virtù, che formano un vero eroe 
lo hanno reso caro e di perpetua ricordanza presso tutte le genti. 
Verranno pertanto alla luce le suaccennate memorie in un sol volume 
in ottavo pel prezzo di baj quaranta. Le spese di porto saranno a 
carico delli Signori Associati, se pure non indicheranno altro mezzo 
particolare onde poterle inviar loro con sicurezza. S. V. Ill.ma che è 
giusto estimatore della virtù non ricuserà lo spero di onorare col 
degnissimo suo Nome l’elenco che ho già numeroso di ragguardevoli 
Associati a questo volume. Ne attendo dalla sua bontà un riscontro ecc. 


Di Antonietta Tommasini (2). 
[Agosto 1830] (3). 


Rispondo alla vostra 13 giugno (4). Tanto più presto vi avrei 
scritto se non fossi stata rattenuta dal pensiero di mettervi voi stesso 


(1) Di Andrea Barbèri ho potuto solo conoscere che fu nel 1857 
segretario dell’Accademia Tiberina a Roma e che serisse: nel 1858 
un Epilogo delle prose recitate in Accademia tiberina nel 1857; L'Uomo, 
riflessioni filosofico-religiose, Roma, Chiassi, 1864; e La religione cat- 
tolica e il principato: ragionamento accademico, Roma. Mugnoz, 1869. 

(2) Antonietta Tommasini di Parma (1780-1839), donna d'ingegno 
e colta, lasciò varî scritti, tra cui l’ensieri di argomento morale e lette- 
rario, Bologna, 1829, tip. di Enritio Dall'Olmo; Intorno all'educazione 
domestica. Considerazioni, Milano presso A. F. Stella e figli, 1835; 
I ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serrenti, Parma, F. Carmignani, 
1838. Per estese notizie bioerafiche efr.: FE. BoGnEN, Antonietta 
Tommasini in La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi, 
cit., pp. 223-267; G. B. CLERICI, Dalle carte Tommasini in Archivio 
Storico per le prorincie Parmensi, nuova serie, 121. 

(3) Senza data, ma il hollo postale è: Bologna, 26 agosto 1330. 

(4) Manca nell'Epistolario leopardiano, 


160 M. ZEZON 


nella mia necessità di scrivere; conoscendo pur troppo che ogni pic- 
cola occupazione vi porta dolore. Se oggi vi scrivo è perchè Giordani 
in una sua mì assicura che qualche poco avete migliorato di salute 
da che siete a F)renze. Il Cielo mi conceda di sapervi ristabilito per- 
fettamente, che è il voto fervidissimo dell'animo mio. Avrete rice- 
vuto il libretto che contiene que’ miei pensieri (1). Egli non avrebbe 
mai veduto la luce se non fossi stata confortata e se non nii si fosse 
offerta l'occasione di dedicarlo alle mie amiche Bolognesi (2). Ora 
sono apparsi al pubblico giudizio il quale mi farebbe tremare se non 
sapessi di avere in voi, ottimo amico, il mio difensore. Io vivo in 
questa speranza e so di certo di non ingannarmi. Se ho mai desiderato 
di conoscervi amico vero gli è in questa occasione, ove tremo più 
che nel grande inverno. Scrivetemi subito, se il potete, due parole (3°. 
ve ne prego e tenetemi consolata in sì penosa situazione. 


Di Pietro Colletta (4). 
16 ottobre 1830. 


Prego il Sig. Ricordi a mandarmi, facendosene pagar il conto dal 
l’esibitore, il « Discorso in proposito di una orazione greca di Giorgio 


(1) Pensieri d’arqomento morale e letterario, stampati a Bologna 
nella tipografia dell'’Olmo, 1829, 

(2) Aveva voluto dedicarlo alle sue amiche di Bologna, tra le quali 
era Caterina Franceschi Ferrucci, perchè le era cara quella città che 
aveva reso onori a suo marito, aveva dato a lei occasione di conoscere 
molti uomini illustri e di avere molte prove di benevolenza. 

(3) Il Leopardi le rispose da Firenze « Il vostro libro mi piace estre- 
«mamente. Ma come (se non a voce) specificarvene le ragioni, non 
« potendo serivere ? To ne aveva già parlato caldamente al Montani. 
« Vedrete il suo parere nell'Antologia ». FE difatti il Montani pubblicò 
nel fascicolo di agosto dell’Antologia (pubblicato il 29 settembre) 
un articolo sui Pensieri d’argomento morale e letterario della Tomma- 
sini. Cfr. Ep.". cit., IT. p. 399. 

(4) Su Pietro Colletta vedi: Nixo CoRTESE, Saggio di bibliografia 
Collettiana, Bari, Laterza, 1917; Aqgiunte al « Saggio », cit., Napoli. 
Lubrano, 1921; La rita di P. Colletta: 1. La Gioventù, Roma, 1921; 
Pictro Colletta e la sua “« Storia del reame di Napoli ». Aquila, Vec- 
chioni, 1924; Lettere c scritti inediti di Pietro Colletta, Napoli, Società 
Napoletana di Storia Patria, 1927. 


LETTERE A G. LEOPARDI 161 


«Gemisto Pletone; e Volgarizzamento della medesima del conte Gia- 
“como Leopardi, Milano, Stella, 1827 » (1). 

[Negue nello stesso foglio]: 

È stato impossibile trovare il suddetto opuscolo a malgrado delle 
molte ricerche fattene: epperò volendo il Conte Leopardi, dovrebbe 
egli stesso, avvisare il mezzo per farlo venir di Milano (2), giacchè il 
General Colletta non può pensarvi aggravato da infermità: Emilio 
Imbriani che per mia commissione scrive, ha l'onore di presentargli 
i suol rispetti. 


Di Carlo Pepoli (3). 
[Senza data 1830?] (4). 


Dopo averti fatto aspettare tanto tempo la cartuccia (5) che mi 
mandasti, io te la rendo poco nera, e propriamente è questa una delle 
volte in cui il candore mi dispiace grandemente. 


(1) Il Colletta attendeva alle « Ricerche sullo stile delle traduzioni » 
ed alla revisione della traduzione del l. IV degli Annali di Tacito. 
Cfr. Nixo CORTFSE, Saggio ece., cit., p. 19 e Pietro Colletta e la sua 
‘ Storia del Reame di Napoli », cit., p. 171. 

(2) Il Leopardi con lettera del 23 ottobre 1830 chiedeva al padre 
di fargliene spedire, dal fratello Pietruccio, una copia sotto fascia, 
a posta corrente; efr. Ep.?, cit., II, p. 401. 

(3) Carlo Pepoli di Bologna (1796-1881) vice-presidente dell’Acca- 
demia dei Felsinei; membro del Governo provvisorio nel 1831; con- 
dannato dal Papa all'esilio fu in Isvizzera, in Francia, in Inghilterra 
fino al 1847. Dopo il 1848-49 fu deputato a Roma, e dopo d'essere 
stato a Londra fino al 1859 tornò in patria e fu deputato e senatore 
del Regno. Poeta classicheggiante, lasciò varî scritti in versi tra cui 
ì1 Puritani pel Bellini, e l’Fremo, poemetto in tre canti che dedicò 
al Leopardi nel 1828. Cfr. Guipo Mazzoni, L'Oftocento, cit., pp. 464, 
546-7 e la nota bibliografica, ivi, p. 1367. E noto che il ]eopardi 
gli dedicò nel 1826 l'Epistola che fu recitata dal poeta stesso il 
27 marzo in un’adunanza all'Accademia dei PFelsinei, Cfr. Ep.?, II, 
Pp. 115, 119. 

(4) Senza data, ma certamente del 1830 poichè sia dall'Epistolario 
leopardiano che dalle lettere del Pepoli pubblicate nel volume degli 
Seritti vari inediti di G. Leopardi, ece. si rileva che dal luglio al set- 
tembre di quell’anno il Pepoli s'era interessato di procurare sotto- 
scrizioni per la stampa dei Canti del Leopardi. Cfr. £p.?, cit., IL, 
P. 393 e Scritti vari inediti, cit., pp. 4465-47. 

(5) Il Manifesto dove si dovevano notare le sottoscrizioni per la 


11 — Giornale storico — Suppl. n° 2 8. 


162 M. ZEZON 


Abbiti a scusa il mio buon volere e la meschinità della mia Bologna 
resa ormai stupida a tutto che non sia mortadella. Al Giordani ho 
scritto il modo a tenersi per mandarmi i libretti che io stesso dispen- 
. 8erò ai soci, da cui trarrò il debito pagamento nel nome tuo, facendoti 
avere il danaro (1) tosto e senza spesa. Dammi tue nuove ecc. 


Di Guglielmo Piatti e Giuseppe Aiazzi (2). 
Firenze, 15 gennaio 1831. 


Io sottoscritto ho ricevuto dal Sig. Pietro Vieusseux numeri qua- 
ranta manifesti al « Canti » del Sig. Conte Giacomo Leopardi conte- 
nenti in tutto circa cinquecento ottantacinque firme di Associati ai 
medesimi, ed in fede. 


stampa dei Canti, di cui il Leopardi stesso s’era fatto editore; efr. la 
lettera alla sorella Paolina del 31 luglio 1830 in Ep.?, II, p. 393. 

(1) Il 6 agosto 1830 il Leopardi gli aveva scritto da Firenze « ...La- 
«ceonicamente; ho un bisogno grandissimo di danari, se voglio star 
«fuori di casa ». Cfr. Ep.”?, cit., II, p. 393. 

(2) Per quanto breve, questa letterina, ha importanza per ciò 
che riguarda l’edizione fiorentina del 1831 dei Canti del Leopardi. 
Nel novembre 1830 il Colletta aveva concluso col libraio Guglielmo 
Piatti la stampa dei Canti e ne aveva dato notizia al Vieusseux il 29 
di quel mese: « Ho visto il Sig. Piatti, ed ho accomodate le cose del 
« Leopardi e spero bene » e gli diceva di portargli tutti i manifesti 
e le soserizioni e passare il manoscritto al Piatti. Cfr.: SERBAN,. Lettres 
inedites relatives a Giacomo Leopardi, Paris, Honoré Champion éditeur, 
1913, p. 5 ed £p.”, cit., II, p. 405, nota; se non che quella sera stessa 
aveva veduto il Leopardi i) quale s'era mostrato poco fiducioso delle 
promesse del Piatti, perciò il giorno seguente il Colletta scrisse di 
nuovo al Vieusseux dicendogli che aveva sciolto qualunque impegno 
col libraio, e che avesse voluto vedere il Leopardi e stabilire con lui 
come trattare con altri librai. Cfr. SERBAN, Op. cit., p. 5. Ed il Vieusseux 
dovette convincere il Leopardi ad affidare l'edizione al Piatti. « Ho 
«venduto il ms. de’ miei versi », il Leopardi scrisse al padre il 23 di. 
cembre 1830, « con 700 associazioni, per 80 zecchini: nello stato attuale 
«sì problematico del commercio, non è stato possibile ottenere di 
« più ». Cfr. Ep.?, cit., II, p. 405. Il Colletta, però, aveva scritto al 
Vieusseux il 29 novembre « 11 Leopardi ritirerà zeechini 108; il resto 
«sarà del libraio »; efr. lett. cit. Pochi giorni dopo, il Piatti scrisse 
al Leopardi il biglietto che abbiamo qui riportato, cominciando l'edi- 
zione che fu terminata nell'agosto del 1831; cfr. la lettera del Gior- 
dani al Vieusseux del 20 agosto 1831 in SERBAN, Op. cit., p. 9. 


LETTERE A G. LEOPARDI 163 


Di Antonietta Tommasini (1). 
[Marzo 1831] (2). 


Ditemi qual è il cognome di D. Sebastiano ch’è amico di vostra 
sorella. Chiamasi Sanchini o altrimenti? Desideriamo tutti buone 
notizie della vostra salute. Non ci defraudate di questo piacere, ch’è 
un bisogno del nostro cuore ecc. 


P. S. Ho ricevuto una vostra cara lettera alla quale risponderò 
quanto prima. | 


Di Giuseppe Morici (3). 
[16 marzo 183] ?] (4). 
Perchè educato in di Lei casa ardisco implorare il suo valevole patro- 
cinio, che spero non mi verrà negato dal di Lei magnanimo cuore. Sa 
che fin dal tempo del Regno Italico trovomi impiegato nel ramo giu- 
diziario. La ristrettezza delle mie finanze ed il carico della numerosis- 
sina famiglia mi obbligano a cercarmi del pane. Nell'impianto quindi 


dell’attuale sistema ho necessità di occupare un qualche posto. Il go- 


(1) Cfr. nota n° 2 a p. 159. 

(2) Nell’Epistolario leopardiano è@la risposta anche senza data ma 
che il Piergili colloca tra le lettere del marzo 1831. Cfr. £p.?, cit., 
II, p. 411. 

(3) Giuseppe Morici era consulente legale dei Leopardi, e perciò 
spesso si recava in casa loro. Quando fu stampata la prima edizione 
dei canti all'Italia e sul Monumento di Dante, il Leopardi ne mandò 
un esemplare anche a lui e gli indirizzò pure alcune lettere che dovet- 
tero andare disperse nel 1841 alla morte del Morici perchè chi prese 
cura dell'educazione dei suoi figli tolse di casa libri o manoseritti 
che, «eeondo lui, potevano guastare loro la mente. Cfr.: Pietro 
Morici, Reminiscenze giovanili intorno a G. Leopardi in L'Ordine 
di Ancona, 20-21 giugno 1881 e ripubblicato in parte dal Traversi 
in Studi su Giazomo Leopardi con notizie e documenti sconosciuti ed 
inediti, Napoli, Detken, 1887. 

(4) Senza data, ma il bollo postale è: 22 marzo 1831 e dall'/pi- 
flolario leopardiuno risulta che dovrebbe essere del 16 marzo 1831. 
Cfr: Ep.”, cit., II, p. 414 dove nella lettera al padre del 29 marzo 1831 
serive « Vorrei che facesse dire a Morici che ho ricevuto la sua del 16, 
è lo saluto; che non ho risposto, perchè pochissimo, al solito, posso 
fcrivere, e perchè gli avvenimenti rispondono abbastanza ». 


164 M. ZEZON 


verno deve nominare un giudice per Recanati, ed il già governatore 
di questo Distretto non aspira al certo a coprire tale impiego. Mi sa- 
rebbe quindi di vera soddisfazione, ed insieme del mio interesse se 
potessi giungere a riportarne la nomina. Ella può procurarmela col 
mezzo di qualche suo amico di Bologna, ed io La supplico perciò 
caldamente a volersi interessare in mio favore, incoraggiato trovan- 
domi anche dal di Lei Signor Padre. Ove ciò non potesse riuscire 
mi adatterei anche ad assumere la qualifica di Cancelliere. Non mì 
muove l'ambizione, ma il solo bisogno. Oso dire di essere fornito di 
sufficienti cognizioni per l’uno o l’altro Impiego, apprese anche dalla 
pratica nell’esercizio di venti anni. Mi dia adunque questo tratto ulte- 
riore di benevolenza, e sia certa che come ogni bene lo reputo dalla 
Famiglia Leopardi, così non cesserò mai di mostrarmi ad essa grato, ecc. 


‘ 


Di Antonio Gherardini (1). 


1. 
2 maggio 1831. 
Ero nella lusinga di poterle rimettere le notizie richieste pei Satirici 
Toscani moderni nella passata settimana ma diversi affari venuti ad 
occuparmi tutti in un momento mi hanno tolto il tempo per terminare 
le osservazioni benchè brevi e semplici che io stava scrivendo, e mi 
hanno vietato per conseguenza di sodisfare al mio debito con quella 
sollecitudine che avrei voluto: Ora son certo di aver tutto in pronto 
per domani l’altro al più lungo e le prometto di farle avere non più 
tardi il foglio relativo, ma frattanto premendomi di discaricarmì 
presso di Lei dell’involontario ritardo, e di togliere dalla sua mente 
l’idea che io non voglia prestarmi a servirla le anticipo questa notizia 
e mi reco ad onore questa mia ecc. 


(1) Antonio Gherardini, avvocato, credo sia quello stesso che ebbe 
insieme col conte Giovanni Lovatelli, e Giovanni Montanari l'inca- 
rico di formare una sezione della Giovane Italia in Ravenna, e che 
ascritto alla Carboneria fu mandato in esilio in Trancia donde tornò 
in patria nel 1830, di cui parla il CAasiNI in una nota alle Memorie 
di un Vecchio Carbonaro ravegnano di TRIMO UccELHINI, Roma. 
1898, p. 205. 


LETTERE A Q. LEUPARDI 165 


Dello stesso. 


2. 
17 maggio 1831. 

Sono dolente di trovarmi in posizione di dovere per una seconda 
volta chiederle scusa del ritardo delle promesse notizie sui Satirici 
Toscani moderni, ma ho per altro la sodisfazione di annunziarle che 
le notizie medesime sono già scritte, in quel miglior modo che per 
me potevasi, e sono nelle mani del copista, il quale ha già l’ordine di 
riporle nelle di lei mani appena messe a polito lo che sarà prima di 
domenica prossima, ecc. 


Dello stesso. 
3. 
23 maggio 1831. 

Eccole le notizie richieste sopra i nostri Satirici Toscani da cin- 
quant’anni in qua: io gliele rimetto insieme con alcune osservazioni 
gettate alla peggio senza pretensione e senza studio aftinchè Ella ne 
faccia quel conto che stimerà poter meritare. Avrei potuto aggiun- 
gere ai Satirici di un ordine distinto da me mentovati qualche altro 
scrittore in quel medesimo genere di Poesia, di minor valore certa- 
mente, ma pure degno di onorevole menzione, perchè nella nostra 
Toscana vi sono pur pochi che hanno seritto assai bene, ma i loro 
nomi sono restati nell'oscurità perchè paghi di plauso degli amici 
non hanno rese le loro produzioni di pubblica ragione con le stampe. 
Pure accennerò a Lei uno di tali scrittori da me trascurato nelle 
notizie: appunto perchè affatto sconosciuto fuori del suo Paese e 
questi è il Pievano Landi (1) nato nel Casentino, provincia fertilissima 
di bizzarri ingegni. Egli mancato di vita circa quarant'anni fa fu 
uomo dottissimo, scrittore facile ed elegante, e di animo tanto vivace 
è per natura talmente atto alla fatica da essersi reso temibile a tutti 
coloro che lo ebbero avverso. Scrisse molti sonetti lepidissimi e pieni 


n... 


(1) Forse Antonio Landi di Livorno, nato tra il 1720-30 morto 
nel 1783; abate, studiò teologia a Pisa, compose un drammi che 
presentò al Metastasio. Scrisse in francese una Histoire de la litte- 
tature d’Italie, tiree de celle de Tiraboschi et abrégee par Antoine Landi, 
Berne, 1784, in 5 vol. Lasciò molti nmiamoseritti. 


166 M. ZEZON 


di sale mordace che egli medesimo voltò in idioma latino con tanta 
purezza di lingua e di stile da rammentarci il buon secolo delle Lettere 
Latine: scrisse anche un Poemetto intitolato la Boschei ‘e contro 
un certo Pievano Boschi (1) suo nemico che ne ebbe a morir di dolore, 
se non che questa operetta non fu terminata per divieto del Vescovo 
che volle por fine allo scandalo ma le opere tutte del Landi circolano 
manoscritte per la Provincia del (‘asentino, e mai furono stampate. 
Del resto accetti questo mio foglio come un attestato dell'alta stima 
che le professo e come un segno dell’impegno che porterei di buon 
animo a servirla ecc. 

P. S. Se volesse qualche saggio dei Sonetti del Landi potrei pro- 
curarglielo. 


Di Giovanni Galvani (2). 


Modena, 18 giugno 1831. 


Ricavo dalla data dell'umanissima di lei del 26 p. p. (3) essere io 
stato pur troppo tempo a risponderle oltre ogni mio debito e desiderio. 
Ma di ciò la prego a volerne incolpare l’aver dovuto trattenermi in 
villa sino a questi ultimi dì, per cui non ebbi la di lei lettera che 
l’altro ieri. Scusatomi così, siccome eredo, presso V. S. della triste 
nota di negligente verrò a quanto ella mi dice intorno al raccogliere 
lettere autografe. 

Egli è ben vero che durante la mia dimora in Bologna (4) nella 


(1) Forse Giulio Boschi di Perugia, arcivescovo di Ferrara, morto 
nel 1838, 

(2) Giovanni Calvani di Modena (1806-1873) fu bibliotecario del- 
l'Estense, ed ebbe uffici amministrativi e diplomatici. Studiò le 
lingue neo-latine e le classiche a Bologna col Mezzofanti e lo Schiassi 
e pubblicò nel 1829 le Osservazioni sulla poesia dei Trovatori, e due 
volumi di Lezioni Accademiche nel 1830 e 1840. Compilò anche un 
Glosstrio modenese di erudizione e filosofia. Per più estese notizie 
biografiche efr.: MasineLLI, Notizie intorno alla vita ed alle opere del 
conte G. Galrani, Modena, 1874; M. TARARRINI, Vite e ricordi di 
uomini illustri, Firenze, 1884; G., Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 302- 
303, 310. 

13) Manca nell'Epistolario leopardiano. 

(4) N Galvani era a Bologna quando il Leopardi vi sì recò nel 1825 
prima di recarsi a Milano dallo Stella, e quando vi ritornò in quello 
stesso anno per restarvi fino al novembre 1826 e poi di nuovo nel 1827. 


n ta] 


[hrc — -— 


LETTERE A G. LEOPARDI 167 


quale ebbi il vantaggio di ammirare la di lei moltissima dottrina, io 
teneva per dono prezioso il dono di una lettera scritta di mano di 
persona in fama di lettere o di arti: ima io allora, e pur dopo sempre, 
raccoglieva il mele per altri, pensava cioè al modo di trovarne, e mi 
rallegrava trovatele, figurandomi l’allegrezza che ne avrebbe sentita, 
quando gliele avessi donate, mio cugino il conte Mario Valdrighi (1) 
(che io credo sia alcun poco conosciuto da V. S.) il quale oltre all’esser 
fornito di molta patria letteratura ha poi un amore veramente singo- 
lare a formarsi una serie, il più possibilmente copiosa, di questi 
autografi. 

Ecco dunque che ora solo trovo dispiacermi la mia liberalità, e ne 
vorrei essere stato buon massaio per poterne servir subito, col di lei 
mezzo, la Dama (2) di costì, la quale se mostra desiderosa, ma in 
verità, signor Conte, che io non ne ho alcuna, avendole tutte cedute 
di mano in mano al Valdrighi, o se pur una me n'era rimasa essen- 
dozela altri già presa. Nulla meno per servirla nel modo solo che mi 
rimaneva ho qui parlato ai due che sono ora in città, i quali fanno 
raccolte consimili, per avere la nota delle lor lettere duplicate, e delle 
quali si priverebbero a fronte di cambi da scegliersi sull'altra nota 
che inviasse poi a suo comodo la Dama accennata da V.S. E. l’uno 
di questi è un mio fratello minore di nome Francesco (3), che ne ha 
buon numero, e se le ha radunate in assai poco di tempo, e di lui le 
accludo la noterella così come egli stesso me l’ha portata; e il se- 
conlo è personalmente il Valdrighi, il quale dietro mio invito s'è 
consigliato d’intendersela direttamente per lettera con V. S. 

Povero com’or sono d’ogni bella virtù, le riesce anche prvera e 
dappoco la servitù mia, mentre io avrei anzi voluta mostrarla da 


qualche cosa, ecc. 


(1) Su Mario Valdrighi vedi le nota 3 a p. 169. 

(2) La Fanny Targioni Tozzetti che già possedeva nna ricca colle- 
zione di autografi ed aveva pregato il Leopardi di volergliene procu- 
rare altri ed il Poeta se n'era interessato con sollecitu-line serivendo 
prima alla sorella Paolina il 24 maggio 1831 per farsi mandare il 
sto « protocollo di lettere letterarie ». Cfr. £p.7. HE, p. 420 e poi a vari 
suoi amici come risulta dall'Zpistolerio e dalle lettere qui pubblicate 
tra cui è questa del Galvani. 

(3) Vedi la nota 1a p. 168. 


168. 3 M. ZEZON 


Di Francesco Galvani (1). 
[Giugno 1831?] (2). 
Ho sentito da mio fratello il piacer suo, e mi affretto a compirlo 
mettendole in mostra una nota di duplicati che e per Lei, e per la 
signora sua non esiterei a cambiare, chiamandomi contento a tutto. 
La mia raccolta sarà di un quattro mila all’incirca e mi torna impos- 


(1) Francesco Galvani, modenese, fratello di Giovanni e Cesare. 
Fu il direttore proprietario del giornale L’amico della gioventù, che 
si pubblicò la prima volta a Modena nel 1833, ma non avendo avuto 
favorevole diffusione del giornale, nel 1836, pensò di riformarlo di- 
chiarando che esso avrebbe rinunziato alla politica sino allera seguita 
per dedicarsi esclusivamente alle lettere ed alla erudizione. e stabi- 
liva che dal 28 febbraio 1837 il titolo sarebbe stato: L'amico dela 
gioventù, giornale di amena leiteratura. Se non che anche rotto questo 
titolo il giornale non ebbe fortuna ed il 9 marzo 1838 il Galvani seri- 
veva al Vieusseux che, col numero di gennaio, che si pubblicava allora, 
l'avrebbe intitolato semplicemente Giornale letterario-scientifico perchè 
potesse meglio servire al perfezionamento sociale ed ai progressi 
delle scienze e delle lettere. Cfr. Carteggio inedito di N. Tommaseo 
e G. Capponi per cura di IsipoRo DEL Lunco e PaoLo PRUXNAs, 
Bologna, Zanichelli, vol. II, p. 141 in nota. Ma fu ancora avver. 
sato dalla Voce della Verità ed egli se ne dolse col Vieusseux spe- 
rando, invano, migliore fortuna trasferendosi a Bologna da dove il 
7 marzo 1839 gli scriveva che la guerra mossagli da Modena pel suo 
giornale era «turpe, vandalica e tale da non credersi fatta nel se- 
«colo NIX ». Cfr. Carteggio, cit. ivi. Il 19 settembre di quello stesso 
anno il Tommaseo scriveva di lui al Vieusseux «... L'uomo di Mo- 
«dena m'aspettava col giornale alla mano. F mi lesse de’ versi suoi, 
«tersi molto, e volle il mio parere, l’accettò come arcade avvezzo 
«alle lodi pure; e mi chiese di potere scrivere tra i suo: collaboratori 
«il mio nome accanto al Giordani ed al Marchetti. Parlammo del 
«suo censore, antico direttore di polizia, che faceva essendo in cam- 
« pagna, rivedere il giornale al suo portinaio: parlammo di quei della 
« Voce che alle ultime prove di stampa del suo giornale, aggiunge 
«vano, lui Jontano, note. dic’egli. contraddicenti al testo. Egli parlò 
« riservato, amaro, avveduto, freddamente cortese; io schietto, attet- 
«tuoso e coglione. Uomo che si fa di ventitrè anni, maritato da cinque, 
« galante ingegno, ambiguo: da non voltar faceia che ‘dans les grandes 
«occasions...’ ». Cfr. Carteggio, cit., p. 141. Per lannunzio biblio- 
grafico del giornale e dei suoi fini efr. il Progresso, anno VII, pp. 319-20. 

(2) Senza data, ma certo del giugno 1831 perchè deve essere con- 
temporanea a quella di G. Galvani precedentemente riportata. 


LETTERE A G. LEOPARDI 169 


sibile, non avendo un catalogo, il darle la cosa perfetta, le dirò solo 
quanto mi verrà a mente, che se Ella vorrà porvi ulteriori parole in 
allora potrò aggiungere qualche cosa 

[segue un lungo elenco di autografi] 
e me ne scriva in proposito quanto più presto Ella può, perchè due 
miei amicissimi B. Gamba (1), Mons. Muzzarelli (2) mi stanno anch'essi 
alle spalle. . 


Di Mario Valdrighi (3). 
Modena, 21 giugno 1831. 


Mio cugino Giovanni Galvani (4) mi ha comunicato l’istanza ch'Ella 
gli ha fatto intorno a lettere autografe, per crescere la raccolta di una 
rispettabilissima Signora di costì (5), e mi ha detto di averle già scritto 
prevenendola ch’io le avrei mandata la nota di quelle che mi trovassi 
aver disponibili. Mi sono perciò dato subito a scorrere quel poco che 
ho, bramosissimo di secondare la premura di Galvani, e quella della 
V. S. non meno rammentando con piacere di averla conosciuta in 
Bologna, trovandomi col ridetto mio cugino in casa Brighenti. Le 
trasmetto pertanto una povera nota di poverissime cose: e mi terrò 
ben fortunato se alcuna ve ne sia che possa contentare l’egregia racco- 
glitrice. Ella non avrà che ad indicarmi i nomi desiderati, e se in 
questo sarà sollecito, spero che non mi mancherà poi pronto mezzo 
per mandarle il piego. Al quale effetto sarà bene che la S. V. si com- 


(1) Bartolomeo  Ganiba di Bassano (1766-1841) bibliografo ed 
editore pubblicò a Milano alenne sue Operette nel 1827. Per più estese 
notizie cfr.: I. CAFFI, Della vita e delle opere di B. Gamba, Venezia, 
1841; A. PEZZANA, LIlecune notizie intorno a B. Gamba; D. MULLER, 
Biografie, Torino, 1853, pp. 143-154; alcune sue lettere sono in Lettere 
inedite d'illustri scrittori a PF. Scolari, Pisa, 1879; A. FIAMMAZZO, 
Tra bibliografi, Bergamo, 1901, pp. 3 seg.; pp. 28 seg. 

(2) Su Carlo Emanuele Muzzarelli cfr. la nota 4 a p. 188. 

(3) Mario Valdrighi di Modena (1797-1857) fu vice-b'bliotecario 
della Estense, membro della R. Censura pei libri, vice-segretario 
dell’Accademia di scienze lettere ed arti di Modena, socio di varie 
Accademie; godette l'amicizia di illustri letterati come lo Schiassi, 
il Manuzzi ed altri. Scrisse epigrafi e si dedicò soprattutto agli studi 
storici. Il suo carteggio è nell'Archivio di Stato di Modena. 

(4) Cfr. la nota 2 a p. 166. 

(5) Cfr. la nota 2 a p. 167. 


170 M. ZEZON 


piaccia d’indicarmi il luogo di suo recapito per facilitarne la consegna. 
Mi spiace di non poter disporre di lettere veramente interessanti per 
la materia, mentre allora l’offerta sarebbe stata più degna: ma ad 
ogni modo ne andrò lietissimo se almeno il buon volere benchè im- 
potente incontrerà gradimento, ecc. 

[segue un lungo elenco di autografi] 


Di Giacomo Mosconi (1). 


Verona, 22 giugno 1831. 

La commissione onde le piacque di onorarmi mi fu carissima perchè 
mi assicurò che Ella non mi ha dimenticato, ed io non avrei voluto 
risponderle senza avere di che attestarle col fatto la mia riconoscenza, 
ma le mie speranze sono andate a vuoto. Qui in Verona vi sono di 
molti studiosi di raccogliere scritture autografe d’uomini insigni, € 
per tal cagione ben tosto avvisai che non mi sarebbe venuto fatto 
di poterla sì di leggieri servire. Laonde dopo le mie inutili ricerche 
avea posta ogni mia fidanza in un nostro abate veronese mio amico, 
il quale eredo essere il solo, che aiutare mi possa a compiacerla: ma 
questi è assente da Verona sino dal passato maggio, ed a quanto né 
pare non vi ritornerà sì presto. Eccole il motivo per lo quale ho «ino 
ad ora ritardato a risponderle, ed esso spero varrà a farmi presso lei 
scusato. 

Nella prossima settimana io andrò a Recoaro ove dimorerò da 
circa un mese, frattanto al suo ritorno l’amico mio, ch'è già informato 
di quanto ella desidera, darà opera a fine di vedere se rinvenir sì 
possano le scritture autografe, che vorrebbe codesta gentilissima 
donna (2), ed io non maneherò di renderla avvertita del risultato delle 
nuove ricerche. Ella non mi fa motto dello stato di sua salute, ma 
voglio sperare che si avrà riavuto da que’ mali onde era molestato 
nel passato autunno. Si ricordi ch'io nutro speranza di rivederla tra 
non molto ne’ nostri paesi com’ella ebbe a promettermi. 

Ov'ella vedesse la Marchesa Carlotta Lenzoni (3) mi obbligherà 


sommamente riverendola per me. Mi dia de’ nuovi comandi ece. 


(1) Su Giacomo Mosconi non sono riuscita a trovare alcuna notizia. 

(2) Cfr. la nota 2 a p. 167. 

(3) Carlotta de’ Medici-Lenzoni (1786-1859) protettrice delle let- 
tere, dei letterati, delle arti e degli artisti. Il Leopardi la conobbe 


LETTERE A Q. LEOPARDI 171 


Di Giampietro Vieusseux (1). 


[Settembre 1831] (2). 
In tutto Firenze non si trova una copia delle Operette Morali. Il 
Battelli (3) non ne ha più. Mi rincresce di non avervi potuto servire. 
Eccovi il volume del Manno (4). 


durante la sun dimora a Firenze dal giugno al novembre 1827. Il 
13 novembre 1827 il Giordani gli scrisse da Pisa pregandolo di dire 
al Rosini che fece la sua commissione con la signora Lenzoni, cfr. Fp.7, 
III, 159, e nel novembre 1828 il Leopardi raccomandò un figlio di 
lei al Pepoli, cfr. £p.?, II, 337. Nel luglio 1831, quando essa andò 
a Parigi, la presentò per lettera al De Sinner, cfr. Ivi, II, 426. Nella 
sua casa convenivano con assiduità letterati ed artisti ed anche il 
Leopardi dovè frequentare quella «brava e gentile conversazione » 
poich< ne fa accenno nella sua lettera alla Lenzoni del 29 ottobre 1831; 
cfr. Ep.”, IL, 601. Nel volume degli Scritti rari inediti di G. Leopardi, 
ed. cit., sono tre lettere della Lenzoni al Leopardi, con una delle 
quali, del 19 marzo 1835. gli presentò il Gargallo che si recava da 
Firenze a Napoli, efr. lvi, p. 469. Sulla Lenzoni e la sua amicizia 
col Leopardi vedi: M. TaPARRINI, Vite e ricordi di Italiani illustri 
del sec. XIN, Virenze, Barbèra, 1884, pp. 59-63; G. Pocci, Una 
lettera inedita di G. Leopardi e il salotto fiorentino di Carlotta Lenzoni 
nata Medici, iu Rivista d’Italia, novembre 1902, pp. 806-813; G. BIAGI, 
Politica e bel mondo in Vita italiana nel Risorgimento (1815-31), vol. I, 
pp. 217-21; G. Cniarini, Vita di G. Leopardi, Firenze, Barbèra, 
1924, pp. 351 seg. 

(1) Su Giampietro Vieussenyx di Oneglia (1779-1863) efr.: N. Tow- 
MASEO, Di G. P. Vicussevr e dell'andamento della civiltà italiana in 
un quarto di secolo, Firenze, 1864. Sull'Antologia cfr. C. FACCHINI, 
La scuola letteraria bolognese e V Antologia. Bologna, 1887; G. Rox- 
DONI, l'omini e cose del Risorgimento nazionale nel carteggio di G. P. 
Vieusseur, in Archivio storico italiano, 1898, XNXII; P. PRUNAS, 
L’Antologia di G. P. Vieusserr. Roma-Milano, 1906; V. Clan, Za 
prima rivista italiana, in Nuova Antologia, 1° agosto 1906; R. RENIER, 
La vecchia Antologia, in Fanfulla della Pomenica, Roma, 19 agosto 1906; 
A. Luzio, L'Antologia del Vieussewr, in Studi e bozzetti di storia lette- 
raria e politica, Milano, 1910, I, pp. 273 seg.; R. BoRGHINI, La lette- 
ratura tedesca e Vl Antologia di G. P. Vieusseur, im Iivista delle biblio- 
teche e degli archivi, Firenze, 1910-12; Saxpro pi Beto, Vecchi 
ricordi toscani, in La Nazione, l'irenze, 22 gennaio 1911. Per le sue 
relazioni col Leopardi vedi: il carteggio in Epistolario leopardiano, 


(Fedi note 2,3 e4a pag. seg. 


172 M. ZEZON 


Di Giacomo Mosconi (1). 
Verona, 5 ottobre 1831. 


Non ho lasciato di fare le più scrupolose ricerche a fine di servirla, 
ma or debbo mio malgrado significarle, che tutte sono andate a vuoto. 


ed. cit., vol. III, pp. 283, 331 e la nota ivi apposta dal Piergili, pa- 
gine 331-34; le lettere pubblicate nel volume Scritti vari inediti di 
G. Leopardi, cit., pp. 478-490; c SERBAN, Lettres inédiles relatives à 
Giacomo Leopardi, cit., pp. 1-243. 

(2) Senza data, ma quasi certamente del settembre 1831 giacchè 
in una lettera del 1° settembre di quell’anno il Vieusseux gli aveva 
scritto: « Da tre anni a questa parte tengo un’opera della quale non 
«ho mai fatto render conto perchè mi sembrava che voi solo fra’ 
«miei amici avreste avuto autorità per prenderla ad esame. Già ve 
«ne parlai. Ora ve la mando. Desidero grandemente che possiate 
«occuparvene. È questa l'opera del Cav. Manno intitolata de’ Vizi 
« de’ letterati ». Cfr. Scritti vari inediti ecc., cit., p. 479, ed il 18 ottobre 
«... Vi raccomando il Manxo, Vizi de’ letterati. Caro amico, cresce 
«sempre più in me il desiderio di un vostro articolo su quel libro ». 
Ivi, p. 482. i 

(3) Vincenzo Pattelli (1786-1858) editore fiorentino. Ebbe dap- 
pruna una stamperia in Milano in società con Ranieri Faufani, poi 
recatosi a Firenze vj fondò, in via Sant'Egidio, uno stabilimento 
tipografico che divenne presto finrente per numerose ed importanti 
edizioni. A lui il Guerrazzi il 12 ottobre 1827 propose la stampa della 
Battaglia di Benevento, esortandolo a dedicarsi alla pubblicazione 
di romanzi. Cfr.: R'osoLINO GUASTALLA, La vita e le opere di F. D. Guer- 
razzi: 1504-1835, Rocca S. Casciano, L. Cappello, 1903, vol. 1, p. 135. 
Per più estese notizie vedi: Piro BARLÈRA, Ricordì biografici di 
Vine. Pattelli, Firenze, 1872. 

(4) De vizi de letterati. Cfr. la nota n° 2. Giuseppe Manno di Al- 
chero (Sardegna) (1786-1867), uomo politico e letterato stabilitosi 
a Torino nel ISI7 vi ebbe successivamente le cariche di Segretario 
cenerale del Ministero per la Sardegna e poi per l’Interno, fu Presi- 
dente di Corte d'Appello di Nizza e Vice-presidente della Camera 
Vitalizia tra il 1849-1855 e nel 1864; efr.: FEDERICO ScLOPIS, Notizie 
della cita e degli scritti del Barone G. Manno, Torino, 1868; SALVA- 
tore Martvo, Giuseppe Manno, Palermo, 1868; O. ManxO, Prete 
motizie di G. Manno, Milano, 1884; M. TABARRINI, Vite e ricordi, 
Firenze, 1884. pp. 115 e seg.; G. MAZzonI, L'Ottocento, cit., pp. 488-89 
e la nota bibliografica in fine al volume. 


(1) Vedi nota 1 a p. 170. 


LETTERE A G. LEOPARDI 173 


Qui in Verona vi sono tante persone studiose di raccogliere gli auto- 
grafi de’ celebri autori, e specialmente de’ nostri, che hanno spigo- 
lato quanto si potea trovare d’essi, e ne sono poi sì gelosi, e direi 
avari, che piuttosto potrebbesi loro carpire oro che una riga del Maffei, 
del Torelli, o di qualunque altro. Ciò nondimeno, quando nol si pensa 
accade talvolta d’ottenere ciò che le preghiere non poterono, ed io 
per tal ragione non ho ancora deposta la speranza di mandarle un 
giorno o l’altro ciò che codesta sua Signora desidera. Frattanto si 
persuada ella signor Conte, che le sue commissioni mi stanno a cuore, 
e che se il desiderio bastasse io l'avrei già da gran tempo servita. 

Bramerei sapere della sua sanità, e vorrei pure che il prossimo 
inverno noi potessimo averla tra noi, com’ebbe a lasciarmi sperare. 
Non ho ancora veduto pubblicata quella raccolta di sue poesie, che 
mi ricordo lo scorso anno ella si proponeva di fare, spero che ella 
non vorrà defraudarne la letteratura italiana (1). 

Se la signora Carlotta Lenzoni (2) è costà mi farà cosa grata ricor- 
darle la mia profonda stima. Non mi risparmi ecc. 


Di Carlo Antici (3). 
| 9 ottobre 1831. 


Dalla vostra dei 30 settembre (4), che ricevetti soltanto la mattina 
dei 6 corrente, appresi il vostro arrivo in Roma (5). Mi dolse assai il 


e ___—__ 


(1) L’edizione dei Canti che il Ieopardi voleva egli stesso curare 
nel 1830 e che vide invece la luce nel 1831 pei tipi del Piatti. Cfr. qui 
le note 5 a p. 161 e 2 a p. 162. 

(2) Cfr. la nota 3 a p. 170. 

(3) Carlo Antici di Recanati ‘/1772-1849) dopo aver studiato il 
tedesco, il francese e l’inglese nel Reale Collegio di Monaco di Ba- 
viera, tornò in Recanati ove strinse amicizia con Monaldo Leopardi 
che sposò la sorella Adelaide nel 1797. Con Monaldo Leopardi prese 
parte alla vita politica di Recanati nel 1831. Collaborò al Giornale 
ecclesiastico di Roma, sorto nel 1825, agli Ammnali delle scienze reli- 
giose, venuti in luce nel 1835, ed alla Voce della Rugione sorta nel 1832. 
Ci restano di lu varie Prose ecademiche, cd una Biografia di Fede- 
tico Hurter, Roma, tip. delle Belle Arti, 1836. Per le notizie biogra- 
fiche vedi: le necrologie pubblicate nei giornali romani Il vero amico 
del popolo del 5 dicembre 1854: L’Album di Poma, n° 45; Il giornale 
di Roma, 21 dicembre 1854: e ANT. ANGELINI, Ritratto storico, poli- 

ui (Vedi note 4 e 5 a pag. s€9.) 


174 | M. ZEZON 


disappunto dell'Ufficio postale, immaginando il vostro rincresci- 
mento sul giungere alla posta, e non trovare il foglio che ivi atten- 
devate (1), se io potessi indovinare ove siete alloggiato, sarei già 
venuto per giustificarmi, ed abbracciarvi. Mi prevalgo dunque della 
posta per chiedervi la vostra dimora (2), e colla posta potrete indi- 
carmela. Vi saluto ecc. 


Di Raffaele Bertinelli (3). 
16 ottobre 1831. 


Avendo inteso il suo arrivo in Roma, oserei pregarla perchè le pia- 
cesse permettermi di rivederla; dico rivederla, dacchè ebbi la sorte 
di conoscerla personalmente molti anni sono in Recanati, ove mi 


tico, letterario «del Marchese Carlo Antici, Roma, tip. delle Belle Arti, 
1854. Una lettera del Leopardi all’Antici del 5 gennaio 1825, che 
manca nell’Epistolario leopardiano, fu pubblicata dal CugvnoNI in 
()pere inedite di G. Leopardi, pubblicate sugli autografi recanatesi. 
Halle, Max Niemeyer, 1878, vol. I, pp. cxv-vI. 

(4) Manca nell'Epistolario leopardiano. 

(5) Il Leopardi giunse a Roma J}a sera del 5 ottobre dopo un « noi0s0 
«e faticoso viaggio »; cfr. la lettera alla sorella Paolina del 6 ottobre 
in Ep.”, cit., II, p. 431. 


(1) Un lasciapassare pei confini per cui aveva scritto allo zio Carlo 
Antici di fargliene avere uno alle porte. Non avendolo trovato fu 
costretto ad andare in dogana a piazza di Pietro « per la solita im- 
« pertinentissima visita: la quale mi ha messo di malumore, quan- 
«tunque i doganieri fossero assai discreti; ... » Cfr. la lettera alla 
sorella Paolina del 6 ottobre 1831 in £p.?, II, p. 431. 

(2) Il Leopardi alloggiava in Via Carrozze, n° 63, 3° piano; pochi 
giorni dopo aver ricevuto la lettera dell’Antici dovettero vedersi, 
perché il 19 dello stesso mese il Leopardi seriveva alla sorella Paolina 
«Lo zio Carlo (che ho veduto, perch’egli mi ha scritto umilmente 
« per la posta) non mi ha offerto di presentarmi in nessuna società; 
«il che mi cagiona un lontano sospetto ch'egli ami di non avermi 
«seco alle conversazioni. Questo sospetto mi dispiace, perchè mì 
«obbliga a farmi presentare da’ mici amici in tutte le società da lui 
c frequentate, con rischio d'annoiarmi tutta la serata ». Cfr. Ep.’ 
ILL p. 435. 

(3) Il Piergili in una breve nota apposta a due lettere del Leopard 
al Bertinelli del 1832, dice che questi era una specie di mediatore. 
Infatti il Leopardi con la prima lettera del 16 febbraio 1832 gli seri. 


LETTERE A G. LEOPARDI 175 


condusse il desiderio d’inchinare un tanto italiano. Il sig. Raggi (1) 
che dimani parte per recarsi a compiere i suoi studi all’Università 
di Pisa, vuole ch’io la preghi a farlo degno di questa medesima sorte; 
piacciale adunque farmi sapere col mezzo del Latore del presente 
quale ora le fosse più opportuna, ch’io gliene sarò tenutissimo ecc. 


Di Mario Valdrighi (2). 


Modena, 1 novembre 1831. 


Non so cosa Ella possa aver pensato di me in causa del mio troppo 
lungo silenzio. Io non vorrò qui addurre tutte le scuse che possono 
valere a mia giustificazione: ma solo la pregherò a persuadersi che 
non mancanza di stima, o desiderio di servirla mi hanno fatto parer 
negligente, ma bensì od assenza da Modena, o più brighe, che mi 
tolsero il tempo a più geniali cose. Eccomi intanto a compiere, se 
pur sono anche in tempo, il debito mio. Ho varie volte eccitato Fran- 
cesco Galvani (3) a concorrere meco, ed egli mi ha sempre promesso 
di mandarmi a casa quanto aveva offerto, ma non ho mai avuta cosa 
alcuna, benchè anche per questa cagione io abbia anche di più di 
quello che avrei fatto ritardato a servirla. Credo che abbiasi a com- 
patire il giovinetto, che forse tiene il cuore e la mente fissi in tutt'altro, 
che lettere autografe. Ho procurato di supplire io solo ed ho prepa- 
rato un piego (da spedirsi alla prima occasione) co’ seguenti autografi: 
Albergati Capacelli Francesco, Bodoni, Cagnoli, Veronica Gambara, 


N 


———__—__—__—_——_—__m-—- 


veva per mandargli una copia della prima edizione dei Dialoghetti, 
e cinque della seconda sperando che egli potesse collocarle presso 
qualche libraio che volesse rendergli in cambio altrettante copie dei 
Canti, e nella seconda senza data, ma forse del marzo di quello stesso 
anno, gli chiedeva se aveva pronto il ricavato dalla vendita delle 
cinque copie suddette. Queste lettere che il Piergili ha riportate a 
Pp. 606-607 dell’Epistolurio”, vol. II furono dapprima pubblicate 
in un opuscolo Per nozze Angelini-Scheneider, tratte dalla raccolta 
Tautografi di Ignazio Angelini, Roma, tip. della Pace, 1879 e poi 
riprodotte dal TAORMINA nel volume Manieri e Leopardi, Sandron, 
1899, pp. 47-48. 

(1) Vedi nota la p. 180. 

(2) Vedi nota 3 a p. 19. 

(3) Francesco Galvani aveva già scritto direttamente al Leopardi. 
Cfr. la sua lettera qui pubblicata. 


176 M. ZEZON 


Guglielmini Domenico colla minuta di risposta a Bernardino Ra- 
mazzini, Lorgna, Mazza, Muratori, Paradisi, Scarpa, Stratico, Tira- 
boschi, Volta. La lettera della Gambara come le accennai è alquanto 
patita: ma benchè poco le offra, pure mi gode l'animo che non man- 
chino i nomi più desiderati del Volta, Tiraboschi, Muratori, e Scarpa. 
Usando poi della facoltà concessami le soggiungo i nomi da me scelti 
nella trasmessami nota. Sono questi Boerhaare, Gio. Targioni Toz- 
zetti, de Nantes, Peutland, Humboldt, Coulei, Malini, Sismondi. 
Filicaia, Lafayette, il presente Re di Prussia. Di questi formatone 
un piego alla mia direzione, potrà Ella consegnarlo al sig. Marchese 
Ercole Conapani Imperiali che abita alla Villa di Londra presso al 
ponte alla Cervaya che si carica di portarmelo e di trasmettermelo. Il 
mio le perverrà quanto prima: ma mi sarà grato l’avere il preciso di 
Lei indirizzo, ecc. 


Di Luigi Firrao (1). 


3 novembre 1831. 

Mi fece sentire ieri il Sig. Marchese Melchiorri (2) l'equivoco preso 
da mia madre, allorchè venne a vedere le camere il Sig. di Lei com- 
pagno. Quindi mi affretto a farle conoscere che le camere da lei vedute 
sono interamente, ed esclusivamente destinate per loro uso; che i 
letti e sofà sì potranno situare nelle due camere con i tappeti. le 
quali hanno ambedue una sortita libera, e che finalmente, se facesse 
piacere,sì potrà anche mettere il tappeto nella camera del camino. 
In fin si è anche aperta la porta nuova d’ingresso a secondo di quanto 
piaceva al Signore di sua compagnia (3). Qui dunque è tutto pronto, 
ed altro non manca se non che mi significhi in quale giorno favorisce 


onde farle preparare il pranzo all’ora che indicherà ecc. 


(1) Luigi Firrao, romano, professore di lingue classiche, e di lingua 
e letteratura italiana. Poeta arcade tiberino, membro dell'Accademia 
latina e di altre accademie d’Italia. Di suo ho potuto vedere solo 
un componimento in versi intitolato: Il camposanto di Napoli, Napoli. 
stamperia del Fibreno, 1844 su cui efr.: Il Progresso, volume I della 
nuovissima serie, 1843, p. 159. 

(2) Cfr. la nota 1 a p. 194. 

(3) Appena giunti a Roma il Leopardi ed il Ranieri erano andati 
ad abitare un quartierino in Via Carrozze, n° 63 che era stato tro- 


LETTERE A G. LEOPARDI 177 


Di Paolo Melchiorri (1). 
Roma, S. Callisto, 5 novembre 1831. 


Un fratello cugino, che non conoscete è quello che vi dirigge la 
presente. Poichè il Cielo mi ha conceduto il bene di avere un fratello 
di cui ambisco far conoscenza, vi prego in nome de’ vincoli che ci 
strinzono, volermi contentare, e significarmi per lettera la vostra 
abitazione e l’ora in cui possa venire ad abbracciarvi (2). Amo vostro 
Padre mio amatissimo zio per non desiderare il momento di vedervi ecc.. 


Di Antonietta Tommasini (3). 
[5 novembre 1831] (4). 


Ho sentito con sommo piacere che vi siete recato a Roma la qual 
cosa mì prova che voi siete in uno stato di salute discretamente buono. 
Vi sarà consolazione il trovarvi in mezzo a tanti monumenti della 
nostra antica grandezza. Quali memorie! quali desiderii! ma non 


vorrei che questa lontananza mi privasse più lungamente delle vostre 


vato per loro da Margherita d'Altemps. Le stanze che essi occupa- 
vano facevano parte dell’intero appartamento al 3° piano che aveva 
anche una uscita in Via Condotti, 81, ed era tenuto in fitto da un 
certo Luigi Corradi che aveva tenuto per sè la parte dell’appartamento 
che dava in Via Condotti. Cfr.: E. CELANO, Il Leopardi a Roma, in 
4A G. Leopardi il Comitato nazionale universitario. Numero unico, 
29 giugno 1889. Se non che la lettera dell'11 novembre 1831 alla 
sorella Paolina ha l’indirizzo di Via Condotti. n° 81. Evidentemente 
il Leopardi ed il Ranieri erano passati ad abitare il lato dell'appar- 
tamento occupato dal Corradi giacchè erano scontenti dell'altro; 
cfr. la lettera alla sorella Paolina del 19 ottobre 1831 in £p.7, Il, 
P. 435; ed a tale cambiamento si riferisce di sicuro la lettera del Firrao 
qui riportata. 

(1) Paolo Melchiorri era figlio di Ferdinanda Leopardi sorella del 
‘onte Monaldo. Il suo vero nome era Camillo, e facendosi monaco 
henedettino lo cambiò con quello di Paolo. Fu abate nel monastero 
di S. Pietro a Perugia. 

(2) Nell’Epistolario leopardiano manca la risposta a questa lettera, 
Ma senza dubbio il Leopardi dovette darla perchè T]I novembre 
Seriveva alla sorella « Ho visto D. Paolo Melchiorri. tuo suecessore 
«nel donpaolato, buono e bravo giovanetto ». Cfr. Ep.7, II, p. 439. 

(3) Cfr. la nota 2 a p. 159. 

(4) Senza data, ma il bollo postale è: Bologna, 5 novembre 1831 


12 — Giornale storico — Suppl. n° 24 


178 M. ZEZON 


notizie. Datemele, e sollecitamente quanto più potete, e frequenti 
e buone. Niuna cosa desidero maggiormente di questa. Ora debbo 
dirvi, venendo agli associati alla stampa dei vostri canti (1), che io 
vi ho spediti ieloro nomi, i quali erano numerosi, e totalmente ne ho 
smarrito l’elenco. Sono quindi dolente, che siano andati perduti. 
Ad ogni modo spedite a Parma quel numero che credete di copie: 
che io cercherò, che ne acquistino. Ho letti quei canti de’ quali alcuni 
li conosceva già, e li ho trovati divini, e così tutte le persone dotte 
di questa città li ammirano come parto di altissimo ingegno. La pro- 
fonda filosofia, di che sono sparsi è anzi melanconica, che no, ma 
nuova e pur troppo vera. Io mi congratulo con voi, e colla nostra 
Italia che produce uomini della vostra qualità, ed altrettanto mi 
duolo, che il secolo ignorante, ed ingiusto non li riconosca e non gli 


#4 


(1) L'edizione dei Canti fatta in quell’anno dal Piatti. 1l carteggio 
Leopardi-Tomniasini per le sottoserizioni a quei Canti comincia 
dall'estate del 1830. Vedi in Ep.? le varie lettere del Leopardi alla 
Tommasini dal settembre 1830 in poi, e in Scritti vari ecc., cit., le 
lettere delle famiglie Tommasini e Maestri dall'agosto 1830 in poi. 
A questa lettera il Leopardi rispose il 20 dicembre, e poichè la lettera 
manca nell’Epistolario, ma fu pubblicata dal Clerici che la rinvenne 
tra le carte Tommasini, credo opportuno riportarla anche qui: « Mia 
‘ara Antonietta. — Giordani, per il quale mi prendo la libertà di 
acchiudervi una lettera, vi dirà come io stia di salute, e con ciò 
mi seuserà del mio lungo silenzio a due carissime vostre, e della 
brevità di questa. Non vi posso esprimere la gioia che mi recò il 
rivedere qui l'aureo anzi divino professor Tommasini, il quale ebbe 
la bontà, fermandosi così poco in Roma, di venire al mio letto due 
volte. Esprimetegli, vi prego, la gratitudine ch'io gliene sento, e 
fategli un milione di saluti per me. Con lui si convenne di una certa 
cosa, che io non mancherò di eseguire subito che la salute me lo 
permetterà, e ne avrò gran piacere. Credo di aver conservati i nomi 
degli associati che aveste la gentilezza di mandarmi, e poichè dite 
di aver perdute le soserizioni e nondimeno volete pure incaricarvi 
di dispensare i miei versi costì cercherò quella nota, e trovandola. 
lacchiuderò all'Adelaide, alla quale risponderò in breve. Addio, 
‘ara Antonietta: potete pensare quanto sia il mio desiderio di rive- 
dervi. In ogni modo vogliatemi hene anco di lontano, e salutatemi 
il carissimo Ferdinando, e il bravo Emilietto. Addio, addio ». Cir.: 
(i. P. CLERICI, Dalle carte Tommasini (raspollature da servire alla 
biografia del Leopardi), in Archirio Storico per le provincie Parmensi, 
nuova serie, vol. NNT, 1921, p. 83. 


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LETTERE A G. LEOPARDI 179 


onori. La lettera, che precede ai canti, ne è tristissimo argomento, 
e non la posso leggere senza lagrime. Questi miei sentimenti sono 
comuni a mio marito, e ai miei figli, i quali vi salutano carissimamente. 
Giordani anch'esso vi saluta di cuore, ecc. - 


Di Giorgio Federico Bunsen (1). 
[Novembre 1831] (2). 


Vi mando il Rapporto sui Vasi Volcenti di cui parlammo l'altro 
giorno. Spero che state meglio oggi: l’aria fuori continua di essere 
dolcissima nelle ore calde. Permettete domani al mio amico Dottore 
Morichini (3) che vi faccia una visita: gli ho scritto a tal effetto, e 
sono certo che egli v’inspirerà confidenza. Tra giorni verrò in persona 
a domandare le vostre nuove. 


(1) Carlo Cristiano Bunsen (1791-1860), uomo di Stato e scien- 
ziato. Studiò filologia sotto la guida dell’Heine. Nel 1815 conobbe 
a Berlino il Niebuhr, e nel 1816 fu a Parigi per perfezionarsi nell’arabo 
e nel sanscrito. Nel 1817 fu nominato Segretario dell'Ambasciata 
a Roma, dove s'era recato per desiderio del Niebuhr che vi dimorava 
come Ministro plenipotenziario di Prussia presso la Santa Sede. 
Nel 1822 vi conobbe il Leopardi e ne divenne grande ammiratore, 
adoprandosi soprattutto a cercargli un impiego che gli avesse potuto 
dare la possibilità di vivere fuori Recanati. Cfr.: A. GABRIELE, G. Leo- 
pardi în cerca di un impiego, Bari, tip. Cannone, 1889 e nell'Epistolario 
lenpardiano, ed. cit., vol. I e II le varie lettere dirette al Bunsen; 
BANDINI, G. Leopardi, ID Segretariato all’ Acculemia di Belle Arti in 
Bologna, in Rassegna Nazionale, 16 ottobre 1902. Quando nel 1831 
il Leopardi sì recò di nnovo a Roma, Vamicizia col Bunsen divenne 
più intima. Nel 1838 il Bunsen lasciò l'Italia per l'Inghilterra ove 
nel 1841 fu ambasciatore di Prussia. Restano di lui lavori di eru- 
dizione e polemiche. Per le notizie hiogratiche efr.: MONTEFREDINI, 
La rita e le opere di G. Leopardi. Milano, Fratelli Dumolard, 1881 
e A. D'ANCONA, Carteggio di Michele Amari, Torino, Roux-Frassati, 
1896, vol. I, p. 372, nota. 

(2) Sebbene senza data, questa lettera si può ritenere scritta verso 
la fine di novembre, o il principio di dicembre 1831, perchè, come si 
rileva dall'Epistolario leopardiano, dalla seconda metà di novembre 
al 2 dicembre il Leopardi fu ammalato in Roma ed il Bunsen si recava 
spesso a visitarlo. In una lettera di poco posteriore a questa, e 
parla del Morichini. Cfr. £p.7, IT. p. 454. 

(3) Domenico Morichini (1773-1836) abruzzese, medico e chimico, 
Istituì a Roma un gabinetto chimico per Vinsegnamento di tale 


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180 M. ZEZON 


Di Oreste Raggi (1). 


Pisa, 28 dicembre 1831. 

Me felice, chè mi si presenta sì bella occasione di poterle palesare 
il mio affetto e la stima che ho sempre nutrita per lei fin da quando le 
sue imparegiabili Opere pervennero a mia cognizione. Ma che dirò 
poichè ebbi l’invidiabil fortuna di conoscere personalmente il più 
grande de' Lirici italiani, il primo luminare della nostra letteratura, 
siccome a buon diritto ella è stato già da gran tempo salutato da 
tutta Italia? troppo breve, è vero, fu il piacere di godere della sua 
amabil compagnia ma pure posso darmi il vanto di averla goduto 
e me fortunato se potrò sì belli momenti riavere. 


scienza. Fu socio di varie Accademie, come quella dei Lincei, delle 
Scienze di Torino e di Monaco, della Società Italiana di Modena. e 
della Reale di Londra. Serisse molte memorie scientifiche, fu amicis- 
simo del Cotugno, del Tommasini, ed anche il Leopardi lo stimò 
molto. Cfr. la lettera che scrisse al Vieusseux il 21 gennaio 1832, 
7p.?, II, p. 454. Sul Morichini vedi VitTtORIO JANDELLI, Biografia 
del cav. dott. Domenico Morichini, professore di chimica nell’ Univer- 
sità di Roma, in Giornale Arcadico, tomo LXXII, Roma, tip. delle 
Belle Arti, 1837, pp. 248-270; e le biografie pubblicate nei giornali 
« Album » di Ronia, anno TIT, 1836, n° 41 e Diario romano, 23 na- 
vembre 1836, n° 94. 


(1) Oreste Ragci di Milano (nato nel 1812). Nel 1822 ai recò a 
Roma per studiarvi eloquenza, e quando quell'Università si chiuse 
pei moti del 1831, passò a Pisa ove nel 1833 si laureò in diritto e 
dove seenì le lezioni di eloquenza di Giovanni Rosini del quale serisse 
la vita. Tornato a Roma collaborò a vari giornali. come il Tiberino 
di Gaspare Nervi, Ape italiana di Giuseppe Melchiorri e l'Album. 
Nel 1835 pubblicò un volume intitolato Cenni intorno alla rita ed 
alle opere di Bartolomeo Pinelli, e poi un Discorso sopra un dipinto 
di Augusto Ratti che gli procurarono la stima di molti scrittori, come 
il Giordani, il Botta, il Niccolini, il Gargallo ed altri. Nel 1841 inco- 
mminciò un lavoro sui Monumenti sepolcrali eretti in Roma agli uomini 
celebri per scienze, lettere ed arti, che doveva essere di quattordici 
volumi ma che rimase di soli sei perchè l’autore non lo potè conti 
nuare essendo stato esiliato nel 1848. Dopo l'esilio sì recò a Carrara 
ed in Piemonte ove diresse un giornale settimanale L'Emulazione, 
dove pubblicò vari suoi lavori. Nel 1871 ritornò a Roma dove pub- 
blicò vari lavori letterari, tra cui una Vita di Giannina Milli. 


—= »- 


LETTERE A G. LEUPARDI 181 


Ora pertanto mi son fatto un dovere in occasione del nuovo anno 
di augurarle tutte le prosperità che ella desidera, certo che questo 
sarà voto ancora di tutti gli altri Italiani per chi tanto di gloria e 
d'onore ha recato alla loro, ahi troppo sventurata, patria, ma nono- 
stante madre sempre feconda di straordinarii ingegni, siccome in 
lei certamente mostra indubitabile esempio, ecc. 


Di Giorgio Federico Nott (1). 
[1831] (2). 


Eguale al piacere che ho ricevuto dalla vostra Edizione del Petrarca, 


è «tato il dispiacere di ricavare dalla lettera aggiuntavi (3), che sia stata 
essa con sì poco giudizio criticata. Ma consolatevi col riflettere che 


(1) Giorgio Federico Nott (1767-1841) teologo è scrittore inglese. 
Fu spesse volte in ltalia e vi apprese con correttezza la lingua. Si 
dedicò allo studio della letteratura del secolo XVI e nel 1815-16 
pubblicò in quattro volumi le Opere di Henry Howard conte di 
Surrey, e di sir Thomas Wyatt. In Inghilterra pubblicò un'edizione 
critica dei versi dell’antico Spencer, e nel 1832, a Firenze, diede alla 
luce L’Arventuroso Ciciliano di Busone da Gubbio del 1300, frutto 
delle sue ricerche sull’antica poesia italiana. Fece anche varie tra- 
duzioni italiane dall'inglese. 

(2) Senza data, ma certo degli ultimi mesi del 1831 in cui il Leopardi 
dimorò in Roma, perchè così si rileva da una citazione fatta dal 
Leopardi nel Commento al sonetto del Petrarca « L’Avrara Babilonia ccc. ». 
Cfr. qui la nota 1 a p. 182. 

(3) La « Scusa dell'autore » che il Leopardi, con lettera del 13 set- 
tembre 1826, inviò allo Stella perchè la pubblicasse in fine del secondo 
volume del Commento del Petrarca, che è riprodotta nel volume degli 
Studi filologici a cura di Pietro PELLEGRINI e PIETRO GIORDANI, 
Firenze, Le Monnier, 1853, p. 299; e Scritti letterari a cura di G. Me- 
STica, Firenze, Le Monnier, 1899, vol. IT, p. 362. In essa egli si duole 
che. dopo aver « condotta a fine un'opera piena di fatica e di noia » 
gli tocchi di dover « dimandar perdono ai lettori » perchè il suo lavoro 
era stato giudicato da un « poctino » di Torino «cosa inettissima e 
“degna di esser letta da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica » 
ed il padre Cesari si era « scandalizzato » pereb'egli aveva chiamata 
“antica ed oscura » la lingua del Petrarca. Cfr. a tale proposito ciò 
che gli scrisse lo Stella con lettera del 6 settembre 1826 in £p.7, III, 
Pp. 415-16 ed anche la Prefazione dell'Interprete che il Leopardi serisse 
per la ristampa del Commento del Petrarca, fatta a Firenze nel 1837 


182 M. ZEZON 


voi soffrite in comune con quasi tutti gli autori di merito. Pochissimo 
è il numero di coloro che sono capaci di criticare sanamente di Opera 
di valore; perchè questo presuppone dalla parte del critico, talenti 
eguali a quelli dell'Autore. Quanto sia grande la disposizione, nel 
vostro caso, è inutile ch'io vel dica. Lasciate dunque dire la gente; 
ed a guisa di quel Magnanimo, mostratevi fermo come lo scoglio, che 
sì oppone immoto al vano soffiar de’ venti, i quali non riusciranno 
mai a farne crollare la cima. Frattanto io vi ringrazio cordialmente 
del- dono ch'avete fatto al Pubblico, nella vostra preziosa, benchè 
piccola Edizione del Petrarca: la quale per essere semplice, non manca 
di essere dotta. A mio avviso essa è la più utile, e perciò la migliore 
Fdizione, che forse finora sia mai comparsa di quell’Illustre Poeta. 

Nell’annotazione fatta alle parole «e quella fia in Baldacco »: nel 
Sonetto che comincia, « L’avara Bubilonia », voi dite che il passo è 
talmente oscuro che non vi a'tentate di mettervi una spiegazione 
del vostro. 

Ho paura di essere incolpato di presunzione se io mi ardisco di pro- 
porvene una, tanto più in quant9 che il passo non mi sembra molto 
difficile da intendersi. Lo farò per altro fidaniomi nella vostra bontà, 
e nella gentilezza del vostro carattere (1). 


dal Passigli, in Studi filologici, cit., p. 301, e in Scritti letterari, cit., 
p. 391; dove, dopo aver espresso il suo rammarico per le accuse 
«d’inutilità » fatte al sun lavoro da alcuni, aggiunge « Molti stranieri 
« mi ringraziarono, non senza maraviglia, di poter leggere un poeta 
«italiano coi medesimi sussidi che si hanno per leggere i latini e i 
« greci D. . + 

(1) IH Lenpardi accettò l’interpretazione del Nott e la riportò 
nella seconda edizione del Commento alle Rime del Petrarca fatta a 
Firenze nel 1837 dal Passigli. A proposito dei versi 6-8 del sonetto 
L’Avara Babilonia, ece.. infatti egli serisse « Ill dott. Nott, letterato 
«inglese, che ha pubblicato in Inghilterra un'edizione critica dei 
«versi dell’antico Spencer, e che nel 1832 diede alla luce in Firenze 
c L’avrenturoso Ciciliano, scrittura toscana del 300. non più stam- 
«pata; in una lettera che m'indirizzò nel 183! a Roma, propose di 
«questi versi, che nella prima edizione del presente Comento io non 
“aveva potuto spiegare, un'interpretazione, che credo verissima: 
«el è questa. Il Poeta, perseverando sempre nella prima figura, 
«come ha chiamato Avignone col nome di Babilonia, così dinota con 
«quello di soldano o sultano il papa, e Roma con quello di Baldacco, 


e + 


LETTERE A G. LEOPARDI 183 


Petrarca come buon Cattolico vedeva con dolore la Sede Pontificia 
tolta da Roma e trasportata in Avignone. Si figurava adunque la 
Chiesa, quasi in cattività; e più per questa causa, che per i vizii che 
ivi si praticavano, chiamò Avignone, e qui, ed altrove, Babilonia. 
Non cessava il Poeta coi suoi scritti, e colle sue preghiere di sollecitare 
da Iddio, e dagli uomini, quel cambiamento di cose ch'egli cotanto 
desiderava: e si lusingava che il tempo non fosse lontano, quando un 
Papa dovesse venire che lo metterebbe in esecuzione. Egli non doveva 
però indicarlo col suo vero titolo di Papa, perchè si era servito nel 
principio del Sonetto, del nome di Babilonia; ed il giusto titolo del 
Sovrano di quella Città, era, come ognuno sa, il Soldano. Si servì 
dunque (Petrarca) di questo termine, dicendo «nuoro soldan reggio 
per lei b; come per convenienza: perchè avendo una volta cominciata 
con allusione a Babilonia, bisognava che la metafora (ossia figura), 
fosse conservata intera in tutte le sue parti sino alla fine del periodo. 

Ed in fatti, la similitudine tra il Soldano e Babilonia, da una parte, 
e Roma e "1 Papa dall’altra, era allora assai più grande, che oggi, 
al primo colpo d’occhio, a molti non appare. 

Baldacco era la Capitale dell'Impero, e della Religione Musulmana, 
come Roma lo era della Cattolica. Ma i Soldani di Baldacco, a causa 
di molte divisioni e scismi particolarmente quello di Persia, erano, 
a quell'Epoca, decaduti dalla loro grandezza di prima: finge dunque 
il Poeta di desiderare che quelle divisioni fossero tutte spente, di 
modo che vi restasse per i Soldani una sola Sede d'Impero, la quale 
doveva essere Baldacco, riconosciuta, per molti secoli, la vera sede 
del potere Musulmano: cioè, in altre parole; desiderava che Roma 
fosse fatta (come prima) la Capitale della Chiesa Cattolica, 

In prova di questo, levate le parole che formano la Metafora, € 
vedrete che questo è il senso letterale del passo, e la mente del Pocta. 
Io sono fuggito da Avignone in Valchiusa, perchè la Chiesa in Avi- 


gnone è sommamente corrotta, e quasi schiava: e qui, aspettando 


n — 


‘cioè di Bagdad, ultima e stabile sedia de' califti, cioè ricarj di Mao- 
“metto, e capi della religione maomettana., E si dice che verrà un 
“nuovo soldano, cioè un nuovo Papa (dove io eredo che intenda 
‘qualcuno de’ suoi Colonnesi), il quale farà una sola sede, lasciando 
‘Babilonia, cioè Avignone, e tornando a fermare la residenza sua e 
de’ successori in Bagdad, cioè in Roma ». 


184 M. ZEZON 


il cambiamento che ragionevolmente si aspetta, e dovrebbe farsi, 
mi struggo e fiacco. Vero è che questo cambiamento non verrà così 
tosto come io vorrei. Verrà non ostante perchè io veggo venire un 
nuovo Papa (è probabile che avesse in mente il suo amico il Cardinal 
Colonna) il quale farà sì che la Chiesa non avrà (come ora) due sedi; 
ma una sola; e quella fia in Roma. Non voglio occuparvi più, se non 


per assicurarvi della mia vera stima, ecc. 


Di Raffaele Bertinelli (1). 
[Fine del 1831 o primi mesi del 1832). 


La casa sulla quale io faceva disegno, è affittata. Ne ho trovata 
un’altra. Sono due camere, la prima esposta a settentrione, la seconda 
a mezzodì, vi è pure il caminetto nella seconda. Il prezzo è di scudi 7. 
Non sarà male ch'Ella la veda. La strada è centrale: Via detta Fon- 
tanella di Borghese, posta fra il Corso, e la Piazza Borghese. La gente 
di casa pare buona, se diventasse cattiva sono pronto io, per capello 
che le torcessero, a torcere il collo a uomini, donna, fanciulli, e qua- 
lunque altro della casa: mi dica quando le piace di recarvisi, ecc. 


Di Giambattista Podalirj (2). 
[1832] (3). 


Giambattista Podalirj venne ad ossequiare il Conte. S. E. il Sig. Mi 
nistro di Prussia (4) ha replicate volte domandato allo serivente ed 


al Sig. Giulio nuove del Sig. Leopardi che stima tanto. 


(1) Cfr. la nota 3a p. 174. 

(2) Forse quel Podaliri che fu eletto deputato recanatese invece 
di Monaldo Leopardi nel 1831 per cui il conte Monaldo, che aveva 
sperato di ottenere la nomina, disilluso, il 24 maggio 1831 aveva 
scritto al marchese Antici « Siccome con voi non faccio misteri, vi 
« confesserò ingennamente che avanti ieri udendo quanto vi ho nar- 
«rato (che cioè la Magistratura avea firmate le credenziali con cui 
«un Podaliri era stato nominato Deputato recanatese a Roma) sentii 
«che il nuo sangue si rimescolò un poco nelle vene, e che mi salivano 
«certi vapori al cervello parendomi non aver meritato tale tratta. 
«mento... ». Cfr. Lp.?, cit., TI. p. 416 in nota. Il 12 dicembre 18831 il 
Leopardi parla di un Andrea Podaliri, alla sorella: « Andrea Podaliri 
«ehe non mi potè trovare, abitava semplicemente nella mia stessa 


(Vedi note 3 e 4 a pag. 864.) 


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LETTERE A G, LEOPARDI 185 


Di Giampietro Vieusseux (1). 


Firenze, 28 febbraio [1832] (2). 


Estratto di lettera del mio corrispondente di Torino (3): 
Fui ieri a visitare il teologo Gioberti (4). La sua salute è buona, 
almeno per quanto il comporti l’incomodo suo, che oramai gli è 


‘casa, con gli stessi padroni; ed io lo seppi la sera che arrivai »; 
efr. Ep.", cit., II, 445. Ed il 16 marzo 1832 le seriveva « Se Giovanni 
: Podaliri è tornato, o quando tornerà, fagli avere i miei saluti: nè 
‘egli mi trovò in casa, nè io lui, e non ci siamo visti». Cfr. Ep.?, 
II, 466. 

(3) Senza data, ma si può ritenere della fine del 18231 o de! prin- 
cipio del 1832, giacchè il 24 dicembre 1831 il Leoparlì scrisse al De 
Sinner che vedeva spesso il Ministro di Prussia, cavalier Bunsen ». 
Cfr. Ep.?, cit., II, 450. 

(4) Carlo Cristiano Bunsen. 


(1) Cfr. la nota 1a p. 171. 

(2) Certo del 28 febbraio 1832 perchè il 21 gennaio di quell’anno 
il Leopardi aveva scritto al Vieusseux di voler chiedere al suo corri- 
spondente di Torino, notizie del Gioberti ed informarsi se gli era 
giunta una sua lunga lettera dell'ottobre 1831. Cfr. £p.?, cit., II, 
p. 455. = 

13) Giuseppe Grassi col quale anche il Leopardi era in relazioni 
epistolari sin dall'8 febbraio 1819. Anche altre volte il Leopardi 
sera servito di tale mezzo per avere notizie del Gioberti. Il 28 agosto 
1828, quando si sparse la voce che il Gioberti era gravemente amma- 
lato a Milano il Leopardi scrisse al Viensseux « Avrei carissimo se per 
«mezzo de’ vostri corrispondenti di Torino poteste avere qualche 
‘notizia del buon Gioberti, da] quale non ho risposta alle mie lettere, 
‘e sapendo che sputò sangue ed ebbe altre gravi indisposizioni a 
Milano, temo purtroppo fortemente che sia 0 malato 0 morto ». 
Cir. Ep.?, II, p. 376. 

Nel carteggio inedito del Vieussenx nella Biblioteca nazionale di 
Firenze vi sono la lettera che il Vicussenx serisse al Grassi il 7 set- 
tembre 1829 per chiedergli le notizie che desiderava il Leopardi e 
la risposta del Grassi, che nii sono state comunicate e che qui riporto. 
Il Vieusseux scriveva «... Anche l'ottimo Conte Leopardi mi scrive 
«da Recanati esser peggiorato di condizioni. Egli mi chiede un'in- 
: formazione per ottenere la quale devo dirivermi a voi. Eeli viaggiò 
‘l'anno passato da Siena a Recanati col prof. abate Gioberti di Torino: 


(Vedi nota La pag. seg.) 


186 M. ZEZON 


abituale. Oltre suoi affettuosi abbracci, vuole pure che gradiate la 
sua viva gratitudine per la buona memoria che serbate di lui. Egli 
rispose al Leopardi nel principio della seconda quindicina di gennaio 
scorso, e diresse a Roma la lettera. Se il Conte partì da Roma, la 
lettera dovè seguirlo, e l'avrà egli avuta a Recanati o a Firenze. 
qualunque possa essere stata la sorte della lettera, ciò che preme ora 
a questi si è di conoscere ov’abbia il Conte fissata la sua dimora per 
scrivergli. 

[Segue nello stesso foglio]. 

Carissimo Leopardi. Ricevuta questa lettera, ho seritto subito al 
medesimo Gioberti per dargli le vostre nuove, ed assicurarlo che 
presto sarete sempre a Firenze. 


«quel Gioberti che noi abbiamo conosciuto qui a Firenze ci parve 
«a tutti un uomo di merito e molto conoscitore dell'andamento 
«attuale degli studi filosofici in Europa. Egli promise a Leopardi di 
« serivergli appena tornato a Milano; ma le lettere aspettate con 
«impazienza non sono mai arrivate. Ora s'è sparsa la voce ch'egli 
«s'ammalò a Milano; altri dicono esser egli morto. Potreste voi infor- 
«marvi cosa ne sia, e nel caso, come voglio ancora sperare, che il 
«(Gioberti sia ancora tra’ viventi, e tuttavia a Torino, aver la com. 
« piacenza di fargli sapere che io, ed il Conte Leopardi siamo ugual. 
«mente impazienti di aver delle sue nuove? ». Due giorni dopo, il 
9 settembre ‘29 il Grassi gli rispondeva «... Spero di avere a me 
«nel giorno di domani il dottissimo ab. Gioberti, che più d'ogni 
« altro fra noi è addentro negli studi filosofici di questa età; egli mi 
«aveva portato l'anno scorso i saluti del Conte Leopardi, e sì era 
«assunto l'incarico di serivergli alcun che per parte mia; forse la 
«lettera sì sarà smarrita: noi ci vediamo di rado, ma so che sta hene. 
«e non mancherò di stimolarlo a scrivere a quell'’anima bennata, 
calla quale vi prego di ricordarmi e dirle, che ove le occorra alcuna 
«cosa in Torino, faccia a fidanza con un suo vecchio amico, qual io 
«fui e mi pregio sempre di essere ». 

(4) Sul Gioberti efr. la nota bibliografica in G. Mazzoxi, L'Otte. 
cento, cit., pp. 1435-36 e 1451. Per le relazioni col Leopardi cfr. Mas. 
SARTI, Ricordi biografici e cartegnio di V. Gioberti, Torino, Botta, 1860. 
I. p. 123; DAvIELLA KLITSHE DE LA GRANGE, Lettere di Gioberti c 
Leopardi, in Corriere d'Italia, 15 febbraio 1907; G. BaLsaMmo-CRI. 
VELLI, Gioberti e Massari. Carteggio, Torino, Bocca, 1920, pp. 365 sg. 


- 


don. i ir n 


LETTERE A G. LEOPARDI : 187 


Di Francesca Bunsen. 


rd 


i marzo 1832. 


Mio marito dovendosi oggi trattenere in casa per ragione di un 
rattreddore un poco forte, non può passare da Lei in persona per 
pregarla di volerci far la grazia di venire da noi questa sera: spero che 
non ci dirà di no. Se mi volesse permettere di mandare il legno, sa- 
rebbe agli ordini suoi. Saremo in piccola comitiva, e speriamo di 
vederla alle ore sette e mezza, ossia un’ora e mezza di notte. 


La Signora Contessa Mosti ci favorisce questa sera. 


Di Giampietro Vieusseux /1). 


17 marzo 1832. 


La Busdraghi non puole accomodarsi come vorreste (2), ed il 
Capei (3) non ha nulla disponibile nella casa da lui abitata, convien 
dunque che scendiate per pochi mesi alla locanda, piuttosto che 
fittare per un mese, come dovrebbe farsi, un quartiere che forse non 
farebbe per voi. Ve n’è uno di tre stanze vicino alla Busdraghi, è 
casa della suocera del Comei, il quale forse vi converrà; ma non posso 


impegnarvi, ecc. 


—- TT —_—_—_—___—__6& 


(1) Cfr. la nota 1a p. 171. 

(2) Il Leopardi sin dal febbraio 1832 aveva espresso al Vieusseux 
il desiderio di voler ritornare a Firenze poco dopo il carnevale inca- 
ricandolo di chiedere alla Bus'draghi se avesse disponibili un paio 
di stanze. Alla risposta negativa, cfr. Seritti vari, ecc., cit., pp. 4588-89. 
non volendo andare in locanda, gli serisse di nuovo il 10 marzo pre- 
gandolo d'informarsi se il Capri avesse potuto dargli due stanze nella 
sua casa. Ma neppure ciò fu possibile e quando il 22 marzo di quel. 
l’anno, insieme col Ranieri ciunse a Firenze fu costretto a fittare 
un quartierino nuovo di cui fu ben presto scontento. Cfr. 2p.7, IT, 472. 

(3) Pietro Capei di Lucignano (1796-1868) si occupò di storia del 
Diritto e di Areheologia,. Collaborò all'Anfologia del Vieusseux e fu 
accademico georgofilo. Cfr. M. Tanarrini, Vite e ricordi d'italiani 
illustri, Firenze, 1884. pp. 139-145 e P. Pruxas, L'Antologia di Giam- 
pietro Vieusseur, Roma-Milano, 1906. passim. 


188 M. ZEZUN 


edi 


Di Annesio Nobili (1). 
Pesaro, 2 aprile 1832. 


Le avevo diretto in Roma le due copie dei Dialoghetti (2) di quarta 
edizione, ma Lei n’era già partito, ed io ho pensato a ritirarle. Qui 
unito le ne rimetto altre due copie, con un vol. I della Storia Fran- 
gelica (3) che già Lei ne sa l’uso che ne deve fare. Tali articoli li rice- 
verà a mezzo di cotesto Sig. G. P. Vieusseux mio buon amico. Di 
tanto le sono in dovere, ecc. 


Di Carlo Emmanuele Muzzarelli (4). 
Roma, 5 aprile 1832. 
Ricevo in questo punto la pregiatissima sua in data 2 corrente e 


la ringrazio della conoscenza che mi procura del Sig. Brighenti, che 
io già conosceva di riputazione per le Opere da lui pubblicate del 


(1) Annesio Nobili, tipografo dapprima a Bologna, poi a Pesaro. 
Per le sue relazioni con Monaldo Leopardi di cui pubblicò I Dialo- 
ghetti sulle materie correnti nell'anno 1831 e L’Istoria evanaelica, 
efr. A. AvoLI, Autobiografia di Monaldo Leopardi, Roma. Befani, 1883, 
pp. 358 sg. Nel 1832 per incitamento del Nobili Monaldo Leopardi, 
che sino allora aveva mandato alcuni suoi articoli al giornale cleri- 
cale di Modena, La roce della verità, fondò un nuovo giornale La voce 
della ragione che si stampò a Pesaro pei tipi del Nobili fino al 1835, 
anno della morte del Nobili, in cui fu soppresso dal Governo ponti- 
ficio. Nul Nobili vedi: Elogio funebre di Annesio Nobili, Pesaro, dalla 
tip. Nobili, 1835. 

(2) I Dialoqhetti sulle materie correnti nell’anno 1831, stampati 
a Pesaro con la data 17 dicembre 1831. In tre mesi ne furono fatte 
sci edizioni in Italia e varie traduzioni in lingue straniere (cfr. nel 
volume delle Lettere scritte a G. Leopardi dai suoi parenti, Firenze, 
Le Monnier, 1878, Veleneo degli seritti di Monaldo Leopardi) e furono 
molto ricercati a Roma; efr. ciò che serisse in proposito il Leopardi 
alla sorella ed al padre il 2 febbraio e I°8 marzo 1832 in Ep.?, II, 
pp. 456, 463. ” 

(3) ZL'Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei Sacri 
Eranqelisti, spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni dal conte 
MoxaLpo LEOPARDI, Pesaro, 1832. 

(4) Carlo Emmanuele Muzzarelli di Ferrara (1797-1856) uomo poli- 
tico e letterato, ministro di Pio IX e della Repubblica romana ed 


LETTERE A G. LEUPARDI i 189 


Monti (1), e pel giornale che si stampava in Bologna, se non erro, col 
titolo del Caffè di Petronio (2). Trascrivo in dorso alla presente un 
brano di lettera del Nunzio di Napoli, riguardante il comune amico 
Ranieri, cui vorrà comunicarlo, e dirgli, che sono dolentissimo, che 
le mie poche premure non abbiano fin qui ottenuto l’effetto deside- 
derato. Sono in attenzione della risposta del Ricci: Dica ancora a 
questo comune amico, che riceverò con piacere quando che sia la 
nota degli autografi posseduti dalla Signora Fanny Targioni (3). 

Ritorni i miei saluti alla Lenzoni (4) ed al Nicolini, ecc. 

[Segue nello stesso foglio]. 

A Mons. Folicaldi - Roma. Facendo seguito ad altra mia, le par. 
tecipo i risultati degli eccitamenti fatti praticare al Sig. Ranieri, im- 
. piegato in questa direzione generale delle Poste, perchè volesse annuire 
ad una più lunga dimora del suo figlio costà (5). Egli pertanto mi ha 


esule dopo il 1849. Vedi: O. MarcoALDI, Biografia del Conte Carlo 
Emanuele Muzzarelli, Genova, 1856. Nel 1825 il Muzzarelli scrisse 
dei versi intitolati Al conte Giacomo Leopardi che per desiderio del 
Leopardi stesso furono pubblicati nel giornale il Caffè di Petronio, 
nel penultimo numero, 17 dicembre 1825. 


(1) Il Brighenti intraprese l’edizione delle Opere del Monti nel 1825 
per cui ebbe anche qualche aiuto e consiglio dal Leopardi che appunto 
in quel tempo era a Bologna e frequentava la sua casa. 

(2) Il Caffè di Petronio ossia Notizie teatrali, bibliografiche ed urbane, 
era un giornale settimanale di Bologna il cui fondatore e compila- 
tore principale era Pietro Brighenti. Ebbe un anno solo di vita. 
nel 1825, in cui si stampò pei tipi di Annesio Nobili. Il 1° numero 
fu pubblicato il 1° gennaio 1825 e l'ultimo il 24 dicembre di quel- 
l’anno. Il Leopardi fu informato dal Brighenti di questa sua nuova 
impresa nel marzo, e gliela lodò permettendo anche che vi inserisse 
suoi scritti. Cfr.: ©. Lozzi, N Caffè di Petronio e G. Leopardi, in N 
Bibliofilo, anno III, 1882 e €. BexEDpETTUCCI, Leopardi. scritti editi 
sconosciuti, Recanati, Simboli, 1885, pp. 175 seg. 

(3) Cfr. la nota 2 a p. 167. 

(4) Cfr. la nota 3 a p. 170. 

(5) 11 22 marzo 1832 il Ranieri era ritornato col Leopardi a Firenze, 
Sin dal gennaio del 1831, il Ranieri, dopo la concessione che era stata 
data agli esuli napoletani di ritornare in patria, era stato dal padre. 
Francesco Ranieri, ispettore generale delle Poste, richiamato in 
Napoli, ma dopo breve remtenza ottenne di rimanere fuori ancora 
per qualche tempo. Pochi mesi dopo, il padre, revocando il permesso 


190 M. ZEZON 


fatto intendere, che se non saprebbe obbligarlo a tornare in Napoli 
non può usare una simile condiscendenza nel fornirgli dei mezzi per 
sussistere, avendo già sborzate delle somme per soddisfare diverse 
tratte da lui gravategli, e nella estinzione dei debiti dal medesimo 
contratti, tanto più che le sue risorse son ben limitate. Se questo 
ragguaglio non è consentaneo all'impegno addimostratole in propo- 
sito da Monsignor Muzzarelli, sarà Ella nella Sua ragionevglezza con- 
vinta, che io non poteva esaurire altri mezzi per corrispondere aj suoi 
graditi comandi. 


A Di Pietro Brighenti (1). 
Roma, 10 aprile 1832. 


Mille e mille cordiali ringraziamenti di tutti noi per le premure 
che vi siete date onde raccomandarci a Mons. Muzzarelli, il quale 
aveva avuto la bontà di cercare di noi innanzi che avessimo potuto 
ricapitargli la lettera che avevamo per esso. Se mai aveste occasione 
di serivergli. vi raccomando che vogliate dirgli quanto gli siamo grati 
delle urbanità usateci, che non potevano essere maggiori: frutto 
ben degno delle commendatizie di un Leopardi e di un Giordani. 

Noi siamo venuti ad abitare un discreto quartiere appresso il 
teatro Valle. So che a voi ed al Sig. Ranieri è notissimo, perchè è 


quel medesimo che fu abitato dalla amabilissima Pelzet (2). Siamo 


datogli lo richiamò di nuovo, è per obbligarlo al ritorno gli sospese 
gli assegni. Durante il soggiorno a Roma il Leopardi parlò di lui al 
Bunsen, ed il Ranieri aveva pensato di farsi raccomandare dal Bunsen 
al Rappresentante di Prussia in Napoli, perchè gli avesse fatto otte- 
nere il passaporto per riuscire da Napoli quando avesse voluto. Ma 
il Leopardi lo aveva dissuaso ritenendo indiscreto chiedere al Bunsen, 
per il posto che occupava, un favore per «una persona incorsa in 
«sospetto del governo ». Cfr. in Zp.7, Il, pp. 4167-68 la lettera al 
Bumsen del I6 marzo 1832. Dovettero invece rivolgersi al Muzzarelli. 


(D) Cfr. la nota 1a p. 155. 

2) Maddalena Pelzet fiorentina (1802-1854), artista drammatica, 
che in Firenze, a Roma ed in altre città d'Italia, oltre che riportare 
successi aveva acquistata Unmmirazione di illustri letterati. È noto 
quanto lamasse il Ranieri. Cfr. a tale proposito: G. MESTICA, Studi 
Leopardiani. Firenze, Le Mounier, 199% pp. 127 e seg.; G. CHIARINI, 
Vila di G. Leopardi, Firenze, Barbera, 1921, pp. 392 syg.; e le lettere 


LETTERE A G. LEOPARDI 191 


in ottima salute e si crede che Marianna debutterà colla Straniera 
del Bellini: ma non si andrà in iscena che il 30 del corrente. 

Di Roma abbiamo veduto alcune strade e chiese, che non mi sono 
sembrate maggiori di quelle di Milano o di Firenze, anzi tutto in 
complesso Roma moderna non mi ha fatto il minimo senso di sor- 
presa. Moltissima però me ne ha fatto il S. Pietro, tra queste, e vorrei 
tornarvi di spesso se non fossi così lontano: sdegno il presente Cam- 
pidoglio; meraviglia il Panteon, meraviglia e commozione grandissima 
il Campo Vaccino che rivedrò più volte e minutamente. Del resto non 
ho veduto. nulla o quasi nulla. Abbiamo di spesso il tempo cattivo. 

Ho da pregarvi di un favore sommo; e se mai per la vostra salute 
non poteste, ardisco impegnarvi a supplicare il Sig. Ranieri a non 
ricusarsi di farlo. Ho saputo che da Pisa mi furono inviate a Firenze 
stampe e lettere e là pervenute alla nostra direzione, mentre noi ne 
partimmo. Io avevo lasciato commissione di rivoltarle a Roma non 
a Firenze. Ora mi occorrerebbe che tali lettere e stampe mi venissero 
finalmente qui indirizzate. La spesa che occorrerà ve la rimborserò. 
Mi raccomando molto di tal favore: ed al Sig. Ranieri vorrete far 
wradire i nostri comuni doveri e saluti più distinti. I nostri nomi già 
li sapete: Pietro, Marianna, Anna e Maria (Galvani) Brighenti. 

Una causa assai strepitosa è stata qui giudicata in favore di un 
Fumorali contro la R. C. A. sopra una scrittura a stampa dov'è chia- 
mata la detta Camera piena di ladri assassini, con altre consimili 
gentilezze verso Mons. Tesoriere. Niuna censura ha sofferto il così 
libero dicitore: la qual libertà sebbene non dissimuli che senta assai 
d’inciviltà e di villania, e sia fuori affatto dai modi convenienti alle 
parole di una colta persona, pure non mi è rineresciuto affatto che 
vi sia poi nel governo tanta tolleranza la quale se fosse in cose di mi- 
gliore interesse e pubblica utilità mi darebbe anche una maggiore 
consolazione. 

Addio, amatissimo Giacomo. Accogli amorevolmente, come suoli, 
i complimenti e i saluti più affettuosi delle mie donne. Oh! perchè 
mai partisti di Roma quando noì ci venimmo! Sarebbe stato per 


noi un gran conforto la tua presenza! Amami ecc. 


del Leopardi al Ranieri dal dicembre 1832 all'aprile 1833 in A. RA- 
NIERI, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi, Napoli, R. Ricciardi, 
1921. pp. 126 sgg. ed in £p.?, IT, 612 «go. 


192 M. ZEZON 


Di Antonietta Tommasini (1). 
[17 aprile 1832) (2). 


Io avrei conservato il silenzio finchè mi fosse giunta la nota degli 
associati che mi diceste di spedirmi (3), per non obbligarvi a rispon- 
dermi sapendo la vostra poca salute. Ma ora non debbo tacere cono- 
scendo quanto ci siete affezionato. Troppo sono certa che vì avrà 
fatto molta pena l'aver saputo, che in Parma s’ebbe una terribile 
scossa di terremoto, per cui tutta la città fu presa dal più forte «pa- 
vento. Ed è così vero che i pubblici passeggi furono ripieni di ogni 
stoffa di persone per diverse notti. Molte case in Parma. e nelle cam. 
pagne hanno sofferto grandemente, e molte famiglie sono obbligate 
a bivaccare allo scoperto, come noi nelle prime due notfi temendo 
maggiori disgrazie. Noi ritornammo però alle nostre abitazioni perche 
queste non presentano alcun pericolo. Jo ho per certo che queste no- 
tizie non vi saranno discare, perciocchè possono tranquillizzarvi in- 
torno voci esagerate che vi saran forse pervenute. 

Ditemi alcuna cosa della vostra salute, sulla quale il mio animo 
è sempre in molta agitazione. Vi prego anche dirmi se v'è stata con- 
segnata a Roma dal Sig. Dott. Menfi la seconda edizione del mio libretto 
alla quale ho aggiunti alcuni articoletti, di che mi farete sommo pia- 
cere dicendomi il vostro parere (4). Poco tempo fa ebbi lettera dalla 
‘ara vostra sorella, e mi assicura di godere ottima salute. Credete 
che è un giorno di letizia quello nel quale ricevo i vostri, o caratteri 
di Lei, Mio marito vi riverisee, e vi esprime per mezzo mio, la sua 
riconoscenza per le cose amichevoli che gli dite. L’Adelaide. Emi 


lietto, Clelietta, Ferdinando, tutti vi baciano coll’animo, ecc. 


(1) Cfr. la nota 2 a p. 159. 

(2) Senza data ma il bollo postale è: Parma, 17 aprile 1832. 

(3) Per Vedizione dei Canti fatta dal Piatti nel 1831. 

(4) La seconda edizione dei Pensieri di argomento morale e lette 
rario, fatta nel 1831. H Leopardi rispose il 25 aprile, affermando di 
non aver ricevuto il libro e dolendosene. Cfr. Ep.7, II, p. 472. 


LETTERE A G. LEOPARDI | 193 


Di Ruggiero Antici (1). 
Roma, 19 maggio 1832. 


Bellissima maniera di canzonare la povera gente! tenerla a bada 
con le parole, colle promesse, colle sincerazioni, ecc., in fatto poi 
con dei graziosissimi, e gentilissimi nulla! bella !, bella !!!... E come 
no? Quante promesse ho io ottenute dalla vostra preziosissima per- 
sona e che avrei avute quelle vostre Canzoni, e che già avevate scritto 
a Parigi, a Milano, a capo al Mondo per procurarmele; in verità poi 
non sono state che parole, con nostra buona pace. Imaginate poi 
che bella figura ho dovuto fare con chi m’era obbligato di trovarle... 
Eh! signorino mio, i Romani non sono gonzi, come dai forestieri 
sì crede, sicchè o compiacetevi di farmi avere una vostra sincera- 
zione, o di procurarvi il piacere di avere tandem aliquando quello, di 
che vi ho tanto richiesto. Ai 4 del mese venturo spero di andarmene 
a Recanati con tutta la famiglia per rappezzare la sdrucita mia salute; 
se avete comandi per quelle parti vi prego favorirmene che mi farete 
cosa gratissima. 

Non dubito, che la vostra salute sia almeno sufficiente in cotesto 
lentissimo cielo, tanto più adesso che con sommo contento ho letto il 
vostro nome tra i Sigg. Cruscanti (2): ma ditemi di buona grazia 
quelli tali della Crusca, si cibano sempre di sola erusca, oppure questa 
crusca sì converte per loro in pagniotte; 0 per esprimermi meglio, 
evvi per questi fumo e arrosto; oppure solo fumo ? 

Vi ricordo alla memoria quel Sig. R. Bertinelli (3) tanto vostro 
amico, ed a voi così caro!?! il quale per la stima ed affetto che vi 
Porta, mi sono accorto che si troverebbe pago a questo mondo se 
fosse certo di essere in qualcuna delle vostre. saccoccie!?! Deh! 


per carità appagatenelo, ece. 


(1) Ruggiero Antici Mattei era figlio di Carlo Antici e quindi cugino 
di Giacomo Leopardi; fu poi cardinale. 

(2) Il Leopardi fu nominato socio corrispondente dell'Accademia 
della Crusca il 27 dicembre 1831 e la notizia fu pubblicata nel I fasci- 
colo dell'Antologia del 1832. Cfr. ciò che scrisse a tal proposito al 
Vieusseux il 14 febbraio 1832, ed al Segretario dell'Accademia Giam- 
battista Zannoni il 27 marzo di quell’anno in /p.7, IL, pp. 457 e 470. 

(3) Cfr. la nota 3 a p. 174. 


13 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 


194 M. ZEZON 


Di Giuseppe Melchiorri (1). 
Roma, 24 maggio 1832. 

Con qualche fatica mi è riuseito di far inserire nel foglio di ieri 
il vostro articoletto di giustificazione (2). Nulla però ho pagato mentre 
il direttore Sig. Cavalletti (3) a vostro, e mio riguardo ha voluto inse- 
rirlo gratis. Eccovi adunque contento su di ciò, e tranquillo, benchè 
chi conosceva voi, ed il vostro stile, non poteva dubitare che voi 
foste l'autore di quel libro; poichè voi non avete mai trattato di quelle 
materie, ed il vostro stile è lontano da quello le mille miglia. Circa le 
ricerche alla Vaticana, di cui vi serivono da Parigi, sarò da Monsi- 
gnore Mai (4). onde vedere di ottenere ciò che bramate. Per la colla- 
zione però dei codici di Plauto, voi sapete che quella Biblioteca ai 
chiude alla fine di giugno, perciò io non potrò far altro che procu- 
rarvi la notizia de’ Codici, voi ne seriverete a Parigi, e di là potranno 
dare l'ordinazione (5). Basta, di tutto ciò ci sentiremo per lettera 
prima della riapertura della Biblioteca a novembre. 


(1) Giuseppe Melehiorri fielio di Ferdinanda Leopardi, sorella di 
Monaldo, areheologo e numismatico, coetaneo ed ammiratore del 
suo grande cugino. Trasferitosi a Roma nel 1819 morì ivi nel 1856. 

(2) Con lettera del 15 maggio 1832 il Leopardi aveva scritto al 
cugino marchese Giuseppe Melehiorri dì voler fare inserire nel gior- 
nale IZ Diario di Romea la dichiarazione di non essere egli l’autore 
dei Dialoghetti sulle materie correnti nAlPanno 1831. Cfr. Ep.?, II 
pp. 473-74. 

(3) Direttore del giornale il Diario di Roma. 

(4) Angelo Mai di Schilpario nel Bergamasco (1782-1834), erudito, 
profondo conoscitore delle lingue classiche e moderne, paleografo 
ed archeologo. Bibliotecario prima nell'Ambrosiana di Milano, poi 
nella Vaticana, scoprì e fece conoscere codici antichi, come dei discorsi 
e frammenti di Cicerone, Plauto, Marco Aurelio, ece. Meritò l’ammi- 
razione dei più grandi letterati contemporanei, come il Giordani ed 
il Leopardi. Per le notizie biografiche vedi: G. Mazzoni, L'Ottocento, 
cit., pp. 535 seg. e la nota bibliografica a p. 1376. Per le relazioni 
col Leopardi vedi: Euia Zerbini, Angelo Mai e G. Leopardi, Ber- 
cano, tip. Gaffuri e Gatti, 1882; G. Taormina, Sul canto Leopar- 
diano ad A. Mai, Palermo. 1890 e le varie lettere del Leopardi al 
Mai in Zp.7, v. I. ì 

(5) Il 15 maggio 1832 il Leopardi aveva scritto al Melchiorri che 
da Parigi il signor Dubner, che preparava una nuova edizione di 


LETTERE A G. LEOPARDI 195 


Voi non mi dite nulla della vostra salute, la quale pur sapete che 
mi è preziosissima. La mia è buona, ed è pur buona quella della mia 
famiglia, e se non fossero le angustie economiche, che come sapete 
mi tormentano senza fine, sarei pur meno infelice. Ma il mio progetto 
di traslocamento ancora non ha potuto aver luogo, poichè io ho la 
disgrazia di non saper fare il brigante, e questo è il paese degl’intrighi, 
senza de’ quali non si ottiene nulla. Datemi notizie dell’amabilissimo 
Ranieri. Io stimo moltissimo quel giovane, e vorrei che avesse motivo 
di esser men triste, salutatelo però cordialmente. 

Mia moglie, ed i miei ragazzi vi salutano, ed in particolare la mia 
Nina, alla quale non può ancora entrare in capo come siate partito 
senza venire a dirle addio, ecc. 


Di Pietro Brighenti (1). 
l. 
Roma, 26 maggio 1832. 

Tu hai ben ragione di riconvenirmi nella tua del 15 corrente (2), 
Mi sono accorto di essermi spiegato assai male. Lo farò a miglior 
tempo, cioè a miglior tempo cercherò di spiegarmi meglio: e allora 
Son certo che le nostre idee andranno all'unisono, come diceva Bo- 
naparte. 

To partirò di qui verso il 20 luglio. Le stupende meraviglie di Roma 
antiea e moderna, mi rimarranno scolpite nella fantasia, e con molto 
‘ontrari affetti. 

Se avessi la tua penna sono sicuro che farei un libro da valere più 
che Macchiavello e Petrarca, e Guieciardini e il Cantore dei tre Regni. 

lo ti ringrazio, mio degno amico, della premura che avesti per quelle 
carte, le quali si erano stagnate nella posta di Firenze e che tua mercè 


Mi giunsero alle mani (3). Avrò per questo un debito teco, che pa- 


Plauto, gli aveva chiesto notizie sui più antichi codici di Plauto esistenti 
nella Vaticana ed in che modo poterne avere la collazione. Cfr. £p?, 
II, 475. 

(1) Cfr. la nota 1a p. 155. 

(2) Manca nell'Epistolario leopurdiano; vi è invece la risposta a 
Uesta lettera del 26 maggio 1832. Cfr. Zp.7, II, 453. 


3) Cfr. la lettera del Brichenti al Leopardi del 10 aprile 1832 qui 
Pubblicata. 


196 M. ZEZON 


gherò a piacer tuo. Spero che ti troverai bene: spero ancora che teco 
sarà sempre l’amabilissimo Sig. Ranieri. Or io v'interesso amendue 
per una grazia: la quale potrebbe darsi che vi recasse un qualche 
piacere unito all’incomodo che per amor mio vi darete. 

In Firenze canta una Signora Del Sere che mi dicono giovine, 
bella e brava: dunque nulla rimane a desiderare, conoscendola. Questa 
Del Sere deve venire a cantare al nostro teatro Valle nell'autunno 
venturo. I nostri padroni di casa bramerebbero che preferisse il nostro 
alloggio, ad ogni altro. Tu lo conosci: lo conosce il Sig. Ranieri. È un 
buon alloggio, che ha l’invidiabile qualità d’essere annesso al teatro 
dove si ha da agire. Il Sig. Leopoldo (padrone) e la Sig Nanna (pa- 
drona) mi hanno interessato a procurar loro, col mezzo vostro, 0 
Signori, il vantaggio di albergare la Sig® Del Sere. Io sono e sarò per 
la vita il Don Desiderio di giovare, mentre tutto il dì maledico, di- 
sprezzo e bestemmio la razza umana. Procura dunque. amatissimo 
mio, che almeno il Sig. Leopoldo e la Sig® Nanna rimangano contenti 
di me. Non ti prometto altrettanto, neppure co tuoi uffici, del Saero 
Collegio e della immensa turba dei chierici violetti. Quale arroganza! 
quale ignoranza! quale... Io vedeva fuori del Celio tutto Roma! E 
Roma! mi sovveniva quel sonetto improvviso che dice in bocca di 
Cicerone | 

È questa la mia Roma, oppure è Tripoli ? 

Addio rispettabilissimo e carissimo amico. Io ho una grande volontà 
di mandare al diavolo la Sacra Italia, e il suo bel cielo, et omnibu 
pompis ejus, et omnibus operibus ejus. 

Se mai questo latino non andasse bene, non ne ho colpa. Io non 
sono Accademico Tiberino, sebbene tanto buon servitore di Monsi- 
gnore Muzzarelli (1), che mi onora in un modo singolarissimo. 

La mia famiglia ti riverisce, e ti prega di tanti rispetti (uniti ai 


mici) al Sig. Ranieri. Conservami l’amor tuo ecc. 


Dello stesso. 


Qi 
[Senza data]. 


Ti avverto che dimani non partiremo se non alle ore undici anti 


meridiane, onde dimattina avrò la consolazione di venirti a dare un 


(1) Cfr. la nota 4 a p. 188. : - 


m 


LETTERK A G. LEUPAKDI 197 


altro abbraccio cosa che mi è proprio una consolazione la più desi- 
derata. Riveriscimi il Sig. Ranieri a cui farai le mie scuse, se nel. 
l'istante non lo avevo riconosciuto. 

Non ti far meraviglia se invece di starmi teco stasera, vado al 
teatro, perché l'oggetto della nostra permanenza è stato di far vedere 
a Marianna l’Anna Bolena, giacchè in gran segreto ho saputo che 
tale opera dovrà essa fare per un debutto a Roma. Addio, ecc. 


Di Cesare Galvani (1). 
Modena, 31 maggio 1832. 


A chi fra noi non ignora il nome di V. S. è troppo noto, aver Lei 
dedicato il suo bellissimo ingegno a tutt'altra causa che a quella sì po- 
tentemente ed imperterritamente sostenuta dall’incomparabile autore 
dei Dialoghetti: onde ne pare che tornerebbe affettata e superflua la 
pubblicazione della protesta da Lei spedita. Ci desideriamo quindi 
migliori occasioni per manifestarle in effetto la nostra disposizione 
a servirla (2). 


(1) Cesare Carlo Galvani guardia d'onore del Duca di Modena 
Francesco IV ed addetto alla Biblioteca Estense. Fu nominato dal 
Duca di Modena direttore ed editore responsabile del giornale poli- 
tico La roce della verità che vide la luce nel luglio del 1831 e che ebbe 
tra i principali collaboratori il Principe di Canosa Antonio Capece 
Minutolo, ed il direttore generale della polizia di Modena Francesco 
Garofalo, ed aveva Vintento di raddrizzare il senso comune del po- 
polo, rimettendo nella sua mente i principî di diritto pubblico e 
naturale, di metafisica, di logica e morale « dimenticati o ignorati 
« pel funesto imperversare di false dottrine » come serisse il Galvani 
nel Prospetto diffuso il 23 giugno 1831. Tra i corrispondenti del gior- 
nale era anche Monaldo Leopardi che eelava il suo nome sotto il 
numero 1150 e che divenne presto amico di tutti i redattori del foglio 
di Modena. È molto interessante per la storia del giornale La roce 
della verità, il carteggio del Galvani con Marcantonio Parenti pub- 
blicato da P. PRUNAS in Miscellanea di studi critici in onore di G. Maz- 
zenit a cura di A. DELLA TORRE e P. L. Ramparpi, Firenze, Seeher, 
1907, vol. II, pp. 389-404. Vedi anche: E. Crerici, La voce della 
verità, Gazzetta dell’Italia centrale, in Nuova Antologia, 16 ottobre 1908, 
Pp. 646-655. 

(2) Il 28 maggio 1832 a proposito dell'attribuzione a lui fatta dei 
Dialoghetti sulle materie correnti, ecc. il Leopardi seriveva, tra l'altro, 


198 M. ZEZON 


Di Giampietro Vieusseux (1). 
[Giugno 1832] (2). 


Vi mando coll'Antfologia, il primo fascicolo del Tesoro (3). Non 
potreste voi fare su questo nuovo tesoro un articolo per l’Antologia? 
pensateci. Frattanto rammentate il Biondi (4). Vi annunzio la morte di 
dura ela . «+++ (5) e vi abbraccio. 


— - e ——_ 


al padre « ...il duca di Modena, che probabilmente sa la verità della 
cosa, nondimeno dice pubblicamente che l’autore son io, ele ho 
cambiato opinioni, che mi sono convertito... », e, non tollerando ciò, 
aveva mandato anche al ciornale di Modena Za voce della rerità. 
la sua protesta che non fu accolta. « Jo non sono stato mai né irre- 
«lizi>so, nè rivoluzionario di fatto nè di massime » —- aggiungeva 
nella lettera al padre. — «Se i mi>j principii non sono precisa nente 
«quelli che si professano ne’ Dialoghetti, e ch'io rispetto in lei. ed 
«in chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali. 
«ch'io dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva 
«ch'io dichiarassi di non aver punto mutato opinioni, e questo è 
« ciò ch'io ho inteso di fare ed ho fatto (per quanto oggi è possibile) 
«in alcuni giornali. In altri non mi è stato permesso ». Cfr. Fp.?, II, 
p. 481. E la lettera del Galvani ne lascia ben sottintendere le ragioni: 
Quel giornale che si proponeva di difendere la causa della religione 
e combattere i liberali, che, come affermava il Galvani, con opuscoli. 
dizionari, canzoni, romanzi, avevano traviate le menti, non poteva 
inserire tra le sue pagine, la protesta del Leopardi che era ritenuto 
tale, che era l'amico del Giordani e dei letterati del Gabinetto Vieussenx 
che miravano al liberalismo con l’Antologia contro cui esso sosteneva 
un'aspra polemica. Cfr.: P. PrUNAS, L'Antologia di G. P. Vieusseur, 
Albrighi e Segati, 1906, pp. 290 sgg. ed FE. CLERICI, Za vore della 


verità, cit., pp. 65 e sge. 


) Cfr. la nota 1 a p. 171. 
) Senza data, ma da una lettera al De Sinner del 21 giugno 1832 
sì deduce che può essere del giugno 1832. Cfr. Ep.?, II, p. 485. 

(3) Il Thesaurus graecac linquue ab Henrico Stephano constructus, 
Firmin Didot, 1831, la cui pubblicazione nel 1832 era diretta da 
Teobaldo Fix e Luigi De Sinner ehe presto si ritirò lasciando al Fix 
di continuare da solo l'opera incominciata. Cfr. N. SERBAN, Lettrea 
inélites relatirves à G. Leopardi, cit., p. 17. 

(4) Cfr. la nota 1 a p. 202. 

(5) Parola illeggibile nel ms. 


{1 
(2 


LETTERE A 0. LEOPARDI 199 


Di Giorgio Federico Nott (1). 
23 giugno 1832. 

Appena posso dirvi quanto sono stato dispiacente di non esser 
passato da voi, per sì lungo tempo, a domandare della vostra salute, 
e a godere della vostra conversazione. 

Voi sapete che sono stato occupatissimo nel terminare i miei lavori, 
e nel fare i preparativi per la partenza. Però non avrete saputo forse, 
ch’io sono stato per più di due settimane gravemente ammalato, per 
molti giorni da non poter uscir di casa, neppure anche levarmi dal 
letto. Mi trovo ora grazie a Dio rimesso. 

Ma passiamo al principale motivo che ora mi fa scrivere. Siccome 
dalla mia dimora (2) si può godere perfettamente della vista della 
festa che si dà stasera sul Lung Arno (3), così vi prego di farmi la 
grazia a venire a parteciparne meco, 

Mi farete doppia grazia conducendo con Voi Pamabile amico, con 
cui convivete. 

Non vi tedio più nella persuasione che avrò il vero piacere di trat- 


tenermi con Voi personalmente stasera, ecc. 


Di Matteo Antici (4). 
Recanati, 26 giugno 1832. 


Quanto graditissima mi sia giunta la vostra dei 14 corrente, altret - 


tanto dispiacentissimo io sono per trovarmi nella circostanza che la 


(1) Cfr. la nota 1 a p. 181. 

(2) Il Nott abitava nella. Locanda Sehneiderff sul Lung’ Arno 
Guicciardini come si rileva dall'indirizzo segnato in fine della lettera. 

(3) Una delle feste principali che si facevano con grande pompa 
a Firenze era quella di S. Giovanni Battista che si faceva la vigilia 
con gran corsa di cocchi in Piazza S. Maria Novella e fuochi artifi- 
ciali che sfolgoravano in razzi e pioggie luminose dall'alto della Torre 
di Palazzo Vecchio. Cfr. G. Bragr, Politica e bel mondo in La rita 
italiana nel Risorgimento, Treves, vol. I (1815-1821). pp. 190 sgg. 
Anche in una lettera del Leopardi al padre del 23 giugno 1827 se 
ne ha una narrazione ed il rimpianto che il poeta provò per non avervi 
potuto assistere perchè molestato dalla flussione d’ocehi ehe non 
gli permetteva di uscire. Cfr. £p.7. IL, 218. 

(4) Matteo Antici era cugino del Leopardi. 


200 M. ZEZON 


prima volta in cui veggo i vostri caratteri non posso adempiere al 
piacevole incarico che m’incompesate. Fino dagli 8 dello spirante mese 
mi trovo qui con tutti i miei, e sarei stato ben lieto d’un qualunque 
ritardo, perchè così mi sarei in Roma procurato il bene di conoscere 
i due giovani signori di cui mi parlate (1), e avrei servito un mio 
carissimo cugino, benchè in cosa ben piccola. Spiacemi questo inci- 
dente di cui ne accuso il destino. Se quei due signori si saranno diretti 
alla mia abitazione, avranno rilevato dal domestico la mia assenza 
da qualche giorno, e quindi avran detto fra loro, oh quanto male 
l'abbiamo indovinata! ma certo se mi trovava nella Capitale non avrei 
trascurato mezzi perchè fossero rimasti sodisfatti del debole pre- 
sentante nella Nocietà da me frequentata. Quantunque non abbia il 
piacere di conoscerli, potrete in riverendoli dare loro ad intendere 
questi miei sentimenti. 

Godo sentire vostre buone nuove, e spero che codesto soggiorno 
Vi sarà sempre proficuo. 

I nostri comuni congiunti, tutti in ottima salute, affettuosamente 


vi salutano, ecc. 


Di Raimondo Gozzani (2). 


Roma, 21 agosto 1832. 


Non sapendo se Tonino sia tornato in Firenze (3), non sapendo 


se debba scrivergli, sotto il suo nome, o sotto quello di Mario Signo- 


(1) Vedi la lettera del Leopardi a Matteo Antici del 14 giugno 1832. 
Ep.?, II, 483. 

(2) Raimondo Gozzani di Casal-Monferrato (1807-1880) di nobile 
famiglia. Si laureò in Giurisprudenza all'Università di Pisa, ma eser- 
citò per poco quella professione perchè per rovesci di fortuna fu 
costretto a cercare un impiego governativo. Nel 1849 ottenne la 
cattedra di Istituzioni canoniche nell'Università di Pisa, che più 
tardi cambiò con quella di Diritto canonico nell'Università di Siena. 
Cfr. la -necerologia in Annuario seolastico della Università di Pisa 
per lÈanno accademico 1879-80, Pisa, tin. Nistri, 1880, pp. 149-50. 

(3) Il Ranieri in quel tempo era a Bologna. Sin dalla seconda metà 
di luglio 1832 aveva deciso di tornare in Napoli dove lo richiamavano 
le continue insistenze dei suoi, ma la meta principale del suo viaggio 
era stata Bologna dove si trovava la Pelzet. e solo nell'ottobre sì 
diresse verso Napoli ove giunse nel novembre. 


LETTERE A G. LEOPARDI 201 


rini (1) per non moltiplicare le lettere mi prendo la libertà di man- 
dare sotto la vostra coperta la qui acclusa. In grazia dell’amico co- 
mune perdonatemi questo secondo incomodo. Una lettera di Tonino 
mi fa sperare che riavrò il piacere di abbracciarvi. Possa questa cosa 
verificarsi! Intanto credetezi, ecc. 


Di Luigi Ciampolini (2). 


l. i 
24 agosto 1832. 


L’Ajazzi (3) ed io ti preghiamo a osservare se il presente mano- 
scritto è difettoso o no, e a fare un piccolo indice delle opere in esso 
contenute. Addio a domani sera. 


Dello stesso. 


2. 
[Senza data: 1832 ?]. 


Volevo venir da te: ma trovandomi forte afflussionato resto in 
casa. Bramo le tue nuove. Se non sai come passare un’ora e che la 
salute te lo permetta passa da me, stasera, ben’inteso che ciò non ti 
scomodi. Addio, 


(1) Il Ranieri per prudenza e per non irritare i suoi familiari soleva 
farsi inviare le lettere con sopraccarte recanti falsi nomi. Cfr. Sette 
anni di sodalizio con G. Leopardi, cit., pp. 123-145, ed. Ep.?, II, 
pp. 609 seg. | 

(2) Luigi Ciampolini di Firenze (1786-1846). Nel 1822 si recò a 
Corfù ove insegnò per quattro anni letteratura italiana, e tornato 
in Toscana scrisse il Commentario delle querre dei Sulliotti, e poi nel 1834 
intraprese la Storia del Risorgimento della Grecia che terminò nel 1843, 
ed uscì postuma nel 1846. Lasciò anche altri seritti tra cui un dialogo 
Il Leopardi, frammento edito nel 1842 nella Strenna fiorentina « Ri- 
cordati di me », che fu ripubblicato anche da P. ConxtRUCCI, nei Cenni 
sulla vita e sugli scritti del cav. L. Ciampolini, premessi aila Sforia 
del Risorgimento della Grecia nel 1846. Per le notizie biografiche 
vedi anche: Una necrologia in Archivio storico Italiano, Firenze, 1846, 
III Aell’Appendice, pp. 772 spg.; G. ARcANGELI, Prose e Poesie, Ni- 
renze, 1857, II, pp. 543 e sgg.; A. BrorreERIO, £ mici tempi, Torino, 
1905, VIII, p. 494; G. MazzoxI, L'Ottocento, cit., pp. 487-88. Nel 
Dialogo il Ciampolini afferma che egli in Firenze fu « familiarissimo » 
del Leopardi, e fu difatti tra i letterati del Gabinetto Vieusseux uno 
di quelli che meglio compresero ed ammirarono il Leopardi. 

(3) Cfr. la nota 1a p. 203. 


202 M. ZEZON 


Di Luigi Biondi (1). 
Torino, 30 agosto 1832. 


Sarei poco sincero se non confessassi che le lodi dalla V. S. chia. 
rissima date al mio libro (2) mi hanno toccato l’anima: perocché 
quantunque la mia mente non voglia mai esaltarsi per lodi, pure non 
poteva non essere commossa da quelle che le vennero da tanta dot- 
trina, quanta, per una specie di miracolo, si trova riunita nella V. S. 
meritamente celebrata come sostegno de’ cadenti studi italiani, né 
io per altre ragioni posi il mio ingegno a quel volgarizzamento, sé 
non per mostrare, così come io scarsamente poteva, alla gioventù 
nostra (ormai resa in gran parte straniera alla materna lingua del 
Lazio) quali siano le vere bellezze; bellezze che sono in diritta oppo- 
sizione collo strano modo di comporre libri ne’ giorni nostri. Ma più 
che io non potrò fare con quella imperfetta copia, farà Flla cogli 
scritti suoi, aurcei tutti, e pieni dell’antica sapienza. 

Questa mia le verrà dal giovane abate Baruffi, che non è della 
turba dei traviati. Egli ha buon'ingegno, e si diletta nello studio dei 
classici. E perciò è giusto il desiderio che lo muove inverso Lei. ed 
io a lei inviandolo, ne lo appago. 

In autunno passerò per costà, e satisfarò pur io al desideno im- 


menso, che ho di vederla e di abbracciarla. ece. 


(1) Luigi Biondi, romano (1776-1839), archeologo, filologo, lineo 
e traduttore. Insieme col Perticari, col Betti ed altri fondò il Giornale 
Arcadico. Fu uno dei capi del classicismo romano, presidente del. 
TAccademia pontificia di Archeologia. La sua traduzione delle Geor- 
giche dì Virgilio fu molto lodata dal Leopardi. Cfr. Ep.?, 1I, p. 49. 
Sul Biondi vedi: S. BeTTI, Alcune notizie intorno alla vita del marchese 
L. Biondi, poste innanzi alle Egloghe di Virgilio, Carpurnio, ecc. 
rolgarizzate, Roma, 1841; P. E. VIscoNTI, Orazione delle lodi del 
defunto marchese L. Biondi, Roma, 1841; le sue lettere furono pubbli- 
cate a Roma nel 1846; G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 378-719. 

(2) Il libro delle Georgiche rolgarizzate pubblicato in quell'anno è 
dedicato a Carlo Felice. Il Leopardi non conosceva personalmente il 
Biondi, ma ne ammirava l'ingegno, per cui quando per mezzo del- 
Abate Zanoni ebbe l'esemplare delle Geargiche glielo lodò con lettera 
del 10 luglio 1832. Cfr. Z2p.7, Il. pp. 492-93. 


LETTERE A G. LEOPARDI 203 


Di Giuseppe Aiazzi (1). 
2 ottobre 1832. 


L'amico Ciampolini (2) mi disse che Ella si sarebbe disfatto d'una 
copia delle Georgiche di Virgilio tradotte dal Biondi (3); perciò avendo 
trovato da eritargliela, ed anzi essendo corso in impegno di darla, 
la pregherei di consegnarla al latore del presente, dicendomi per 
questo mezzo il prezzo che ne vuole, che domani glielo rimetterò. 
Mi creda, ecc. 


Di Luigi Ciampolini (4). 7 
13 ottobre 1832. 


Avrai saputo dalla tua donna che sono stato incomodato, e che 
solo sono uscito ieri mattina. Volevo visitarti ma l'ora era incongrua. 
Lo stesso m’avviene quest'oggi, lo farò volentieri, ma non son certo 
se avrò questo piacere, partendo dopo pranzo. Io vado da Puccini (4). 
Se eredi che io possa giovarti, scrivimi. Intanto mi congratulo teco 
di saperti meglio de’ tuoi incomodi, i quali presto svaniranno con 
la convalescenza. Addio. 


(1) Giuseppe Aiazzi, libraio fiorentino. Amico del Ciampolini cbbe 
l'incarico di curare la stampa delia Storia del Risorgimento della 
Grecia che per opera sua vide la luce nel 1846. 

(2) Cfr. la nota 2 a p. 201. 

(3) Cfr. la nota 1a p. 202. 

(4) Cfr. la nota 2 a p. 201. 

(5) Niccolò Puccini di Pistoia (1799-1852) munifico signore ed 
amico dei letterati. Dopo un viaggio all’estero, intrapreso nel 1824, 
si recò spesso a. Firenze dove strinse amicizia con gli uomini più illustri 
chie vi dimoravano e partecipò alle riunioni del Gabinetto Vieusseux. 
Fu largo di ospitalità a connazionali e stranieri e nella sua villa accolse 
il Sismondi, il Gioberti, il Giordani, il Niccolini. il Guerrazzi, il La- 
Farina. i Poerio, ed Alessandro Poerio compose delle Canzoni per 
una Raccolta che il Puccini volle fare per illustrare i monumenti 
posti nella sua villa ai grandi italiani; il marchese Ridolfi, il Ciampo- 
lini e motti altri. Cfr. in £p.?, Il p. 238 una lettera del Leopardi 
a lui del 26 settembre 1827. Per più estese notizie biografiche vedi: 
P. ConTRUCCI, Biografia di Niccolò Puccini, Pistoia, tip. Cino, 1852; 
A. Citti, Il Risorgimento italiano nel carteggio di P. Contrueci, Pa- 
ravia, 1904, passim. 


204 M. ZEZON 


Ss 


Di Luigi Giambene (1). 
Roma, 23 ottobre 1832. 


Il suo Sig. Padre mi rimise da Recanati francesconi 55,35 dei quali 
avendone pagati 25,20 in estinzione di una sua cambiale (2) mi rima- 
sero francesconi 15, e li rimanenti 15,15 mi disse che gli avessi fatti 
pervenire a Lei come eseguisco, mentre li riceverà dal Sig. Cav. Man- 
nucci segretario generale del Dipartimento delle Poste. Quando tutto 
questo lo trovi in regola mi farà somma grazia se si compiacerà di 
due righe di approvazione per mia quiete trovandomi fuori la rice- 
vuta di francesconi 55,35. | 


Perdoni il disturbo, se vaglio a servirla, non mi privi dei suoi co- 
mandi, ecc. 


Di Giampietro Vieusseux (3). 


5 novembre 1832. 
[Invito a stampa]. 


Gian Pietro Vieusseux, Direttore dell’ Antologia, prega il Nignor 
Conte Giacomo Leopardi di fargli l'onore d’intervenire alle riunioni 
che avranno luogo in casa sua, giovedì p. v. 8 del corrente; ed ogni 


giovedì successivo sino al 14 marzo inclusive, alle ore 7 di sera. 


(1) Luigi Giambene, segretario generale delle poste pontificie in 
Roma. 

(2) Il 14 agosto 1832 il Leopardi scriveva al padre d’aver tratto 
una «cambialina di 24 francesconi a 20 giorni data sopra il sig. Luigi 
« Giamibene segretario generale delle poste pontificie » valendosi del 
permesso da lui avuto, e diceva di aver data a questi una lettenna 
per lui. HI Piergili Tha pubblicata in nota alla lettera del 14 agosto. 
Cfr. £p.7, 11, 497. Il 13 settembre riscrisse al padre perchè avesse 
voluto soddisfare il pagamento della cambiale, ed avendo ricevuto. 
dopo terminata la lettera, un avviso dal Giambene che sino al giorno 11 
di quel mese non gli era nulla pervenuto aggiunse « Ora appunto 
«ricevo avviso dal Giamtene che nulla gli è pervenuto da Recanati 
« fino al dì 11 in cui egli scrive. Io sudo freddo, e gli scrivo subito 
« di rivalersi sopra di me, con cambiale, ch'io accetterò immediata 
«mente, e non avrò poi come pagare, Se le è caro il mio onore, la 
«supplico a far giungere senza rerun indugio al Giamibene i 24 fran 
«cesconi ch'io trassi per avermi Ella detto che sarebtero subito 
pagati ». Cir. Zp.?, II, pp. 501.2. 

(3) Cfr. la nota n° 1, p. 171. 


2 


LETTERE A G. LEUPARDI 205 


Di Carlo Pepoli (1). 
Ginevra, 30 novembre 1832. 

Il Sig. De Magnoncourt che viene in Italia, per conoscere tutte 
le cose e le persone più pregevoli, ti recherà questa mia letterina. 
Tu fra i dottissimi del nostro paese, aecoglierai con festa un lettera- 
tissimo francese che cerca, e tiene in gran pregio ogni nostra fama. 
Io spero che lo vorrai condurlo alla casa del Niccolini (2), acciò vegga 
il tragico illustre che dettò il Procida (3), ed a questo poeta, tu mi 
ricorderai servitore... Sono poi bramoso di udire le tue nuove e sapere 
quali opere tu stai scrivendo, essendo così tra loro svariate le voci 
che me ne furono raccontate, da confondermi grandemente. Non ti 
raccomando il signor De Magnoncourt perchè non ha bisogno di 
raccomandazioni, ma ti saprò grazia di tutti gli uffici di cortesia che 
adopererai verso questo signore che accompagna il molto sapere alla 
molta cortesia. Sta sano, ece. 


Di Giampietro Vieusseux (4). 
l. 
[Fine del 1832 o primi mesi del 1833]? 
Mannucci (5) si reca giovedì prossimo ore dieci in campagna per 
tutto quel mese. Non potrà quindi essere per detto tempo altrimenti 
intermediario con l'amico di Napoli, che ha egualmente prevenuto, 


e col quale converrà corrispondere direttamente, ecc. 


(1) Cfr. la nota 3 a p. 161. 

(2) Su G. BR. Niccolini vedi: A. VaxxmuccI, Ricordi della rita e 
delle opere di G. B. Niccolini, Firenze, Le Monnier, 1866; M. OSTERMANN, 
Il pensiero politico di G. B. Niccolini nelle tragedie e nelle opere minori, 
con l'aggiunta di sonetti e lettere inedite, Milano, 1900; M. BALDINI, 
Il teatro di G. B. Niccolini. Firenze. 1907; G. Mazzoni, L'Ottocento, 
cit., pp. 1889 seg. e la bibliografia in fine del volume, a p. 1340. 

(3) La tragedia Giovanni da Procida, scritta nel 1817 e rappresen- 
tata nel 1830 che fu bene accolta come protesta contro la tragedia 
antitaliana. 

(4) Cfr. la nota 1a p. 171. 

(5) Pietro Leopoldo Mannneci segretario generale delle poste 
toscane in Firenze. Il Leopardi accenna a lui nella Lettera alla sorella 
del 24 maggio 1831 quando le disse di spedireli il suo protocollo 


206 M. ZEZON 


Dello stesso... 


9 


[Invito a stampa]. 
20 marzo 1833. 


Ho l’onore di avvisarvi che, tranne il caso di qualche gita che mi 
tenesse assente da Tirenze per più d’una settimana, il mio Salone 
resterà aperto tutto l'anno a' miei Amici, nel giorno di giovedì alle 
ore 7 della sera; e che Ja presenza vostra mi farà sommo onore e 


piacere. 


Dello stesso. 


3. 
[Senza data]. 


Questa sera alle ore 8 avrò in casa mia un'altra persona, il Cav. Mele 
di Ravenna (1), ora tornato da Parigi come membro della commissione 


del Cholera. 


di lettere letterarie. Cfr. £Zp.7, IT. 420. Ho creduto poter essere della 
fine del 1832 o principio del 1833 perchè allora il Mannucci faceva 
da intermediario nella corrispondenza tra il Leopardi da Firenze ed 
il Ranieri da Napoli. Se ne ha un accenno nella lettera del Leopardi 
al Ranieri del 25 novembre 1832. Cfr. £p.?, IT, 609. Una lettera 
del Mannueci al Ranieri in data da Firenze, 2 febbraîo 1833 la rin- 
venni tra le carte del Ranieri. possednte dalla Duchessa Carafa 
D'Andria. e la riporto qui « Ho ricevuto le grate vostre del 10 e 26 
«scaduto. ed ho fatto tenere le raccomandazioni all’Amico [eviden- 
«temente il Leopardi]. Se mi giungerà per Voi qualche altra lettera 
«da Parigi, state tranquillo che senza ricorrere ad alcun altro indi- 
« viduo nè posta in distribuzione, io ve ne farò esatto diretto invio 
«costà. Io vi detti quell'avviso nel dubbio che tali lettere potessero 
«essere, per così dire, giornaliere; non lo essendo, posso avere il 
« piacere di servirvi. Abbiamo il nuovo Superiore, che come nuovo è 
«un poco rigoroso, ma si abbonerà, mai abusandosi da me e dagli 
« altri di nostri posti, ma delicatamente usandone a riguardo di qualche 
« particolare amico. Finché ciò segua anderà bene che non mandiate 
“a me abitualmente le vostre per l'Amico, ma solo tratto tratto 
«quelle che possono più interessarvi, o fossero pesanti. Venite presto 
“fra noi, ecc. ». 

(1) Domenico Meli di Ravenna, dottore in filosofia. medicina e 
chirurgia. Fu socio dell'Accademia di scienze, lettere ed arti di Pa- 
dova, membro della Società R. di medicina di Bordeaux e di altre 


LETTERR A G. LEOPARDI 207 


Di Francesco Palermo (1). 
| [Senza data]. 
Ricordatevi che l’altra sera vi dissi queste parole, consegnandovi 
que’ cinque ducati, che dopo molte sere che sono andato alla consueta 
assistenza per il pagamento, sabato sera mi pigliai i cinque ducati, 
non già per acconto, nè con dichiarazione che il residuo sarà dato 


Accademie. Nel 1832 fu mandato col Cappello e col Lupi a studiare 
il colera a Parigi e come risultato delle sue osservazioni serisse un’opera 
intitolata: Kisultamento degli studi fatti a Parigi sul cholera morbuas, 
ristampata a Firenze nel 1835. Scrisse varie opere mediche, disserta- 
zioni, discorsi apologetici e lettere d’argomento medico di cui si 
trovano notizie e recensioni nei tomi XVIII, XXII, XXV, XXVIII, 
XXX. XXXII, XXXIV, XXXVI, XLVIII, LI, LXXVIII del 
Giornale Arcadico di scienze, lettere cd arti di Roma. 


(1) Francesco Palermo, napoletano (1800-1874). studioso di storia 
e poeta. In Toscana, dove si recò da giovane a studiare, conobbe il 
Capponi ed il Vieusseux dei quali divenne amico. Fu bibliotecario 
del Ministro della Guerra a Napoli, poi nel 1850 andò a Firenze come 
bibliotecario della Palatina per la quale, consigliato dal Vicusseux, 
acquistò a spese del Granduca Leopoldo II i manoseritti ed i libri 
a stampa posseduti dal De Sinner, tra i quali erano anche quelli del 
Leopardi che ora sono alla Nazionale di lirenze. Cfr.: G, PIERGILI, 
Nuovi documenti intorno agli scritti ed alla vita di G. Leopardi, Fi- 
renze, Le Monnier, 1892, pp. 24 sgg. Fu socio dell’Archivio storico 
italiano nel quale pubblicò nel 1856, III, 1 e IV, 2, uno studio su 
Pietro ('olletta uomo di stato e scrittore, su cui efr.: NINO CORTESE, 
Saggio di Bibliografia C'ollettiana, cit., p. 68. Pubblicò vari articoli 
sul giornale di parte moderata Il Lucifero che diresse per quattro 
mesi dal 2 febbraio al 16 giugno 1848. Conosciuto il Leopardi, senza 
dubbio nel Gabinetto Vieusseux, ne concepì grande stima e due anni 
dopo la morte del Leopardi scrisse un canto intitolato Giacomo 
Leopardi, vedi Canti di Francesco PALERMO, Firenze, tip. Gali- 
leiana, 1839, pp. 78 seg. Una interessante notizia sul Palermo la 
dà G. FoRrTUNATO nel suo articolo, L'ultimo autografo politico di 
re Gioacchino Murat, in Rassegna Nazionale, 10 maggio 1917. Vedi 
anche: V. IMBRIANI, Alessandro Poerio a Venezia, lettere e documenti 
del 1848, Napoli, Morano, 1884, p. 451, nota; G. Mazzoni, L’Otto- 
cento, cìt., p. 1191; F. De SanctTIS, Nuovi saggi critici, p. 77. Vari 
giudizi su di lui si trovano nell'£pistolario del Capponi edito dal CAR- 
RAREST, Firenze, Le Monnier, 1890, v. II, pp. 6, 11: IV, p. 360; VI, 
p. 422. 


208 M. ZEZON 


prima o dopo, niente di questo, me li pigliai come vi dissi, perche 
non potendo avere tutti e dieci, stimai meglio avere questi che nulla. 
Che poi non vogliate firmare il 5° foglio prima di avere il residuo dei 
cinque ducati. avete ragione, ma io son certo che non l’avrete prima 


della firma. Con dichiarazione, ecc. 


Di Fruttuoso Becchi (1). 
1° gennaio 1834. 
Secondo l’onorevole incarico che mi ha dato l’Accademia Le tras- 
metto il Diario per l’anno, che ha principio da questo giorno; e La 
prego a un tempo che, se mai occorresse che Ella si trovasse in Firenze 
in uno dei giorni, ne’ quali cadono le nostre adunanze, voglia degnarsi 
d'intervenirvi, e apportare così all'Accademia medesima un onore 
che ha ragione di tenere in grandissimo pregio. 
In tale occasione sono lieto di poterle far palesi i sensi della mia 
altissima stima, ecc. 


[Segue il Diario accademico per l’anno 1834]. 


Di Giorgio Federico Bunsen (2). 
[18359] (3). 
Non posso consolarmi di non rivedervi con un poco di tranquillità 
prima di partire. Fatemi la grazia di pranzare ancora una volta con 
noi oggi alle ore due. Non sentendo altro spererò di vedervi. 


(1) Fruttuoso Becchi fiorentino (1804-1839). Fin dal 1828 fu 
addetto alla Biblioteca Riecardiana, ed il 26 agosto 1831 fu ascritto 
all'Accademia della Crusca ove tenne dapprima le veci del segretario 
Zannoni, e poi nel 1839 fu eletto a tale ufficio. Abbiamo di lui Prose 
edite ed inedite, Virenze, Campolini, 1845, tra le quali è anche un 
Elogio del Conte Giacomo Leopardi, che il Becchi lesse nell'adunanza 
tenuta dall'Accademia della Crusca il 10 settembre 1839. Cfr. Op. cit, 
pp. 276-288. Sul Becchi vedi: Cenni neerologici del sac. dott. Fruttuoso 
Becchi, in Nuoro Giornale de’ letterati, 1839, pp. 143 seg.; D. VALE- 
rIANO, Necrologia di Fruttuoso Becchi, Firenze, 1840, la notizia bio- 
gratica in Lettere edite ed inedite del car. Dionigi Strocchi ed altre ine- 
dite a lui seritte da uomini iMustri a cura di G. CIHINASSI, Faenza, 1868. 
tip. Conti, vol. TI, p. 264 nota. 

(2) Cfr. la nota 1a p. 179. 

(3) Credo che questo biglietto del Bunsen sia del 1835 perchè 
fuori reca il seguente indirizzo: A S. E. Il Signor Conte G. Leopardi. 
Vico del Pero n° 2, 2° piano, N. Teresa degli Scalzi. 


LETTERE A G. LEOPARDI 209 


Di Francesco Puccinotti (1). 
7 febbraio 1835. 


Il Marchese Pompeo Azzolino (2), uno de’ tuoi più caldi e sinceri 
ammiratori, ha dato in luce questo libretto su Dante (3), che per 
mia parte vuole a te inviato e raccomandato. 

Se la salute, come spero, te lo permetterà me ne favorirai, dopo 
letto, un tuo autorevole giudizio che io a lui comunicherò; essendo egli, 
come giovine nella letteraria palestra, in massimo desiderio e bisogno. 

Mi valgo di questo incontro per dimandarti novella del viver tuo, 
e ripeterti che la mia devozione per te, o sapientissimo, e l’amor mio 
sono inalterabili. Vivi glorioso, ecc. 


(1) Francesco Puccinotti di Urbino (1794-1879), medico. Insegnò 
medicina e storia della medicina a Macerata, Bologna, Pisa, Firenze. 
Collaborò al Giornale Arcadico di Roma e tra i nomi di altri illustri 
collaboratori come il Mai, il Borghezi, conobbe anche quello del 
Leopardi. Ottenuto l’incarico di miedico in Recanati ebbe occasione 
di conoscere personalmente il Leopardi e sorse tra loro affettuosa e 
sincera amicizia. Nell’Epistolario leopardiano e nelle lettere del Pucci- 
notti raccolte dal CHEccUCccI se ne hanno le prove. Per le notizie 
biografiche sul Puccinotti vedi: (3. PiTkÉ, Profili biografici di con- 
lemporanci italiani, Palermo, 1864; G. RoBUSTELLI, Francesco Puce- 
rinotti, Roma, 1880; M. TABARRINI, Vite e ricordi d’'italiani illustri, 
Barbera, Firenze, 1884, pp. 277-288. Per le sue relazioni col Leopardi 
vedi: le Letlere scientifiche e fumiliari di F. Puccinotti, raccolte da 
A. CieccuccI, Firenze, Le Monnier, 1877; Lettere inedite del Leopardi 
e del Puccinotti per cura di A. AvoLi, Roma, Befani, 1885; Lettere 
inedite di F. Puccinotti al Ricci, per cura di E. BerTTUCcCI, Macerata, 
1898; G. BACCINI, Spigolalure leopardiane in La Stella Polare, Salerno, 
anno I, 1901, nn. 6° e 79; e dello stesso F. Puccinotti ed alcuni suoi 
pensieri inediti, in Rassegna Nazionale, 16 aprile 1903; e Scritti inediti 
di FP. Puccinotti con notizia biografica e critica di G. ZACCAGNINI 
€ €. LAGOMAGGIORE, Urbino, 1904. ed infine £pistolario Ieopardiano, 
ed. cit., vol. II. 

(2) Pompeo Azzolini, fiorentino, fu dedito alla musica ed alle 
lettere; cfr. G. NATALI, Un poeta maceratese, Macerata, 1898. 

(3) L’Azzolini s'occupava particolarmente di studi danteschi. Ho 
potuto, però, vedere solo i seenenti seritti: Sul veltro di Dante, lettera 
a (rino Capponi, Firenze, Pezzati, 1537; Sul libro « De Monarchia » 
di Dante Alighieri, lettera al marchese Giorgio Teodoro Trivulzio, 
Bastia, 1839. 


14 - Giornale storico — Suppl. n° 24. 


210 M. ZEZON 


Di Pietro Manni (1). 


- l. 
) 11 febbraio 1833. 


Anche io sono malato, e vi rispondo dal letto; non per questo man- 
cherò di servirvi. Per la fine della presente settimana parte un mio 
amico, a cui può affidarsi qualunque siasi cosa, poichè alla diligenza 
accoppia molta onestà. Favoritemi dunque il plico, ed io mi darò 
cura del resto. Questa è la città delle distrazioni, ma sempre ho avuto 
in animo di visitarvi, e rinnovarvi quella stima, in che non io solo, 
ma tutta Italia vi tiene. Quando mi sarà dato potere uscire di casa, 
la prima visita sarà da voi, ora che mi è nota la vostra abitazione. 

Io mi sto occupando della quarta edizione della mia operetta sulla 
cura delle morti apparenti (2), che S. M. vuol diffusa per tutti i Co- 
muni, Ospedali civili e militari del Regno. Ditemìi se l'avete mai 
veduta, e se vi fosse possibile dargli un’oechiata, e dirmene il vostro 
apprezzabilissimo parere intorno alla prosa. Amatemi quanto vi 
amo, ecc. 


Dello stesso. 


2. 
13 febbraio 1835. 


Vi mando il mio libretto sulle Asfissie (3), mi obbligherete moltis- 
simo, se vorrete darmene il vostro parere, che apprezzo moltissimo. 
In Toscana dopo l'edizione prima fattane in Roma è stato ristampato. 
e molto accresciuto da me, ma non ne tengo verun esemplare, per 
cui vi mando questo di Napoli che riterrete in proprietà come testi. 
inonio di mia molta stima per voi. 

Tutto che mi avete mandato sarà in Roma fra tre giorni, e relì. 
giosamente consegnato. Comandatemi, ecc. 

(1) Pietro Manni di Terni (1778-1839), scienziato. Studiò dapprima 
lettere, poi si dedicò alla medicina che insegnò dal 1822 nell'Univer- 
sità di Roma. Viaggiò molto in Italia ed all'Estero. Scrisse diverse 
opere mediche, e le Lettere intorno alla Sicilia pubblicate nel Giornale 
Arculico, LXVI. Fu socio di varie accademie. Cfr. G. GxoLI. Breve 
commemorazione della vita e delle opere del cav. prof. P. Manni, Bo- 
logena, 1839. 

(2) Manuale pratico per la cura degli apparentemente morti e 
asfittici, di cui la prima edizione apparve in Roma nel 1833. 

(3) Cfr. la nota n° 1a p. 210. 


LETTERE A G. LEOPARDI 211 


Dello stesso. 


=# 
18 febbraio 1835. 


Io sono ancora nella impossibilità di far uso della mia gamba 
destra, altrimenti mi sarei procacciato il piacere di venirvi a trovare 
e passare un qualche tempo in vostra compagnia: spero però di esser 
in grado di poter almeno in vettura uscire di casa. 

Il figlio del sig. Marchese Gargallo (1) che mi onora di sua amicizia 
è smaniosissimo di avere le vostre bellissime poesie. Il sig. Cala- 
mandrei (2) ha girato per tutto Napoli e non gli è stato possibile 
rinvenirle: vorrei dunque farvi un progetto: se poteste averne subito 
un esemplare per render paghe le brame dell'amico Gargallo, dimani 
io scriverei direttamente a Piatti attinchè per il più sollecito mezzo 
me le mandasse, e di siffatto modo si paregerebbe la partita. Io farei 
eccellente figura con Gargallo, resterei a voi obbligato della grazia 
compartitami e l’amico vostro niente scapiterebbe del favore fattovi. 
Vediamo, egregio mio sig. Conte e amatissimo amico, se si possa 
concludere questo negozio. lo lo spero. 

A quest'ora la lettera ed il fascicolo (3) dovrebbero essere nelle 
mani del Principe di Musignano (4). Fatemi lieto di qualehe vostro 
comando, ecc. 


(1) Sul Gargallo vedi nota 1 a p. 212. 

2) Sul Calamandrei vedi nota 1 a p. 215. 

(3) Credo si riferisca a qualche fascicolo della Storia del Regno di 
Napoli di cui s'oecupava allora il Ranieri, e di cui fu pubblicato 
nel 1835, pei tipi di Lorenzo Bianchi, in Napoli, solo il primo volume, 
e deve essere lo stesso plico di cui parla il Manni, nella lettera qui 
pubblicata, dell'11 febbraio di quell’anno. 11 Leopardi aceenna a tali 
fascicoli spediti a Recanati in una lettera al padre del 4 dicembre 1835. 
Cfr. Ep.7, vol. IT. ». 537, e si trova un riferimento ad essi anche 
nella lettera del Capponi al Leopardi del 21 novembre di quello 
stesso anno. Cfr. Scritti rari inediti, ece., cit., p. 504. 

(4) Carlo Luciano Giulio Lorenzo Bonaparte (1803-1857), natu- 
ralista. Durante il suo soggiorno in Italia partecipà alla maggior 
parte dei congressi scientitici dal 1830 al 1842. Pubblicò opere di 
ornitologia, in America, di iconografia della fauna italica, in Roma, 
ed un Catalogo metodico dei mammiferi europei, a Milano; ed uno 
sui pesci, a Napoli. 


14* — Giornale storico — Suppl. n° 24 


212 M. ZEZUN 


Di Tommaso Gargallo (1). 


[Marzo o aprile l835) (2). 
Gargallo manda il saputo libro al Signor Conte Leopardi pregan- 
dolo di sollecitarne la lettura fra oggi e domani. Attende intanto le 
prose, l’appuntamentino per Ferrari e la costui lettera a cui dovrà 
rispondere (3). Avendo prevenuto il Locandiere, sarebbe necessario 
che il compagno di viaggio del Signor Conte si desse la pena di recarsi 
a vedere il locale e conferire con lo scrivente. 


(1) Tommaso Gargallo, marchese di Castellentini, di Siracusa 
(1760-1842). È noto per le sue versioni poetiche di Orazio e Giove- 
nale. Tradusse anche il De Officiis di Cicerone e le Flegie di soggetto 
siciliano del Re di Bariera. Serisse versi sdruccioli, epigrammi e 
prose. Fu socio dell'Accademia della Crusca e della Ercolanese di 
Napoli. Vedi: D. VaccoLINI, Cenni biografici di Tommaso Gargallo, 
Faenza, Montanari, 1845; G. TAORMINA, Saggi e note, Girgenti, For- 
mica, 1890, pp. 171 sgg. e Tommaso Gargallo ed un suo amico. con 
lettere inedite di V. Monti, in Rassegna Siciliana. 1894. pp. 345 e sgg.; 
A. D'AxcoNA, Carteggio di Michele Amari, cit., vol. I, p. 2 sgg.; 
G. Curcio Burarpeci, Su le poesie giovanili di E. Gargallo, con 
appendice di lettere inedite, Modica, 1910. Per le sue relazioni col 
Leopardi, oltre le lettere a Michele Amari in Carteggio, cit., vedi 
anche G. Taormina, 7 Leopardi e la Sicilia, Palermo, tip. Giannone 
e Lamantia, 1885. 

(2) Ho ereduto poter segnare questa data perchè proprio allora 
il Gargallo s'era recato da Firenze a Napoli ed era stato presentato 
al Leopardi da Carlotta Lenzoni con lettera del 19 marzo 1835, 
cfr. Scritti rari inediti, cit., p. 469; e perchè la lettera del Ferrari. 
scritta certamente dopo questa, è del 16 aprile 1835. 

(3) Giambattista Ferrari, editore e libraio in Palermo. Il Leopardi 
aveva preparata una nuova edizione dei suoi Canti e delle sue Prose 
ed il Gargallo gli propose di farla stampare a Palermo, dove già 
nel 1834 s'erano ripubblicati, sulla edizione fiorentina, i Canti, pei 
tipi di Fr. Spampinato, e mise il Leopardi in relazioni epistolari col 
Ferrari. Vedi la lettera del Ferrari del 16 aprile 1835 qui pubblicata. 
Se non che questa edizione non si fece perchè il Leopardi poco dopo 
pattui la stampa di tutte le sue Opere coll'editore napoletano Saverio 
Starita. Ed il Gargallo a tale proposito il 2 dicembre di quell'anno 
scriveva a Michele Amari « ...11 povero Leopardi... ha fatto un con- 
tratto con un Pedone di Napoli per una seconda edizione delle sue 
cose, che omai da due volumetti monteranno a sei. Quindi molte 


LETTERE A G. LEOPARDI 213 


Di Giambattista Ferrari (1). 


Palermo, 16 aprile 1835. 


Sono tenuto alle distinte gentilezze dell’ottimo Sig. Marchese 
Gargallo di aver ricevuta una carta da lei direttami per di lui mezzo, 
dalla quale vengo a rilevare ciò che ella si compiace indicarmi circa 
al distinto merito delle sue opere troppo ben conosciute ed encomiate 
dalla Repubblica letteraria (2). 

Tostochè avrò ricevuto un nuovo carattere che per mio conto si 
sta operando, mi darò tutta la premura di farle conoscere i campioni 
per sua intelligenza, con farle quelle onorate proposizioni equivalenti 
al suo distinto merito. 

Godo poi di sentire che ella non sia l'autore di quella insulsissima 
Confutazione di Botta, tanto contraria al merito dell’insigne autore 
della Storia della .Guerra per Vindipendenza dell'America (3), e sie- 
come mi vien detto che quest’opuscolo merita la pubblica indigna- 
zione, così per sola e mera curiosità, ardisco di pregarla a procurarmene 
una copia, assicurandola che mi farebbe cosa oltremodo grata, se 


ciò fosse nel possibile. Mi onori de’ suoi grati comandi, ecc. 


poesie inedite. Le inedite sfortunatamente divorano le loro primo- 
genite venute in luce, non solamente dalla parte della poesia, ma 
si ancora della morale. Egli è un essere infelicissimo, che merita 
tutta la compassione; irritato perciò con la natura e con gli uomini. 
Vi hanno sin notato un non so che d'ateismo e peggio ancora, quando, 
Nel supporre una divinità, la suppone malefica e che gode di tor- 
Mmentar gli uomini. Le canzonette rimate poi sono infelici; e nel tutto 
è stato sinora pessimamente accolto, avendo immensamente detratto 
egli stesso alla fama che l'aveva preceduto, ed a’ quattro o cinque 
‘omponimenti belli in se stessi e più ancora per la opportunità del- 
l'argomento... ». Cfr. Carteggio di Michele Amari, cit., vol. 1, p. 1}, 
Lett. V, 

(1) Vedi nota precedente. 

(2) Il Leopardi gli aveva inviato un elenco degli seritti che voleva 
Stampare indicandone la rispettiva importanza. 

(3) Il conte Monaldo Leopardi, nel 1834, aveva pubblicato nel 
suo periodico La voce della ragione, una critica molto aspra alla 
Storia d'Italia di Carlo Botta in continuazione di quella del Guiectar- 
dini sino al 1789, contro i sentimenti patriottici e liberali che essa 


214 M. ZEZON 


- 


Di Vincenzo Balietti (1). 


Dalla Nunziatura, 17 maggio 1835. 


D. Vincenzo Balietti ha ricevuto la Promemoria (2), già combinata 
con Monsignor Nunzio, a cui si sarebbe fatto un dovere di rasse- 
gnarla per parte dell’amabilissimo Signor Conte Giacomo Leopardi, 
ma lE. S. R.ma è partita questa mane verso le 5, e non ritornerà 
che fra martedì, o mercoledì in Napoli. Al ritorno che farà, la sullo- 
data Promemoria non solo si presenterà a Monsignore, ma sarà rac- 
comandata dallo scrivente, onde maggiormente sollecitare il riscontro 


per passarlo al Signor Conte. 


ispirava in opposizione alle idee politiche reazionarie sue e del suo 
giornale. Quella confutazione fu da alcuni ritenuta di Giacomo ed 
egli che era di sentimento ben diverso se ne dolse e serisse una dichia- 
razione, che dovette inviare anche al Ferrari, come si rileva dal con- 
tenuto della lettera di questo, e che fece premettere al primo volume 
dell'edizione napoletana delle sue Opere fatta nel 1835 dallo Starita. 
Vedi: G. Mistica, Scritti letterari di G. Leopardi, cit., p. 390 e Studi 
Lleopardiani, Firenze, Le Monnier, 1901, p. 395. 


(1) Vincenzo Ralietti era segretario della Nunziatura in Napoli. 
Una sua lettera alla Contessa Ippolita Mazzagalli dell’8 luglio 1837, 
intorno alla morte del Leopardi fu pubblicata dal CUGNONI nel vo- 
lume Opere inedite di G. Leopardi, dagli autografi recanatesi, cit., 
vol. I. pp. cxxiv-cxxv, dove tra Valtro è detto che il giorno prima 
della morte del Leopardi, it Ranieri aveva ritirato dal Balietti un 
atto rilasciato da Monsignor Nunzio, in favore del Leopardi. che 
lo dichiarava suddito Pontificio e affermava che trovavasi in Napoli 
per curare la salute. per liberarlo da una tassa mensile che dove- 
vano pagare i giovani che formavano parte della Guardia di sicu. 
rezza interna della città. 

(2) Pal Diario inedito di Pier Francesco Leopardi si sa che quando 
il Leopardi si recò a Napoli, il Governo non voleva permettergli di 
soggiornarvi, per cui egli si rivolse al cardinale Ferretti, allora Nunzio 
Pontificio alla Corte, per ottenere il permesso, ma questi si ricusò, 
essendo contrario al Leopardi pel suo modo di pensare del tutto 
opposto. Allora il Leopardi si rivolse al Balietti, che era recanatese. 
il quale con molte insistenze indusse il Ferretti ad accontentarlo. 
Cfr. C. Axtoxa-TRAVERSI, Notizie ed aneddoti sconosciuti intorno a 
(r. Leopardi ed alla sua famiglia, Roma, Botta. 1885, p. 40. 


LETTERE A G. LEOPARDI 215 


Del Calamandrei (1). 
Napoli, 21 maggio 1835. 


Essendomi stato impossibile il ritrovare la sua abitazione poichè 
da lei all'insaputa cambiata profitto di questa posta di Napoli onde 
farle sapere che tutto è preparato per la stampa delle sue Poesie © 
Prose siccome Ella convenne: che anzi, il Cerretani si è già premunito, 
mediante la pubblica Istruzione del revisore che Ella stessa aveva 
desiderato. 

La prego a farmi cognita per mezzo dell'indirizzo Manni (2) il luogo 
di sua abitazione, onde trattare seco lei per la disposizione della 
edizione, e per la scelta dei caratteri, poichè il mio desiderio è che 
tutto sia conforme alla sua volontà, onde contraccambiarla, in parte, 


della gentilezza che mi fa. 


Di Gianvincenzo Mattei (3). 
Napoli, 27 luglio 1835. 


Per lo spazio di un mese sono stato in Castellamare per profittare 
di queste acque minerali, che ho sperimentato salutevoli. Ora mi con- 
viene ritornare in Patria o sia in Vico di Puglia. Avrei tutti i torti, 
se non mi concedassi da Lei, che per molta bontà mi onora della sua 
grazia, ed amicizia. Nella domenica passata fui in sua casa per rive- 
rirla, ma dopo aver più volte bussata la porta, non fui udito. Ora 
non posso ritornarvi perchè mi trovo con catarro non senza qualche 
mossa di polso. Adempirò intanto con questa mia al mio dovere 
per ricordarle il mio nome, e il mio rispetto. 

Il Sig. Arciprete Giovene di Molfetta (4) di cui più volte abbiamo 


(1) Ritengo che il Calamandrei ed il Cerretani facessero parte 
della casa editrice napoletana di S. Starita, che proprio in questo 
periodo aveva stipulato col Leopardi un regolare contratto per la 
Stampa delle sue Opere di prosa e poesia, che rimase sospesa per volere 
della Censura nel 1836. Ctr. il contratto ed il manifesto in G. LEOPARDI, 
Canti a cura di A. Doxati, Bari, Laterza, 1917, pp. 232-35. 

(2) Cfr. la nota 1a p. 210. 

(3) Gianvincenzo Antici Mattei di Vico di Puglia, cugino del 
Leopardi. 

(4) Giuseppe Maria Giovene di Molfetta (1753-1837) si oceupò di 
letteratura sacra, di geologia, botanica e zoologia e fece anche ricerche 


216 M. ZEZON 


tenuto discorso, mi scrisse giorni sono, e m’impose di ossequiarla 
Lo stesso mi dice, che il di Lei sig. Padre abbia scritto un’opera contro 
l'abate Magnifici sulle usure, e che un tal Missionario di S. Vincenzo 
abbia dato fuori un’opera sull’istesso oggetto, profittando delle idee 
di esso di lei genitore. Se ella abbia notizia di quest'opera, la prego 


dirmene qualche cosa. Le bario infine la mano, ecc. 


Di Lorenzo Bianchi (1). 
Napoli, 10 agosto 1835. 


Lorenzo Bianchi dopo di aver ossequiato distintamente il Sig. Conte 
Leopardi, lo prega aver la bontà d’indicargli un'ora in un giorno che 
gli fa comodo; onde lo serivente possa avere col Sig. Conte un abbo- 
amento de solo a solo per un affare che lo riguarda. Sicuro della 


conuvsciuta bontà del Sig. Conte, ne attende risposta, ecc. 


Di Gennaro Bellelli (2). 
[Senza data, forse del 1836]. 


Le mando la Crusca dell'edizione di Bologna che Ella può libe- 
ramente ritenere tutto quel tempo che le piacerà, poichè a me è 
quasi in tutto inutile, e per qualche riscontro mi è sufficientissimo il 


sull'elettricità. Nel 1820 fu deputato al Parlamento napoletano. 
Serisse memorie d’'argomento scientifico, e negli ultimi suoi anni 
iniziò la pubblicazione degli antichi calendari e libri corali delle 
chiese pugliesi. che rimase incompleta. Appartenne a varie Acca- 
demie, ma più di tutto gli fu caro essere socio a quella dei XL in 
cui nel 1822 sostituì lo Spallanzani. Cfr. A. JATTA, Giuseppe Maria 
Giorene, in Rassegna Pugliese di scienze, lettere ed arti, vol. IV, Trani, 
31 maggio ISS7, pp. 147-149. | 


(1) Lorenzo Bianchi, tipografo ed editore napoletano. 

(2) Gennaro Bellelli di Napoli (1812-1864), uomo politico. Arre- 
stato in una delle cospirazioni che seguirono l'elevazione al trono di 
Ferdinando TL, fu riniesso in libertà dopo due anni. Deputato nel 1848 
fu condannato a morte in contumacia dopo la controrivoluzione 
del 15 maggio. Si rifugiò dapprima in Francia, poi si ritirò in Pie- 
monte. Senatore del Reeno d'Italia, si occupò attivamente delle 
riforme amministrative, principalmente nel servizio delle poste, di 
cui ehbe la direzione generale. Cfr.: V. IMBRIANI, Alessandro Poerio 
a Venezia: letter» e documenti del 1548, Napoli, Morano, 1884. pa- 


LETTERER A G. LEOPARDI 217 


Vocabolario Italiano che si stampa in Napoli (1), e che è già quasi 
compiuto. La prego di dire a Ranieri che ho avuto una copia del suo 
romanzo (2) e gliene sono gratissimo. Mi comandi in tutto quello che 


crede che io possa servirla, ecc. 


Di Filippo de Iorio (3). 
6 gennaio 1836. 


Le sue virtù, la sua classica rinomanza, e più di tutto il santo amor 
di Patria che la distingue mi rendono ardito a presentarle i miei 
Opuscoli (4), i quali mi recheranno onore se il Conte Leopardi si 
compiacerà accoglierli benignamente. Avrei desiderio di far ciò per- 
sonalmente, ma dura malattia mi obbliga a rimanere in casa e quindi 


mt 


gine 370-71, nota; M. MazzioTttI, La reazione borbonica nel regno 
di Napoli, ed. Albrighi e Sesati, 1912, passim; G. PaLapIno, Il quin- 
dici maggio 1848 în Napoli, ed. Albrighi e Segati, 1921, passim. 


(1) Forse il Vocabelario della lingua italiana che si pubblicava a 
Napoli a cura del TRAMATER e che uscì completo in sette volumi dal 
1829 al 1840. 

(2) Ginevra 0 l’Orfana della Nunziata, di cui la prima parte fu 
pubblicata a Napoli nel 1836, ma fu sequestrata dalla censura. Il 
romanzo riapparve completo nel 1839 nell'edizione di Capolago. 


L’accenno a questo romanzo mi ha fatto ritenere essere del 1836 


la lettera del Pellelli. 

(3) Filippo de Iorio, di Paterno (Principato Ulteriore) (1800-1859). 
Fu sotto-intendente nel Consiglio provinciale di Principato Ulteriore, 
ispettore degli scavi del distretto di NS. Angelo Lombardo, profes- 
sore di agricoltura e matematica ed ispettore della pubblica istru- 
zione. Nel 1848 fu deputato della sua provincia col Mancini e lIm- 
briani. Lasciò ninlti scritti di argomento letterario e scientifico; e 
scrisse anche poesie. Cfr.: G. Giucci, Degli Scienziati Italiani for- 
manti parte del VII (Congresso tenuto in Napoli nell'autunno del 1845, 
notizie biografiche, Napoli, tip. A. Lebon, 1845, pp. 289-92; ed E. Rocco, 
Paqine monumentali pel cav. Filippo de Iorio. Necrologia, Napoli, 1860; 
B. FABBRICATORE, Necrologia di Filippo de Iorio, in Antologia con- 
temporanea, anno V, n° IV, aprile 1860, pp. 26 sg. 

(4) Nel 1835 il de forio aveva pubblicati i seguenti opuscoli: una 
Memoria fisico-cconomica sul circondario di Paterno, Napoli, tipo- 
grafia F. Masi, 1835; ed una tragedia Meleagro, con un Saggio di 
poesie liriche, Napoli, tip. Ferrari, 1835. 


218 M. ZEZON 


profitto invece de’ favori del mio colto amico Sig. Beatrice (1). che 
avrà la bontà di presentarli al chiarissimo Sig. Conte. Accolga intanto 
i sentimenti del più alto rispetto, ecc. 


Di Domenico Murena (2). 


Alle sventure, che Ella nelle sue egregie prose insegna esser desti. 


nati a patire gl’ingegni sublimi, credo potersi aggiungere la noia che 


(I) Angelo Peatrice di Fontavrarosa prev. di Principato Ultra 
(1809-1876). Studiò dapprima lettere, poi si dedicò alla”me:dicina. 
Pubblicò nel Filiatre Sebezio tredici articoli di arsomenti di medicina. 
Fu socio del'Accademia Pontaniana e della società economica di 
Principato Ulteriore. Dopo il 1860 fu nominato bibliotecario della 
Biblioteca Brancacciana e vi rimase fino alla morte. Fu amico del 
Ranieri dal quale ebbe Tepigramuma del Leopardi contro il Tommaseo. 
che fu poi pubblicato dal Cuexoxt nel volume delle Opere inedite di 
G. Leopardi dagli autografi recanatesi, eit., vol. TT, p. xxv. Aleuni 
documenti inediti appartenenti ad Angelo Beatrice sono nella Bi- 
blioteca Nazionale Vittorio Emanuele HI di Napoli, Per alcune 
notizie biografiche efr.: G. Grucci, Degli scienziati italiani formanti 
parte del VII Congresso di Napoli, cit., pp. 418-19. 

(2) Domenico Murena di Solofra (1808-1844). Compì gli studi di 
giurisprudenza in Napoli, stabilitosi poi in Avellino, dove domi- 
nava linflusso del Puoti e della sua scuola, e dove si poetava alla 
maniera arcadica, egli si distinse dalla schiera degli Arcadi e dei 
puristi meritando l'ammirazione dei contemporanei sia come poeta 
che come legista, economista eil oratore. Pubblicò dodici sonetti 
intitolati Poche vimembranze di gloria italiana. Avellino, tip. san- 
dulli e Guerriero, 1838, di eni il NIT era indirizzato al Leopardi: 
In morte di (Gr. Leopardi. Pubblicò altri componimenti in versi. e 
collaborò al giornale d'arte e letteratura Ze Ore solitarie di Napoli. 
Sul Murena vedi: N. V. Testa in Palestra Irpina, rivista quindicinale 
avellinese, anno TI, n 1. giugno 1892 e nella Sentinella irpina, 
anno XIV. n° 16, luglio 1892; dello stesso, Tre secoli, tre uomini, 
conferenza letta il 21 maggio 1893 alla Camera di Commercio ed 
Arti di Avellino: Le poeste civili di Domenico Murena: contributo alla 
storia della coltura napoletano della prima meta del NIX secolo, in 
Rivista Abruzzese di scienze, lettere ed asti, Teramo, 1904, anno NIEX, 
fase. TE. pp. 76-84. e fase. TTT. pp. 154-159; Dott. N. V. Testa, La 
famiglia De Luca da Montefusco negli Irpini (Contributo alla Storia 
del Risorgimento Nazionale), Napoli, tip S. Graziano, 1922, cap. IT. 
pp. 53-54. 


LKTTERE A G. LEOPARDI 219 


vien loro dai mediocri e dagli infimi, i quali di ammaestramenti e 
consigli talvolta li richieggono. Quindi io, comecchè non altro conosca 
di Lei se non quel nome onde tutta Italia si onora, e quelle opere 
contro cui non varrà forza di tempo, ardisco pregarla di leggere 
questi poveri versi che Le invio (1), e degnarmi del suo giudizio. 

Sonosco esser troppo audace, osando di levarmi fino a Lei, ma la 
bontà di che sono ricche le anime ringentilite dalle buone lettere, e 
che in Lei deve esser somma, m’incoraggia ed aftida. 

Ausurandomi dunque voglia Ella accogliere benignamente le mie 


umili preghiere, mi raccomando alla sua grazia. ecc. 


Di Pietro Manni (2). 
i I. 
Napoli, dal Palazzo Sirignano, 30 aprile 1836. 
Eccole i dieci ducati (3). To mi abboccherò col Signor Ciotli intorno 
al manoscritto, e le ne dirò quello che mi risponderà (4). In ogui modo 


tenga al calcolo le proteste fattele, che sono la più sincera espressione 


(1) Nel 1837 il Murena pubblicò un componimento poetico inti- 
tolato Il Romito, presso Nandulli e Guerrieri, dedicato a Pietro Calà 
Ulloa. Credo che il Murena nella sua lettera debba riferirsi a tale 
componimento in versi, giacchè non ho trovato notizia di altri pub- 
blicati prima di allora. 

(2) Sul Manni cfr. la nota n° 1 a p. 210. 

(3) Dal contratto stipulato dallo Starita col Leopardi nel 1835 
per l'edizione delle sue Opere si rileva che Lleditore napoletano s'era 
obbligato a pagare anticipatamente ogni mese due fogli di stampa, 
cioè dieci ducati in contanti. Cfr. G. LEorarpI, Canti a cura di 
A. Doxatt, cit., p. 232. Probabilmente il Manni faceva da inter- 
mediario. 

(4) Il Cioffi era un libraio napoletano. 11 manoseritto al quale ar- 
cenna il Manni in questa lettera ed in quella successiva del 5 maggio, 
molto probabilmente doveva essere quello dei centoundici pensieri 
o Sparsi frammenti che il Leopardi stesso aveva. preparati per la 
stampa, e composti durante la sna dimora a Napoli. Che il Leopardi 
pensasse di pubblicarli a soli si rileva anche da ciò che più tardi. il 
2 marzo 1837, serisse al De Sinner per l'edizione che voleva far pub- 
blicare in Francia delle sue Opere: «Te veux publier un volume inedit 
«de Pensées sur les caraetere: des hommes et sur leur conduite dans 
«la société; mais je ne veux pas m@'obliger de le donner au mene 


220 M. ZEZON 


del cuore. Mi farà sommo piacere, se vorrà dare un'occhiata alla mia 
opericciuola, e giungerebbe al colmo, se volesse spingere la sua com- 
piacenza, a redigerne un articolo per qualehe giornale. Le rimetto la 
egloga del Lampredi (1). cd una nuova produzione del nostro Missi- 


rini (2). Mi ami, ecc. 


« libraire qui publiera le reste, si auparavant je n’ai pas vu du moins 
«le premier volume imprimé, afin de pouvoir juger de l’exécution ». 
Cfr. Ep.?, II, 559. È probabile che non essendogli riuscito di trovare 
un editore napoletano, nella lettera del 5 maggio, qui pubblicata, 
il Manni gli scrivesse che aveva fatto vedere il manoseritto anche al 
Trani che gli aveva però dichiarato di non voler pubblicare per conto 
d'altri; il Leopardi aveva pensato di fare pubblicare in Francia anche 
quei Pensieri, che, infine. videro la luce la prima volta a Firenze 
nel 1845 a cura del Ranieri. 

(1) Urbano Lampredi di Firenze (1761-1838). Filologo e polemista. 
Nel 1798-99 diresse in Roma Il Monitore romano, ma per i suoi pun- 
genti attacchi contro i Commissari francesi, fu costretto a esulare 
in Francia. Tornato in Italia ottenne una cattedra a Milano. Nel 1812 
venne in Napoli e vi rimase fino al 1821 quando per ragioni politiche 
fu dinuovo esiliato. Vi ritornò nel 1825 e vi rimase sino alla morte 
ottenendo anche la cittadinanza napoletana. Scrisse in prosa e poesia 
e tradusse in versi alcuni saggi dell'Iliade e dell’Odissea e dei frani- 
menti di autori greci. Cfr. G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 391-92, 
e la nota bibliografica in fine al volume IT. 

(2) Melchiorre Missirini di Forlì (1773-1849) visse a Roma fino 
al 1828 poi passò a Firenze ove morì. Tradusse da Cicerone, sì occupò 
di Dante, del Thorwalden, del Canova. Scrisse quaranta Sermoni 
di cui uno Le rime recenti è diretto al Leopardi, che lo conobbe in 
Roma nel 1822-23, Nel 1835 ne eurò una quarta edizione con ritocchi 
ed aggiunte alla prima fatta nel 1829. È interessante rilevare il con- 
cetto che il Missirini espresse sulla poesia leopardiana nel sermone 
Le rime recenti nel quale in sostanza diceva: « Troppo grande è stata 
«da rima. troppe chiaechiere vane si sono fatte con essa, ma tu, inclito 
«spirito antico di mente e di cuore, nutrito alle fonti dei greci, non 
«le fai: il tuo profondo carme non è ciancia, è sommo sapere, franco 
«e nobile dexiderio, ira magnaninia. Tu esprimi con note magnifiche, 
«dolei e gravi un possente amor di patria, e combatti la colpa che 
«vedi trionfare impune. Il tno dire è forte, e nasconde forti pen- 
«sieri... Tu solo sei pari a te stesso e perciò converrà che la madre 
«terra chiuda il tuo senno in un pionibo con questo scritto: ‘ Nessun 
«mi toechi: età matura aspetto” ». Cfr. Sermoni, 48 edizione, 1835, 
p. 45. Una lettera del Leopardi al Missirini del 15 gennaio 1825 è in 


LETTERE A _G. LEOPARDI 22] 


Di Pietro Manni (1). 


9) 
Napoli, dal Palazzo Sirignano, 5 maggio 1836. 


Venne a me il Sig. Cioffi, pregato a favorirmi: parlammo lunga- 
inente intorno al noto manoscritto. Mi pregò a volergli permettere 
di portarlo seco per ventiquattro ore, e me lo ha rimesso colle sue 
osservazioni (2). Ho parlato anche intorno a questo argomento col 
Sig. Trani (3). ma non vuole stampare per conto altrui. Le dico tutto 
ciò per mostrarle che il suo affare m’ha interessato molto. Ma poichè 
vuole onorarmi di una sua visita di buon grado l’aceetto, e se non 
le sia di fastidio grandissimo io mi troverò in casa alle ore tre pome- 
ridiane, ed allora terremo ragionamento di ciò, e sono con i sentimenti 


di vera stima, ecc. 


Di Vincenzo Mortillaro (4). 
| Palermo, 18 giugno 1836. 
Non orgoglio, non vanità, non ardimento; rispetto solo e venera- 
zione profondissima verso l’uomo che fa la gloria moderna dell’Italia 
mi spinge a presentarmile col dono di un meschino volume di mie 


Ep.?, I, p. 527, ed una del Missirini al Leopardi, in Scritti cari inediti, 
cit., p. 470. Per le notizie biografiche e bibliografiche, vedi G. Maz- 
ZON1, Op. cit. 

(1) Sul Manni vedi nota 1 a p. 210. 

(2) Vedi nota n° 4 a p. 219. 

(3) Il Trani era un editore napoletano, 

(4) Vincenzo Mortillaro, marchese di Villarena (1806-1888). S'oc- 
cupò di atoria, geografia, matematiche, paleografia, archeologia, 
statistica, economia politica, letteratura e poesia. Fu socio di varie 
Accademie, ebbe vari impieghi politici: fu senatore municipale in 
Palermo nel 1837, deputato al Parlamento della Camera dei Pari 
nel 1848, e nell’ultimo scorcio di sua vita, consielicre comunale. Pub- 
blicò articoli nei giornali: Passatempo per le dame; 11 Vapore, da 
lui fondato, e nelle Effemeridi scientifiche c letterarie, che-iniziò e diresse 
nel 1832; poi disgustatosi «li aleuni redattori passò a dirigere il più 
importante periodico del tempo: IL Giornale di scienze, lettere ed arti 
fondato nel 1823 dall'abate Bertini, e che ebbe vita fino al 1842. 
Dopo il 1860 diresse siornali politici, come il Presente e VInaspettato. 
Pubblicò varie opere letterarie che nel 1844-46 furono riunite in due 


222 M. ZEZON 


cosucce (1). Non guardi il libro che è ben piccolo lavoro, ma gradisca 
l’atto sincero e spontaneo che lo porge e non isdegni di annoverare 
fra i servi ed ammiratori suoi più fervidi chi si onora segnarsi, ecc. 


Di Raimondo Gozzani (2). 
Roma, 12 dicembre 1836. 


Io vivo nella più grande agitazione sul conto di Ranieri. Reduce 
dal Piemonte, quindici giorni sono, trovai in Roma una sua lettera 
nella quale mi dava notizie del morbo, ora la Dio mercè vicino a spa- 
rire da Napoli. Io mi affrettai a riscontrar questa sua lettera, ed 
un'altra poco dopo gliene serissi raccomandandomi in entrambe con 
tutto il calore della amicizia che per lui sento. affinchè mi desse pun- 
tualmente sue notizie. Tutto è stato vano; nulla io ho più potuto 
sapere, e voi dovete ben comprendere quanto questo silenzio mi 
tenga in apprensione. Or dunque, voi che convivete con il medesimo, 
mi fate lo squisito favore di farmene a posta corrente conoscere 


qualche cosa. Io ve ne sarò grandemente obbligato, ece. 


Di Gregorio De Filippis Delfico (3). 
Teramo, 3 febbraio 1837. 


Le trasmetto una lettera per comando ricevuto dal Sig. Conte 


Cassi (4) ed unitamente l'avviso di aver affidato sotto fascio alla 


grossi volumi a Palermo, oltre un Dizionario geografico e stutistico 
della Sicilia ed altri scritti. Cfr: G. OrLANDO, Flogio del marchese 
Vincenzo Mortillaro, in Atti della R. Accudemia di scienze, lettere e 
belle arti di Palermo, terza serie, 1892, vol. II. 

(1) Nel 1826 il Mortillaro riunì in un volume gli opuscoli di vari 
arvomenti riguardanti lettere, archeologia, iscrizioni, ecc. Cfr. Opu- 
scoli di rario genere del barone Vincenzo Mortillaro, Palermo, tip. del 
Giornale Letterario, 1836. Il Leopardi gli rispose con lettera del 26 luglio 
c... TI suo libro a me pare piacevolissimo per la varietà delle materie. 
«utile per liniportanza delle medesime, pieno di erudizione, pieno 
«di dottrina. e da proporsi come esempio in tanta frivolezza di puh- 
« blicazioni di ogni genere... ». Cfr. £p.7, vol. 1I, p. 550. 

(2) Su Raimondo (rozzani efr. la nota 2 a p. 200. 

13) Gregorio De Filippis Delfico di Napoli (1801-1847). Nel 1817 
pubblicò due opuscoli: Nunro saggio speculativo sulla origine e deqe- 


- 


(Vedi nota 4 a pag. seg.) 


LETTERE A G. LEOPARDI 223 


posta di questa data un libretto fattomi avere dal medesimo anche 
per lei. E profittando d’una sì bella occasione ho voluto darle, 
egregio Sig. Conte, una testimonianza della moltissima stima in che 
tengo gli splendidi di lor talenti, e del rispetto che fo del suo nome, 
presentandola di alcune mie deboli produzioni, ch’ella troverà annesse 
al fascicolo del Cassi. Accolga ella gentilmente, se non altro, l’espres- 


sione sincera, ecc. 


Di Antonietta Tommasini (1). 
[Marzo 1837] (2). 

Col pensiero che non può star fermo; colla vista che vacilla; colla 
mano che trema, che cosa potrò scrivervi non so. So per altro che 
Voi, buono come siete, non baderete a questo nulla, se può dirsi, 
che mi cade dalla penna, nè a questi mal formati caratteri; ma unica- 
mente vorrete accogliere nell'ottimo vostro animo il mio vivo desi- 
derio di scrivervi. V olgono ormai quattro mesi ch'io mi trovo obbli- 
gata al letto. Mi sono stati fatti quindici salassi... Ma non posso con- 
tinuare. Il mio Ferdinando vi parlerà della gravissima mia malattia, 
e della cagione. Vi parlerà ancora della lettera ch'io v’indirizzai, 


nerazione della terra e Ragionamenti sulle religioni esistite «d esistenti, 
che gli procurarono la stima dei dotti. Fu amico del Mezzofanti, del 
Micali, del Niccolini, della Franc ‘eschi-Ferrucci. Nel 1832 pubblicò 
un poema sul Giudizio universale e nel 1839 difese il romanticismo im 
tre epistole dirette al Monti. Scrisse altre prose e poesie che raccolse 
sotto il titolo di Strenne: raccolte di prose e poesie. Cfr.: G. CHERUBINI, 
Sulla vita e le opere di Gregorio De Filippo Delfico, m Poliorama Pitto- 
resco, vol. XV, pp. 398, 406 e vol. XVI, pp. 13, 26 

(4) Francesco Cassi di Pesaro (1768-1846) conseguì fama con la 
Farsaglia intorno a cui lavorò molti anni. Fu magistrato e nel 1831 
presiedette il comitato degli insorti. Fu amico del Monti, del Perti- 
cari, del Manzoni e del Leopardi col quale aveva una lontana paren- 
tela. Per le relazioni epistolari efr.: Ep.?, I, pp. 51, 66. 102, 182, 
305; II, p. 23. Tradusse in versi sciolti le Notti dell’ Young, di cui 
diede un nuovo saggio nel 1836. Per la biografia. e bibliografia 
efr. G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., p. 379 e note. 


(1) Su Antonietta Tommasini efr. la nota 2 a p. 159. 

(2) Senza data. ma il bollo postale è: Parma. 3 aprile 1837 e la 
lettera di Ferdinando Maestri che segue nello stesso foglio ha la 
data 24 marzo 1837. 


224 M. ZFZON 


nella quale io vi raccomandava a mettere il mio nome tra quello 
degli associati aile vostre Opere. Non ebbi mai alcuna risposta. Seri 
vetemi. Le vostre lettere saranno una medicina utilissima pel mio 
animo. Assicuratemi se lo potete, che non vi siete dimenticato di me, 
e datemi prova coll’inviarmi spesse volte i vostri cari caratteri. 
Tutta la mia famiglia sta bene, come pure Giordani col quale parlo 
spesso di voi. Addio di tutto cuore! 

P. S. Questa lettera ad un Leopardi? La vostra Adelaide, chi 
potrebbe crederlo? Chi conosce tutta la forza della vera amicizia, 
chi può immaginare che la prima linea ch’io poteva trovarmi in grado 
di scrivere doveva diriggerla a Voi. 


[Segue nello stesso foglio la seguente lettera di 
laff 


Ferdinando Maestri (1). 
Parma, 24 marzo 1837. 
Vi avrei scritto due mesi prima, se non fossi stato tratto nell'errore 
di credervi a Parigi; poi nel dubbio che ci foste; finalmente nella 
certezza che non ci eravate. Hanno scambiato con Voi un Pietro 
Leopardi che colà a Parigi diede alla luce un centinaio di sciolti pel 


monumento che si rizza in Milano alla Malibran (2). M'accorsi leg- 


(1) Ferdinando Maestri (1786-1860), avvocato e senatore del regno. 
Si dedicò alle lettere, alla filosofia ed alla giurisprudenza e fu molto 
stimato dai letterati suoi contemporanei, soprattutto dal Giordani, 
dal Pellegrini e dal Leopardi che ne lodarono molto gli seritti. A 
ventotto anni fu nominato professore di economia politica all’Uni- 
versità di Parma, e nel 1821 ottenne la cattedra anche di storia e 
statistica, ma aceusato di idee liberali ne fu privato fino al 1825. 
quando riottenne dal governo di Parma la nomina di professore di 
diritto civile in quella Università. Sostenitore della indipendenza 
della patria fu condannato alla prigionia prima, poi all’esilio. Nel 1848 
fu membro del governo provvisorio della reggenza in Parma, e pro- 
mosse la fusione del ducato col regno Sardo, portandone il plebiscito 
a Carlo Alberto. Nel 1849 fu nominato senatore e l’anno dopo, con- 
sigliere di Stato. Cfr.: F. RomaANI, Il comm. Ferdinando Maestri, 
in Gazzetta ufficiale del Regno. 1860, n° 296; I. BERNARDI, Discorso 
nei solenni funerali di FP. Maestri, Pinerolo, 1860. 

(2) A tale proposito il Leopardi rispose; « Alle innumerabili mie 
«sventure s'è aggiunta in questi ultimi anni una mano di Leopardi 
«eh'è venuta fuori con le più bestiali scritture del mondo, l’ignominia 


LETTERR A G. LEOPARDI 225 


gendo che i versi non erano vostri. Cercai com°era la cosa; e Giordani 
seoperse che voi eravate sbattezzato e di Giacomo divenuto Pietro. 
Per sottrarre la mia Clelietta al cholera, l’Adelaide ed io andammo 
a° bagni di Lucca. Ma l’Adelaide ne era dolentissima, poichè lasciava 
a Parma il padre, la madre ed il fratello. Le cose sono andate bene 
per tutti; se non che, tornati a Parma, in ottobre, l’Adelaide ammalò 
su' finire di novembre: e guarda tuttora il letto; benchè sia da molto 
tempo in convalescenza, impedita di levarsi dalla malvagia stagione 
che forse la minaccerebbe di nuovo. Ho veduto a Firenze il buon 
Nicolini, abbiamo parlato di voi e dell’egregio vostro Ranieri. Nico- 
lini ha veduto di questo una bell’opera storica (1); e ne ha parlato 
con lode. La vedrei pur volentieri ma Napoli e Parma sono così 
prive di comunieazioni fra loro, come se le tenesse disgiunte il grande 
Oceano. Vedrò pur volentieri la vostra opera, della cui pubblica- 
zione si discorre con desiderio. Vi prego di avermi tra gli associati (2). 
Ho conosciuto a Pescia, e riveduto a Firenze il celebre Nismondi (3), 
della cui conoscenza sono lietissimo. È amabile quanto è grande. 
Questo mi ricorda un mio opuscolo sul debito pubblico, che penso 
di trarre dalla polvere, sittosto le cure della professione me lo per- 
metteranno. Ne ho parlato con Nismondi, col quale non sono del 
tutto d'accordo; e io lo sapevo, perchè mi era noto quello che ha pub- 
blicato su questo cotale argomento. Tommasini, la moglie, Clelietta, 
Emilietto vi salutano carissimamente. Quando avrò il piacere di 
vedervi? Che cosa pensate del vostro avvenire? Ritornerete lunga- 


mente costì? Se vi giova restate: chi sta bene non sì muove. Il pia- 


«delle quali ritorna sopra l’infelice nuio nome, perchè il pubblico 
“non è capace nè curante di distinguere le omonimie... ». Cfr. Ep.”, 
II, 565. 


(1) La Storia d'Italia dal V al IX secolo, di cui allora furono pub- 
blicati nove fascicoli, che però furono subito sequestrati dal partito 
clericale per il modo come erano trattati gli eventi del papato di 
quel periodo. Vide poi la luce a Bruxelles nel 1841. Cfr. Z£p.7, IL, 
p. 963. 

(2) La stampa delle Wpere iniziata dallo Starita. 

(3) G. C. Sismondi di (Ginevra (1773-1842) storico e scrittore di 
scienze economiche. Il Leopardi il 15 maggio 1837 scrisse al Maestri: 
“ Mi dispiace di non essermi trovato in Firenze in vostra compagnia 
«a fare la conoscenza del bravo Sismondi ». Cfr. £p.?7, II, 565. 


226 M. ZEZON 


cere di sapervi in discreto stato di salute è maggiore del piacere di 
vedervi in condizione di malaticcio, e forzatamente e erudelmente 
ozioso; in quell’ozio impotente, in quella noia che è la cosa più insop- 
portabile di questa nostra misera vita. Ditemi di voi, e delle cose 
vostre, e de’ vostri propositi, e qualche cosa di Napoli e del mondo, 
se così vi piace, e ditemi più che potete. Continuate ad amarmi, come 


fate, e come faccio in verso di voi, ece. 


Di M. Aporta (1). 
[Nenza data, giovedì 10). 


Ecco un passaggio di una lettera di De Sinner, che ricevo all'istante, 
e che riguarda al Sig. Conte Leopardi: « Le 25 j'ai éerit à mon excellent 
«ami Leopardi. Veuillez de grace lui demander s'il a regu nia lettre; 
«et s'il ne peut m'éerir, a cause de santé qu'il vous dise au moins 
« quelque chose pour moi». Nel momento sono occupato a rispon- 
dere a Sinner e sono pronto a servire il Sig. Leopardi s'egli vuol 


comandare qualche cosa al suo, ece. 


(1) Era forse un corrispondente del De Sinner. Questa lettera 
senza data probabilmente è dei primi mesi del 1837. Nell'epistolario 
Lopardiano vi è una lettera al De Sinner del 2 marzo 1837, nella 
quale il poeta dice d'aver ricevuto quella del 27 gennaio del De Sinner 
e di non aver risposto prima perchè ammalato. Cfr. Fp.7, II, p. 554. 


INDICE 


SALVATORE FRASCINO. — Suono e pensiero nella porsia 
dantesca <.<... peg gica e ia Ra. I 


MARIA ZEZON. — Lettere a Giacomo Leoparli (Dalle carte 
| leopardiane della Biblioteca Nazionale di Napoli « Vittorio 


Einantiéle FIT): ag a a E n n E 199 


PUBBLICAZIONI ARIOSTEE DI GIUSEPPE FATINI 


— Le Opere minori di L. A., scelte e commentate da G. F., 
Firenze, Sansoni, MCMXV, pp. xx11-370 (esaurito). 

— Ludovico Ariosto. Lirica, a cura di G. F. (vol. 95° della 
Collezione Scrittori d’Italia), Bari, Laterza, 1924, pp. 380, 
L. 25 [premiato dalla R. Accademia dei Lincei]. | 
— Su la fortuna e l'autenticità delle liriche di L. A. in Supple- 
mento, 22-28, del Giornale storico della letteratura italiana, 
Torino, 1923, pp. 165 [premiato dalla R. Accad. dei Lincei). 
— L. A., Canti scelti dell’Orlando Furioso, col commento di 
G. F., Firenze, Vallecchi, (1925), pp. 434. 

-—— Satire Ai L. A., scelte e commentate, ad uso delle scuole 
medie, a cura di G. F., Firenze, Sansoni, 1933, pp. 77. 

— Curtosità ariostesche. Intorno a un’elegia dell'A. e a un passo 
del Furioso, in Giorn. storico della lett. ital., LV, 1910, pp. 22. 


— L’Erbolato di L. A., in Rassegna bibliografica della letter. 
ttal., XVIII, 1910, pp. 23. 


. — Per un'edizione critica delle « Rime » di L. A., in Rassegna 


critica della letter. ital., XV, 1910, pp. 38. 


. — L. A. prosatore, in Giorn. storico della lett. ital., LXV, 


1915, pp. 44. 


. — Italianità e Patria in L. A., in Attie Memorie della R. Acca- 


demia Petrarca di Scienze, Lettere ed Arti in Arezzo, N. S., 
I, 1920, pp. 68. 


11. — Spigolatura ariostesco-volterrana in Rassegna Volterrana, I, 
1924, pp. 12. 

12. — L’Ora dell’A., in Civiltà moderna, II, 1930, pp. 26. 

13. — Umanità e Poesia dell’A. nelle « Satire », in Archivum Roma- 
nicum, 1933, pp. 70. 

14. — Bilancio del centenario ariosteo, in Leonardo, febbraio 1934. 

15. — Recensioni in Giorn. storico della lett. ital., LXVII, 1916, 


pp. 417-31; LXXIV, 1919, pp. 292-302; LXXVIII, 1921, 
pp. 151-57; LXXXV, 1925, pp. 330-35; XCIII, 1929, 
pp. 342-48; CII, 1933, pp. 126-29; in Nuora Antologia del 
1° sett. 1921; in Leonardo febbr.-marzo 1929, pp. 44-47; 
in La Rassegna (già bibliografica), XXXIII, 1925, pp. 26-31; 
in Civiltà moderna, II, 5, 6, III, 1, 4; in Pegaso II, 12 (1930), 
pp. 751-56; in Italia letteraria del 21 sett. 1930, 1° febbr. 1931 
e del 21 giugno 1931. 


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TTI 


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